XXII.

Avendo i Romani perduto il lor nome nella Spagna Visigotica e nella Gallia Gotica, dovè loro sembrar odiosa ed insopportabile questa condizione; ma i rancori cessarono, e le due razze si confusero daddovero insieme in un comune servaggio, quando sopraggiunsero gli Arabi. Allora i Visigoti alla lor volta perdettero il nome loro: e così essi come i Romani vinti da' Saracini si chiamarono Muzarabi nelle Provincie Spagnuole occupate dal nuovo nemico: allora i desiderj di scuotere il giogo abborrito divampò ugualmente ne' petti dell'uno e dell'altro popolo Cristiano. I loro studj e le lor discipline si confusero altresì presso i Muzarabi, e crebbe massimamente l'amore per la Liturgia Gotica, imposta dal Terzo Concilio di Toledo anche a' Romani. Questa da indi in qua chiamossi e chiamasi tuttora Muzarabica. Io ne riparlerò in poco d'ora, ma la breve Storia, che ne farò, ci verrà dimostrando la sua continua durata in Ispagna, e però il tenace proposito, con cui ella fu ivi custodita dalle genti di sangue Romano. Santo Ildefonso pregò secondo quella Gotica Liturgia, e soprattutto Santo Isidoro di Siviglia, l'amico del Re Sisebuto, al quale aveva egli dedicato il suo Libro Della natura delle cose. La conservazione della Liturgia Gotica non potè disgiungersi dall'esercizio dell'Architettura Gotica Sacra in ogni luogo di Spagna, dove i Saracini permisero a' Muzarabi d'edificare o di conservare le loro Chiese.

Ma si lascino i Muzarabi nella loro sventura, e si volga il pensiero alle felici montagne dell'Austurie, donde a capo d'un qualche secolo dovea discendere il liberatore aspettato. Don Pelagio con una mano di Visigoti riparossi ne' luoghi, dove ben presto sorse la città d'Oviedo, e v'inalberò la Croce di Gesù Cristo. Con questo segno tutelare alla mano mosse agli Arabi la guerra, e s'illustrò con la perseveranza della sua nobile resistenza contro gl'infedeli. Carlo Martello intanto saccheggiava e metteva in fondo la Gallia Gotica: orrido fatto, che spingea con immenso ardore i cuori de' Muzarabi da un lato e dall'altro quello de' Visigoti, oppressi dal Principe Franco, a desiderare il trionfo del cittadino loro nell'Asturia. Don Pelagio morì nel 737: Alfonso il Cattolico gli succedette, che non lasciò di ristorar con felici armi le speranze de' suoi. Sì lieti principj si turbarono per l'ignavia del Re Mauregato, ch'ebbe la mala voce d'aver promesso a' Mori l'infame tributo di cento donzelle Cristiane alla fine d'ogni anno. Froila, figliuolo d'Alfonso il Cattolico, riportò la lode d'avere in mezzo a tante sciagure fondata Oviedo, ed il Re Silo d'avervi costruito un Tempio al Salvatore: costruzioni, che niuno dirà non essere state d'Architettura Gotica. Nondimeno questi Principi furono superati da un edificatore assai più fortunato e grande, che pose in più splendido aspetto il Tempio di Silo, ed arricchillo con aurei doni. Lo chiamarono Alfonso il Casto, nome temuto dagli Arabi. Al tempo di lui giunse Carlomagno in Ispagna, verso l'anno 778. Fu fama, che Bernardo del Carpio, nipote del Re Alfonso il Casto, fosse stato l'autor principale della disfatta di Carlomagno in Roncisvalle, non che della morte d'Orlando. Larga sorgente d'eroiche geste, cantate ne' Romanzi e nelle favole della Cavalleria del Medio-Evo; ma le rimembranze Visigotiche intorno a Bernardo del Carpio accrebbero fin da quel tempo il numero de' Romanzi, che piacquero tanto al popolo di Don Pelagio dopo il Waltario d'Aquitania e l'Ildegonda di Borgogna.

I fatti di Roncisvalle perciò riempirono di Visigotiche Canzoni e di magnifici Tempj l'Asturia. Vinceano di nuovo i Goti ed edificavano. Alfonso il Casto fe' con celebre pompa consacrar da sette Vescovi nell'802 il Tempio d'Oviedo, quando avea già conseguito molte vittorie sugl'Infedeli; poscia edificonne un altro alla Vergine Santa, ed un terzo a San Giuliano: ma più elegante di tutti parve quel di San Tirso, che la Cronica d'Albelda nella Rioia (scrittura dell'883) ammirava per le sue marmoree colonne, pei suoi archi e pe' suoi molti angoli (Miro aedificio CUM MULTIS ANGULIS[91]). Veggano gli Architetti se quest'opera cotanto angolosa d'un Re Visigoto possa giudicarsi non Visigotica, ma Romanese. Più caro a que' Goti riuscì Alfonso il Casto, quando egli ridusse la nascente città d'Oviedo alle prette sembianze della perduta loro Toledo. Chi fra essi non sospirava per questa cara Toledo? Chi non dolorava di non poter più innalzar gli occhi verso l'alte cime di Santa Eulalia e di Santa Leocadia? Il Casto adunque tutto compose in Oviedo, tanto le Chiese quanto il novello Palagio dei Re, come sera fatto in Toledo; e però la Cronaca d'Albelda ebbe a dire: »Omnem Gothorum ordinem, sicut Toleti fuerat, tam in Ecclesiis quam in Palatio, Oveti cuncta constituit[92]». Chi non rammenta nell'atto di leggere questa Cronica, la nuova Troia, fondata in Epiro per opera di quelli, che fuggivano dall'antica? Chi non si riduce alla memoria i versi, ove si canta il giubilo, col quale i Troiani del figliuolo d'Anchise approdarono alla riva del falso Simoenta in Epiro, e corsero ad abbracciare i limitari della Porta Scea?

In tal modo Alfonso il Casto riproponeva le sembianze amate di Toledo a' suoi Visigoti d'Oviedo, e vi ponea le tombe de' Re. A quella stagione, il Visigoto Vitizza, figliuolo del Conte di Magalona, col nuovo suo nome di Benedetto Anianense, già era venuto da per ogni dove in fama pel gran numero di Monasteri da lui edificati dopo il suo proprio d'Aniana. Smaragdo, suo discepolo, afferma, che assai grande fu la Chiesa d'Aniana, e che i Chiostri, cospicui pe' suoi Portici e per le sue marmoree colonne, fabbricaronsi con nuova opera[93]. Furono essi Romanesi o Visigotici sì fatti Portici, voltati da uno de' Pilofori Visigoti? Dovè questo Piloforo ignorare ciò che Alfonso il Casto faceva in Oviedo? Con qual dritto e con quale ragione si può egli presupporre, come pur troppo si fa, che gli Ottimati Visigoti dell'ottavo e del nono secolo abbiano antiposta la Romanese alla nativa loro Architettura Gotica? E chi può negar, che di questa fossero andati superbi non dico i soli Re Vamba ed Ervigio, ma gli ultimi tra' Visigoti?