XXIV.
Contemporaneo di Vitizza o S. Benedetto Anianese, che morì nell'821, fu Walafrido Strabone, Monaco di Reichenau sul Lago di Costanza. Verso quel medesimo anno egli scrisse il suo Libro delle Cose Ecclesiastiche, ove chiamossi uomo Teotisco, affermando, che il suo Teotisco linguaggio parlavasi da' Geti, ossia da' Goti, e massimamente dalle Scitiche genti di Tomi (quivi era stato rilegato Ovidio); sì come appreso avea da' racconti d'alcuni Monaci, fedeli suoi confratelli. Nè seppe tacere, che a' suoi concittadini Teotisci s'erano insegnate molte utili cose da essi Geti, sebbene Ariani.
»Multa nostros (Theotiscos) UTILIA DIDICISSE, PRAECIPUE A GETIS, QUI ET GOTHI, cum eo tempore quo Ariani effecti sunt (licet a vera fide aberraverint), in Graecorum Provinciis commorantes, NOSTRUM, idest Theotiscum, sermonem habuerunt.
»Et, ut historiae testantur illius gentis (Geticae), divinos libros transtulerunt, quorum ADHUC Monumenta apud nonnullos habentur.
»Et fidelium fratrum nostrorum relatione didicimus, apud quasdam Scytharum gentes et maxime apud Tomitanos eadem locutione ADHUC DIVINA CELEBRANTUR OFFICIA[99]».
Qui tutti veggono, che si tocca della Traduzione d'Ulfila, e che di questa v'erano alcune Copie ancora nell'820 sulle spiagge del Lago di Costanza, sebbene i Teotisci di quelle contrade fossero divenuti Cattolici. Ma quali furono i Geti Ariani, ammaestratori dei Teotisci? Non essendo a noi noto, che i Geti della Gallia Gotica e di Spagna, cioè i Visigoti, avessero spedito alcuno a predicar l'Arianesimo nelle vicinanze di Reichenau, può credersi, che quegli ammaestratori de' Teotisci non fossero stati altri se non gli Sciti Iutungi ed i Borgognoni, dell'Arianesimo e della lingua Ulfilana de' quali s'è più volte ragionato[100]. Senza l'Arianesimo, direi, che Walafrido Strabone accennò al Geta o Visigoto Vitizza ed a' suoi Monaci della Congregazione Anianese. Si noti frattanto in qual modo i Monaci, compagni di Walafrido Strabone, dal paese, ove abitarono lungamente gli Sciti Iutungi d'Aureliano, conduceansi volentieri nelle regioni degli Sciti d'intorno alle bocche del Danubio; e come il linguaggio Tedesco d'oggidì potè divenir cotanto ricco, quanto egli divenne, di vocaboli prettamente Gotico-Ulfilani. Questo linguaggio Ulfilano stringeva ed aumentava i commercj fra le regioni circostanti al Lago di Costanza ed i vicini paesi, aiutati nelle Gallie da' Borgognoni: linguaggio, che propagossi di tratto in tratto nella Meridionale Germania, e che però si distendea dalle rive del Reno sino alle Colonne d'Ercole in Ispagna, nell'età di Walafrido Strabone.
Ma già si veniva formando il linguaggio Teotisco, e già la dominazione dei Franchi sì nella Germania di Tacito e sì ne' paesi Burgundici, senza parlar della mutata Religione, andava ristringendo i limiti, fra' quali s'udiva l'idioma Ulfilano. La Gallia Gotica, la Spagna Visigotica dell'Asturia ed il rimanente della Spagna, mutata in Muzarabica, serbarono sotto gl'ismaeliti l'antico affetto per la lingua d'Ulfila; sì come faceano per la Legge, per la Liturgia e per l'Architettura Gotica: le quali cose non possono mai, chi ben le considera, separarsi tra loro. Nell'853 Udalrico, Marchese di Gozia, tenne un Placito in Crespiano del Narbonese, per giudicar la causa di Godescalco, Abate dell'Anianense Badia di San Piero in Cauna, contro il Visigoto Odilone, che aveva usurpato alcune terre del Monistero. Intervennero al giudizio molti nobili personaggi, sei Giudici ed un Saione. Ivi s'allegarono le Leggi del Codice Visigoto, qual'egli era divenuto dopo l'abolizione del Dritto Romano comandata dal Re Cindasvindo[101], e quale il Re Pipino l'avea conceduto a' Visigoti col Trattato d'Accomandigia del 759[102]. Secondo sì fatte Leggi, che poi per un'antica Versione Castigliana si dissero del Fuero-Juezo, diessi vinta la lite all'Abate Caunense[103].
Nè solo i Visigoti, ma eziandio, sì come ho già detto, i Romani Muzarabi deploravano amaramente la caduta e la soggezione della Gotica stirpe in Ispagna. Santo Eulogio, Romano di Senatoria famiglia, che nell'858 lasciò la vita per la fede Cristiana, deplorava nel suo Libro del Memoriale de' Santi le sorti della Penisola Ispana. Cadde, scrivea, cadde il Regno de' Goti, fiorente per la dignità de' suoi Sacerdoti, e splendido per l'ammirabile costruzione delle sue Basiliche. »Post excidium regni Gothorum, quod Venerabilium Sacerdotum dignitate florebat, et admirabili Basilicarum constructione fulgebat[104]». Fu Santo Eulogio discepolo d'Alvaro; famoso Goto di Cordova. Ma quanto più i Saraceni mettevano alle prove la pazienza così de' Visigoti come de' Romani Muzarabi di Spagna, tanto più qualche volta prorompeva della Gotica stirpe il rigoglio. Non dubitò quell'Alvaro di scrivere ad un suo detrattore, che rammentasse chi mai si fossero i Geti, ovvero i Daci, dond'egli procedeva: usi a spregiar la morte, usi a lodar le loro ferite. »Ut me, qui sim ipse, cognoscas et amplius me tacendo devites, audi,
»Mortem contemnunt, laudato vulnere, Getae........,
.... »Hinc Dacus premat, inde Getes occurrat[105]».
In mezzo alla vasta oppressione de' Muzarabi, Alvaro coltivò l'amicizia del Diacono Leovigildo, il quale ancor egli nacque Visigoto e possedeva in Cordova una ricca Biblioteca. Fu questa celebrata da esso Alvaro, ed il suo possessore s'ascoltò insignire d'una gran lode; ch'egli, cioè, splendeva di Getica luce: »Getica qui luce fulget[106]». In tal guisa i Visigoti serbavano in cuore la memoria della loro passata grandezza, e però sempre, quando Alvaro di Cordova scrivea, intendeano a conservare il più che poteano le tre cose, onde ho testè favellato, la Legge del Fuero-Juezo, la Liturgia e l'Architettura Gotica. Nell'878 tennesi un Concilio in Troia di Sciampagna, nel quale si fecero Sigebodo, Arcivescovo di Narbona ed altri Vescovi della Gallia Gotica innanzi al Pontefice Romano Giovanni VIII, pregandolo di provvedere a punire i sacrilegj: materia, di cui non si faceva parola nel Codice Visigotico[107]. Poichè Goti eran que' Vescovi, egli è facile il comprendere, che la loro Ecclesiastica dignità non li distoglieva dall'esercizio, nè togliea loro il godimento delle patrie Leggi civili, nè dava loro il consiglio di mutare in Romanese l'Architettura Gotica delle Basiliche da essi costruite.