CAPITOLO L. Da Gioviano a Teodosio. I santi Padri. Trionfo del cattolicismo.

Non rimanendo alcun rampollo di Costantino, e importando aver un capo da opporre all'incalzante nemico, fu acclamato Claudio Gioviano, primicerio de' domestici, trentaduenne, bello, piacevole, prode, non ambizioso, diviso tra il cristianesimo e le voluttà. Ridotto ad accettare capitolazioni indecorose ma inevitabili, dopo disastrosa ritirata si raccolse a salvamento in Nisibe.

Lo aveva preceduto nell'impero la fama della morte di Giuliano, accolta con impeti d'esultanza e di dolore; perocchè il labaro, drappellato in capo all'esercito annunziava ripristinato il culto del vero Dio. L'idolatria, risorta per obbedienza o per adulazione, ricadde per sempre; spontaneamente richiusi i tempj, cessate le vittime; i filosofi si rasero, deposero il pallio, e tacquero; i Cristiani non vendicarono l'arroganza e l'oppressione passata se non con un'allegrezza trascendente forse i limiti della carità: ma quanto son pochi quelli che s'accontentino di vincere senza voler trionfare!

Gioviano restituì le immunità alle chiese, al clero (364), alle vedove, alle vergini sacre, proibendo di violentarle o sedurle al matrimonio; richiamò i vescovi; interdisse magìe e superstizioni, ma non l'esercizio del politeismo; circondato dai vescovi delle varie sêtte, premurosi di trarlo dalla loro, egli si chiarì pei Cattolici. Ma appena riconosciuto da tutto l'impero, una notte morì (15 febbr.), chi dice d'intemperanza, chi d'asfissia, chi di tradimento.

Dopo dieci giorni, i capi dell'esercito buttarono la porpora sulle robuste spalle di Flavio Valentiniano, soldato pannone, in cui gran destrezza, valore, bella presenza, eloquenza naturale sebbene incolta. Siccome Gioviano, così egli fu eletto da soli i capi, non da tutto l'esercito, che, composto il più di Barbari mercenarj o di ragunaticci, poco badava a cui toccasse l'impero; e di tal passo s'introdussero le elezioni per intrigo.

Il 25 febbrajo era bisestile, giorno di sinistro augurio, onde Valentiniano si tenne nascosto, poi il domani fu acclamato a grida incessanti. Sentendo per altro la necessità che almen due capi vi fossero in tanta estensione, l'esercito il richiese di darsi un collega, e Valentiniano rispose: — Testè dipendeva da voi l'eleggere un imperatore; eletto, ora spetta a me il provvedere al pubblico interesse: non bisogna precipitare, state cheti e fidate in me». Poco appresso condiscese a quel voto intitolando augusto suo fratello Valente (8 marzo) di trentasei anni, che debole e timido, unico merito aveva l'amare il fratello; e gli lasciò le prefetture d'Oriente, tenendo per sè quelle dell'Illirico, dell'Italia, della Gallia, cioè quanto si stende tra i confini della Grecia, il muro Caledonio e il monte Atlante; l'antica amministrazione non innovando in altro che nello stabilire guardia doppia e doppia corte, una in Milano, una in Costantinopoli.

Sol dunque di Valentiniano spetta a noi il dire. Egli invitò ognuno ad esporre le querele, e ne fioccarono contro i ministri che avevano abusato della credulità e della superstizione di Giuliano, e che furono puniti di multe e tormenti. Soldato grossolano, dilettavasi a vedere torture ed esecuzioni; più gli veniva in grazia chi più spietato; e a Massimino conferì la prefettura della Gallia per avere menato strage tra le famiglie di Roma. Innocenza e Mica Aurea chiamava due orse che teneva sempre accanto alla sua camera, pascendole e trastullandole egli stesso; porgeva loro a sbranare i malfattori; e quando gli parve che Innocenza avesse abbastanza ben servito, le rese la libertà delle selve. — Uccidetelo» era l'ordinaria sua sentenza sopra le accuse; e non già per propria sicurezza, ma perchè gli aveano detto che vuolsi esercitar la giustizia.

Un prefetto desidera cangiar luogo, e l'imperatore: — Va, conte, e spicca il capo a costui che vuole spiccarsi dalla sua provincia». Un ragazzo sguinzaglia troppo presto un cane? un artefice fa una corazza bella, ma alquanto mancante del peso convenuto? sono decretati a morte. Trovate esauste le finanze, benchè da quarant'anni in poi il tributo si fosse addoppiato, Valentiniano non si fece coscienza d'intaccare le proprietà dei più ricchi e magnifici. Irritato dai disordini derivanti dallo esorbitare delle imposizioni, comanda gli si porti il capo di tre decurioni per ciascuna città di quella provincia. — Piaccia alla clemenza vostra decretare come comportarci ove tre decurioni non vi sieno», gli chiese il prefetto Florenzio; e l'ordine insano fu revocato.

Però nel vivere privato si condusse con castigata semplicità, nè fu cieco pei parenti. Difese avvisatamente l'impero, e lasciò che i giurisprudenti gli suggerissero ottime leggi. Zelante quando il mostrarsi cristiano recava pericolo, si mantenne poi tollerante[116]; allontanò una legione da una sinagoga, di cui disturbava il culto; i Pagani esercitassero i loro riti, esclusa però la magìa e le superstizioni che dal senato erano state interdette; ai pontefici provinciali concedette le immunità proprie dei decurioni e gli onori di conti[117]; lasciò rinnovare i misteri Eleusini, e si videro arder vittime sugli altari, menarsi per le vie le orgie di Bacco, e uomini e donne, vestiti di pelli caprine, stracciar cani e fare l'altre follie di quel culto.

Perchè il clero non si corrompesse nelle prosperità, a Dàmaso vescovo di Roma dirizzò Valentiniano un editto, che ecclesiastici e monaci non frequentassero le case di vergini e di vedove; ai direttori inibì di ricevere dalle figlie spirituali donativo, legato o eredità; e pare che dappoi a tutte le persone dell'ordine ecclesiastico fosse vietato l'accettar testamenti o legati, atteso l'abusare che alcuni faceano della fiducia, massime delle donne, onde fraudare i parenti della legittima eredità[118]; e il lusso e l'ambizione facevano che il seggio pontificale fosse ambito per ben altro che per zelo delle anime, e acquistato sin colla forza.

Valentiniano esercitò sua bravura contro le nazioni straniere, che quasi di conserto invadevano l'impero. I Germani, offesi della scarsezza dei donativi fatti agli ambasciatori spediti colle congratulazioni, si avventarono sulle Gallie, ruppero i Romani in battaglia ordinata, uccidendone il generale Severiano; ma poi vennero interamente disfatti da Gioviano presso Metz. I Sassoni penetrarono nell'impero; ma tolti in mezzo, furono rinviati, e malgrado la salvezza promessa, assaliti e fatti a pezzi. Valentiniano stesso entrò sul territorio degli Alemanni, e nel paese che ora è regno di Würtemberg li ruppe sanguinosamente, e passò gran tempo sul Reno (366-70) per inanimare i soldati alla fabbrica de' forti con cui muniva quella linea. Da lui istigati, ottantamila Borgognoni si affacciarono a quel fiume per danneggiare gli Alemanni; ma non vedendosi assecondati dall'imperatore, diedero volta, trucidando quanti aveano prigionieri.

Avendo Valentiniano fabbricato forti di là del Danubio sulle terre dei Quadi confederati, Gabinio re di questi venne in persona a querelarsene (373); ma essendo stato vilmente trucidato, i suoi mandarono a sperpero l'Illiria, e ruppero due legioni romane. Contro di loro mosso in persona, Valentiniano ne dilapidò le terre, sicchè essi spedirongli ambasciatori a Guns in Ungheria implorando pietà. Mentre a questi Valentiniano parlava coll'escandescenza cui soleva talora abbandonarsi, cadde morto (375 — 17 9bre), avendo vissuto cinquantacinque anni, regnato dodici.

Graziano suo figlio sarebbe potuto succedergli; ma alcuni, ambiziosi di governare sotto il nome d'un re bambino, acclamarono Valentiniano II, partorito da Giustina, seconda moglie del defunto, perchè nato nella porpora: e ne seguiva guerra civile se il prudente Graziano non si fosse quetato all'elezione, consigliando la vedova imperatrice a stabilirsi col figlio in Milano, mentr'egli assumeva il difficile governo delle Gallie.

Ma ecco giungergli avviso che i Goti aveano invaso l'impero orientale, onde s'allestì a difesa dello zio Valente; prima però che giungesse, questo in fiera giornata ad Adrianopoli era stato vinto ed ucciso (378 — 9 agosto). Con ciò Graziano trovavasi a diciannove anni padrone del mondo: se non che davanti si vedea un milione di Goti, insuperbiti d'aver ucciso quarantamila guerrieri, e acquistatone l'armi e i cavalli in una battaglia tanto segnalata; alle spalle gli si agitavano i Germani; all'un estremo del mondo fremevano i Persi, gli Scoti all'altro, istrutti alla prova che potevasi vincer Roma, incatenare od uccidere i suoi imperatori. Graziano, sentendosi insufficiente a tanti urti, il pubblico bene preferì alla personale ambizione, e fermò scegliersi a collega non un fanciullo nato per caso nella reggia, ma un uomo pari alla gravezza dei tempi; e pose gli occhi sopra un esule, un oltraggiato, che non ambiva nè sognava tampoco il trono.

Teodosio conte spagnuolo avea condotto gl'imperiali a vincere Firmo, principotto mauro di gran seguito, il quale avea sommosso l'Africa, disgustata dalle vessazioni di Romano, governatore avido, crudele, e insieme superbo a segno, che non volea mettersi in marcia se non con quattromila camelli. Firmo, ridotto alle strette, dopo ostinata difesa si strangolò; ma Teodosio rimostrò che le sollevazioni non si poteano prevenire efficacemente se non reprimendo gli eccessi de' governatori, e massime di Romano. Tale franchezza gli costò la vita.

Suo figlio, di nome anch'egli Teodosio, liberalmente educato, aveva nella Bretagna represso le irruzioni de' Pitti e Scoti, e vinto l'usurpatore Valentino, consegnandolo ai magistrati, ma esigendo non l'obbligassero a nominare i complici, per non essere costretto a punirli. Piombò poi sulle terre degli Alemanni, e assai ne prese, che furono messi in colonia sul Po. Venuto famoso per questi ed altri fatti, fu spedito duca della Mesia, la quale salvò dai Sarmati. Quando suo padre fu decollato, egli, sentendosi invidiato dai cortigiani, si ritirò in Ispagna, dispensando il tempo fra le cure di cittadino e la tranquilla amministrazione d'un vasto patrimonio, lieto di tre figliuoli, Arcadio, Onorio e Pulcheria.

Cincinnato della Roma decrepita, fu invitato da Graziano, prima a combattere in difesa dell'impero, poi a parte del trono, quando compiva i trentatre anni (370 — 19 genn.). L'imperatore non temeva che alla vendetta domestica posponesse il pubblico vantaggio, e gli sposò Galla sua sorella: il popolo ne ammirava la maschia bellezza, la maestà temperata dalla grazia, e — Viene dalla patria stessa di Trajano e d'Adriano; gli imiterà». A Teodosio furono assegnate le provincie già imperiate da Valente, oltre la Dacia e la Macedonia; Graziano serbò le Gallie, la Spagna, la Bretagna; mentre di nome obbedivano al fanciullo Valentiniano II l'Illiria occidentale, l'Italia e l'Africa.

Graziano sospese le persecuzioni; protesse le lettere e le coltivò, trovando agio di trattare la cetra colla mano avvezza alla spada, e di cantare le imprese degli eroi; al poeta Ausonio suo maestro concesse il consolato, e una toga quale gl'imperatori indossavano nel trionfo; conservò perenne amicizia con sant'Ambrogio vescovo di Milano[119]. Ma morti coloro che lo avevano messo sul cammino diritto, lasciossi forviare da indegni cortigiani, sicchè consumava il tempo tra le caccie e in disputare coi vescovi, de' quali talvolta assecondava l'intolleranza.

Nella Bretagna i soldati scontenti si levarono a sedizione; e Magno Massimo, compatrioto e commilitone di Teodosio, non avendo ottenuto grado pari alla sua ambizione, si fece gridare imperatore, e passò nelle Gallie con trentamila soldati e centomila paesani; coraggioso e degno d'impero se l'avesse cercato per vie migliori. Fissatosi a Treveri, si procacciava ogni giorno nuovi partigiani, anche dei più vicini di Graziano. Questi da Parigi fuggì verso l'Italia; ma presso Lione tratto insidie, cadde ucciso a ventiquattr'anni (383 — 23 agosto). Massimo spedì a Teodosio giustificandosi del fatto; e — Riconoscimi per collega, o mi sosterrò colle forze de' più floridi paesi dell'impero». Necessità e desiderio di risparmiare una guerra indussero Teodosio al patto; e i tre imperatori furono acclamati per tutto l'orbe romano.

Pochi anni dopo (387), Massimo, non sapendo limitare la sua ambizione, sotto finta di ausiliarj esibì un grosso di truppe, le quali in sicurtà di pace passando le Alpi, assicurarongli l'entrata nell'Italia. Valentiniano II, o dirò meglio Giustina che ne reggeva la fanciullezza, fuggirono allora da Milano, ove Massimo entrava trionfante: ma Teodosio sopragiunsegli con esercito agguerrito e somma rapidità; talchè chiuso in Aquileja, fu da' suoi spogliato e condotto all'imperatore (388 — agosto), che ne volle il capo a vendetta di Graziano. Sbrigata così la guerra civile, e sveltene le radici colla moderazione e col perdono, Teodosio salì al Campidoglio in trionfo.

E ben n'avea diritto: i Goti aveva ripartiti in colonie per paesi deserti, dove si convertivano al cristianesimo e alla civiltà; i Persiani invocavano la sua amicizia; i sudditi gli mostravano riconoscenza. Nella privata condotta abbastanza temperante, ai parenti affezionato e rispettoso, allevò come proprj i nipoti; affabile al conversare, variava tono a seconda delle persone, gli amici sceglieva tra' migliori, e impieghi e premj dava a' più degni, non adombrandosi del merito, nè dimenticando i benefizj. Fra le cure del vasto impero trovava pure alcun respiro onde applicarsi alla lettura, e massime alla storia, giudicando i fatti antichi, fremendo alle crudeltà di Cinna, di Mario, di Silla, il passato facendo scuola dell'avvenire. Senza ostacolo e quasi senza lamenti avrebbe potuto occupare intera l'autorità; pure ricollocò sul trono Valentiniano II, aggiungendogli anche le provincie tolte a Massimo di là dell'Alpi.

In tempi ove l'impero sfasciavasi, nè un palmo di terra egli perdette, costretto però aggravare le imposizioni, e amministrar con un rigore molto simile a tirannia, unico puntello del cadente dominio. La rivoltosa Antiochia avea minacciata d'estremo rigore; ma lo placarono gli anacoreti e san Giovanni Grisostomo. Tessalonica però, che uccise i primarj uffiziali di lui, fu condannata a sanguinoso sterminio. Ambrogio, vescovo di Milano, ove l'imperatore si trovava, ne smarrì d'orrore; gli scrisse ad esecrazione del fatto, esortando ne facesse penitenza a calde lagrime, e avvertendolo non ardisse accostarsi all'altare del Dio della misericordia colle mani stillanti del sangue innocente. Teodosio a quei rimproveri risensò; e poichè non poteva più riparare all'eccidio, si recò per penitenza nella basilica milanese. Ed ecco Ambrogio farsegli innanzi sul vestibolo, dichiarando che, pubblico essendo stato il delitto, pubblicamente doveva soddisfare alla divina giustizia; nè lo volle ricevere alla comunione finchè non si sottomise alla canonica penitenza. Spoglio delle insegne della suprema podestà, comparve supplichevole in mezzo della chiesa, confessandosi in colpa: col che dopo otto mesi ottenne indulgenza e d'essere ricomunicato; e frutto ne fu un editto che ingiungeva di soprassedere sempre trenta giorni alle comandate esecuzioni.

Di maggior memoria è degna quest'altra legge, viepiù opportuna dopo profonde commozioni: — Se alcuno, dimentico della prudenza, si fa lecito di straziare con trista e sconsiderata maldicenza il nostro nome, e per orgoglio si rende detrattore sedizioso del tempo presente, vietiamo gli s'infligga alcun castigo o maltrattamento. Se l'offesa proviene da leggerezza, vuolsi disprezzarla; se da follia, compatirla; se da perversità, perdonarla»[120]. Nè erano i detti smentiti dalle opere, giacchè essendosi scoperta una congiura contro di lui a Costantinopoli, e i rei condannati nel capo, Teodosio perdonò a tutti, e non volle si cercassero i complici, soggiungendo, — Così potessi rendere la vita ai morti»[121]. E un'altra volta un magistrato insistendo che degli uffiziali della giustizia doveva essere principal cura l'assicurare la vita del principe, — Sì (soggiunse egli), ma vorrei prendeste anche maggior cura della mia reputazione».

Poichè le rivoluzioni durature non si compiono d'improvviso, i primi imperatori cristiani aveano lasciato il culto antico sussistere allato al nuovo; ancora i riti pagani si riguardavano, o almeno chiamavansi nazionali; i pontefici sagrificavano in nome del genere umano; in mezzo alla curia Giulia, dove accoglievasi il senato, sorgeva sull'ara la statua della Vittoria, tolta ai Tarantini, e da Augusto ornata colle spoglie dell'Egitto; e prima delle adunanze, i senatori vi ardevano incenso, giurando fedeltà all'imperatore.

E in Italia non pochi nelle scuole difendevano le antiche credenze, e nella società se ne chiarivano campioni. Nominerò fra questi Vettio Agorio Pretestato, «capo della pietà pagana», nella cui biblioteca Macrobio fa radunare gl'interlocutori de' suoi Saturnali, e prestargli un rispetto vicino a venerazione. Mettevasi egli attorno gl'illustri avanzi del paganesimo; fu deputato a Valentiniano I perchè sospendesse le persecuzioni contro gli auguri; ed altamente onorato finchè visse, ebbe dopo morte due statue dagl'imperatori, una dalle Vestali[122].

A lui diresse amichevoli lettere Aurelio Anicio Simmaco romano, che dal retore Libanio avea succhiato la venerazione del paganesimo e la speranza di rintegrarlo. Nato dal prefetto di Roma, salì pontefice, questore, pretore, governò la Campania e i Bruzj, stette proconsole in Africa, indi prefetto di Roma, da ultimo console (391); parteggiò per Magno Massimo, vinto il quale, rifuggì in una chiesa di quei Cristiani che aveva osteggiati, e papa Liberio gl'impetrò perdono; aggregato ai pontefici, vi portò uno zelo vigoroso, lamentando che troppi di essi col negligere i sacri doveri cercassero la grazia degli imperanti. Mirabile accecamento! in mezzo a tanta mutazione, egli favella delle patrie religioni come niuno le avesse revocate in dubbio, e a Pretestato scrive: — Oh se m'accora che, dopo moltiplicati sacrifizj, il funesto presagio manifestatosi a Spoleto non siasi ancora pubblicamente espiato! Giove si mostrò favorevole appena alla quarta mactazione, e neppure all'undecima ci fu possibile soddisfare alla fortuna pubblica. Deh in qual paese siamo! Ora si tratta di raccorre ad assemblea i colleghi nostri, e ti terrò informato se giunsero a scoprire qualche rimedio divino»[123]. Con singolare contrizione supplica egli i patrj numi che perdonino le neglette cerimonie[124]; esorta le Vestali a mantenere severa la disciplina; chiede la punizione d'alcuna che avea leso il voto[125]; e s'adopera per sostenere la politica importanza del paganesimo.

A questa unicamente dirigeano la mira i difensori del politeismo in Occidente; a differenza dell'impero Orientale, che aveva in Atene una scuola regolarmente piantata all'uopo di mantenere, per una catena d'oro d'iniziati, la fiducia nelle defunte immortalità e nelle dottrine teurgiche associate al neoplatonismo. Solo i maestri delle varie scuole di Roma, Milano, Bordeaux, Treveri, Tolosa, Narbona diffondeano le favole degli autori pagani nel farne ammirar le bellezze; e quando uno di essi, Eugenio, dall'accidente fu portato al trono, diede mano all'idolatria, rialzò l'altare della Vittoria, collocò la statua di Giove al varco delle alpi Giulie[126], e drappellava l'effigie di Ercole innanzi a' suoi eserciti.

La costoro esistenza è prova che il cristianesimo trionfante si guardò dalle persecuzioni, cui era soggiaciuto nascente. Il numero però de' Cristiani era grandemente cresciuto, e illustri famiglie[127] vi aggiungevano credito e potenza. La stessa scenica persecuzione di Giuliano, comprimendo un istante la libera manifestazione del culto, rintegrò l'elasticità; e il facile trionfo sopra la impotente ricomparsa degli idoli di Grecia crebbe l'autorità dei vescovi, che, quasi altrettanti capitani non solo per dilatare il cristianesimo, ma per combattere il politeismo, a gran voce domandavano che la società rompesse finalmente i legami che l'avvincevano all'idolatria.

Internamente però la Chiesa non avea mai cessato d'essere conturbata dalla quistione sulla natura del divin Figliuolo; e vescovi gli uni avversi agli altri, non paghi di lanciarsi riprovazioni ecclesiastiche, studiavano nuocersi a vicenda ora nell'opinione de' fedeli, ora nel favore dei potenti. Questi collocavano nelle sedi non il più meritevole, ma quello che tenesse la loro credenza; e spesso il popolo od eleggevasi un altro vescovo, o lasciando vuote le chiese, s'adunava alla campagna; agli uffiziali che volessero mescolarsene facea resistenza, e ne nascevano violenze, bandi, uccisioni.

Di nuove glorie intanto ammantavansi i padiglioni del militante cristianesimo; e i santi Padri costituivano una letteratura, non educata alle imitazioni, non a ritrarre una società che avea cessato d'esistere, od una ideale che non era esistita mai, bensì il presente, l'attualità, le idee sociali più avanzate, cioè le religiose.

Nei primi tempi del cristianesimo predomina il miracolo; e sebbene campeggi la potenza dell'uomo nel soffrire, nel resistere, nel vincere, quegli avvenimenti sono men tosto da descrivere che da venerare. Semplici ed incolti erano la maggior parte de' primi discepoli, più pratici che speculativi, più d'azione che di discorso; la dottrina, perpetuata dalla tradizione orale e viva, concentravasi in poche parole gravi e schiette; nascevano dispute? le terminava la voce d'un discepolo che potea dire, — Ho veduto io stesso il verbo umanato» oppure — L'ha veduto chi a me lo narrò»; e della verità era splendida prova la rinnovazione dell'uomo interno, che si operava per via di virtù dapprima ignote, pace, fraternità, eguaglianza, universale beneficenza, costanza ai martirj, magnanimo perdono. Ma ben tosto i dotti, loro malgrado, sono costretti ad accorgersi della presenza de' novatori, e se non altro, a vituperarli: allora i Padri cominciano a difendere i dogmi dai Gentili e dai filosofi, per mostrare come le dottrine antiche siano inferiori e meno conformi alla ragione. Non paghi di tenersi sulle difese, provano la verità della dottrina cristiana con eccellenti ragioni, coi miracoli, colle profezie; e già mettono fuori idee profonde e nuove sulla natura di Dio e su quella dell'uomo; anzi colla logica e colla storia assaltano il paganesimo e la filosofia, e a quegl'imperatori onnipossenti favellano con nobile ed insolita libertà.

Qui ci si apre un nuovo prospetto dell'attività latina. Ne' primi secoli le Chiese occidentali somigliarono a colonie delle orientali; ordinamento, riti, libri, lingua liturgica erano greci: perocchè la greca era la lingua internazionale dell'impero, siccome nel XV secolo l'italiana ed oggi la francese; laonde con essa parlavano gli apostoli e gli eresiarchi, la Bibbia leggeasi nella versione dei Settanta fatta ad Alessandria, in greco si stesero le omelie di san Clemente, il Pastore di Ermia, le apologie di san Giustino, la confutazione delle eresie di Ippolito, il quale, al par di Origéne, predicò a Roma in greco. Non dicasi per questo che la religione cristiana appartenesse alla letteratura de' Greci; chè se di questi tiene la forma, ebraico essenzialmente erane il fondo, colla semplicità, coll'ispirazione, colla rigidezza d'espressione e di sentimento.

Dopo gli apologisti di cui già parlammo (pag. 115), il primo scritto teologico in latino fu l'Ottavio di Minucio Felice. Ottavio convertito e Cecilio ancora pagano, condottisi ad Ostia, dove villeggiava Minucio celebre avvocato, passeggiavano sul lido; e perchè, al vedere un idolo di Serapide, Cecilio si pose la mano alla bocca baciandola, come praticavasi in segno d'adorazione, Ottavio il disapprovò come d'ubbia indegna d'un par suo. Fermatisi poi ad osservare fanciulli che faceano il rimbalzello mentre altri ne prendevano diletto, Cecilio rimaneva pensieroso sopra le parole udite, sicchè fu proposto di mettere fra loro la cosa in discussione. Tale è il soggetto d'un dialogo di Minucio, che volta a volta rende sapore de' platonici; Cecilio sostiene gli Dei, antica e generale credenza, contro questa pazzia di gente nuova, deturpata di sozze infamie e perseguitata; ma gli altri due sillogizzano così bene, che egli si dà vinto e convertito.

L'africano Arnobio, a lungo sostenuto il paganesimo, si rese vinto alla Chiesa, la quale gl'impose d'adoperare contro dell'idolatria la sua artifiziosa parola. Come dunque dapprima aveva commentato gli autori profani, così nei sette libri contro i Gentili offrì una compiuta oppugnazione delle antiche credenze, rivolgendosi agli addottrinati ch'erano capaci di bilanciarle colle nuove; confuta coloro che dicevano, — Dopo il cristianesimo è perito il mondo: il genere umano diventa preda di ogni male»; e nel suo zelo di proselito, domanda la distruzione non solo dei teatri, ma anche delle opere de' poeti.

Educò egli un altro potente campione del cristianesimo in Lattanzio suo compaesano. Più d'immaginazione oratoria che di storica verità egli fa prova nel trattatello Della morte de' persecutori; nelle Istituzioni divine, pubblicate sul fine del regno di Costantino, debolmente ribattè gli errori senza saperli schivare. Men notevole per elevata eloquenza che per accurata espressione, è il più elegante fra gli autori ecclesiastici latini, nè però merita il titolo di Cicerone cristiano. Ben lontano dall'indignazione di Giulio Firmico, il quale suggeriva di punire l'idolatria a rigor di legge, proclama essere la religione la cosa più spontanea: — Via da noi il pensiero di vendicarci de' nostri persecutori; a Dio se ne lasci la cura; il sangue de' Cristiani ricadrà sul capo di chi lo versò».

San Cipriano, vescovo di Cartagine (248), colle moltissime opere di soave e lucida abbondanza, contribuì forse meglio che altri a separare i due ordini di fede e d'esame, di rivelazione e di concepimento, la cui mescolanza produce o la schiavitù o il traviamento dell'intelligenza, mentre la distinzione schiude allo spirito umano le barriere dell'infinito, traendolo dal simbolo nella realtà.

San Girolamo (331-420), nato nobilmente a Stridone nella Dalmazia, educato a Roma sotto Donato commentatore di Terenzio, e sotto il retore Vittorino, contrasse la coltura e la corruzione di quella grande città, finchè nauseato concentrò sopra il cristianesimo l'ardore potente che prima dissipava nelle passioni. Gustò le maschie voluttà della solitudine, abbellita, come egli dice, «dai fiori di Cristo, lontano dall'affumicata prigione della città»: ma non restandone soddisfatta la operosità sua, si condusse ad Antiochia, dove contro voglia fu ordinato prete; indi a Costantinopoli, benchè quinquagenario, si pose discepolo a Gregorio Nazianzeno nell'esegesi sacra, e mutò in latino varie opere; poi a Roma papa Damaso l'adoprò a diversi negozj e lavori letterarj.

Quivi legò amicizia con pie matrone, degne di storia. Melania, uscita d'una di quelle case senatorie, alle quali, cessata ogni potenza politica, erano rimaste opulentissime rendite, perduti il marito e due figli, lasciò il terzo fanciullo per passare in Egitto a conoscere gli anacoreti; sovvenne largamente ai fedeli perseguitati dagli Ariani, accogliendoli nella fuga, e vestendosi da schiava per nutrirli e consolarli nelle prigioni. Marcella, pur vedova, erasi raccolta in villa a monastico rigore con Principia sua figliuola. Di pari virtù rifulgevano Asella ed Albina, suora e madre di Marcella. Per maggiore pietà e più generosi soccorsi a poveri ed infermi si segnalò Paola d'antichissima famiglia[128], colle sue figliuole Eustochio e Blesilla. Queste dame sottometteansi al dominio dell'anima robusta di Girolamo, e così Leta, Fabiola, altre coscienze profondamente convinte, che colle virtù più austere protestavano contro le fiacchezze, e soccorrevano generosamente alle miserie d'un secolo infelicissimo.

Saldo al vero, Girolamo insegnava che la saldezza della Chiesa dipende dall'unità del pontefice, e se a questo non si dia un potere superiore agli altri, v'avrà tanti scismi quanti vescovi. Umile in faccia a Dio, altero in faccia agli uomini, flagella stizzosamente quanti vizj incontra; nè risparmia gl'indegni ministri della religione, smascherando certuni che, fattisi diaconi e sacerdoti per trattare più liberamente colle donne, si piacevano in vesti eleganti, capelli ricci e profumati, anelli alle dita, camminar in punta di piedi, traforarsi nelle case, e sollecitare donativi e legati[129]. Punti da ciò, tolsero a perseguitare il santo, denigrandone le amicizie spirituali; tanto che egli, sebbene davanti ai magistrati si chiarisse innocente, abbandonò Roma e tornò in Palestina, percorrendone passo passo i luoghi per meglio comprendere le sacre scritture.

Paola suddetta, fissatasi con Girolamo a Betlemme, dove accorrevano Cristiani d'ogni paese senza distinzione di grado o di ricchezza e riguardando primo chi facevasi ultimo, presedette a un monastero di donne; Girolamo ad uno d'uomini. Caloroso martire di se stesso, egli scriveva sin mille righe il giorno: pure trovava tempo di spiegare la Bibbia a' suoi anacoreti, dirozzare colle prime lettere i fanciulli, e tornare di furto agli autori profani, delizia della sua gioventù.

Anche Melania, piantatasi a Gerusalemme, vi accolse per trent'anni tutti coloro che affluivano a venerare i santi luoghi. Con lei erasi stretto di spirituale amicizia Rufino prete d'Aquileja, ammiratore d'Origene, teologo austero, ma traviato dal proprio orgoglio; talchè Gerusalemme, popolata di questi fervidi proseliti e ingegnosi, divenne il centro delle dottrine rigorose e razionali di Origene. Girolamo, che dapprima lo avea levato a cielo, dappoi ne vide il pericolo, e cominciò contro Rufino una polemica, disabbellita da ingiurie che ripescava in Persio e Giovenale.

Le più importanti sue elucubrazioni sono di critica sacra. I Greci aveano avuto fin dall'origine i libri sacri, stesi in parte dagli apostoli in quella lingua, come la più diffusa: i Latini anch'essi di buon'ora ne fecero una traduzione, per quanto faticoso riuscisse il voltarli nella lingua del vulgo, da cui fu detta la Vulgata. Incaricato da Damaso di togliere ad esame la versione italica dei Vangeli, fedele ma da interpolamenti e variazioni alterata, Girolamo il fece, e insieme corresse il Salterio, Giobbe ed altri libri che non ci rimangono. Pensò poi a una nuova versione dell'antico Testamento, non più sul testo dei Settanta, ma sull'originale; e per quindici anni vi si ostinò, fedele al testo a segno da introdurre nella lingua molti modi ebraici, valendosi pure delle versioni siriaca ed araba, e delle greche: fatica stupenda per un uomo solo, ove dovette crear quasi una lingua nuova, che si appropriò immagini e frasi orientali, piegossi ad esprimere idee e cose opposte al suo carattere, eppure non perdette maestà e gravità. Per tale opera le lingue d'Oriente vennero ad influire, più tardi, sopra quelle dell'Europa; e la traduzione di Girolamo, adottata dalla Chiesa invece dell'antica italica fatta sopra i Settanta, diventò fondamento a quella che il concilio Tridentino dichiarò autentica.

Accortosi per propria sperienza che alcune letture aduggiano i fiori celesti sotto un rigoglio d'importuni pensieri, e smorzano il gusto degli studj meglio confacenti a Cristiano, Girolamo nella tarda età garriva coloro che, dopo abbandonata la sapienza del secolo, si nauseavano della semplicità delle sacre scritture, e tornavano ai poeti[130]. Eppure egli stesso gli amò sempre, tanto che gliel'apponevano i suoi avversarj: nuovo indizio della battaglia, che le due civiltà si portavano nella letteratura come in ogni altra cosa.

Del che un nuovo esempio abbiamo in Ponzio Meropio Paolino da Bordeaux (353-431), che, dopo dignità primarie nella Spagna e nelle Gallie, governò la Campania; e nominatissimo per parentadi non meno che per dottrina, consentì alla chiamata di Dio, rinunziò al mondo, e a Roma ricevette il battesimo. Di tale acquisto i Cristiani fecero pubbliche gratulazioni, mentre i Pagani se ne rodevano; parenti e amici incontrandolo voltavano largo da lui come da disertore; clienti, liberti, schiavi consideravano rotto ogni vincolo con esso. Il poeta Ausonio non lasciò via intentata per istornarlo dalla sua risoluzione, tra le frivolezze letterarie d'allora non intendendo come la forza della convinzione e l'autorità della coscienza potessero reggere contro consigli e lamenti così poetici.

Paolino, a Firenze animatosi nei colloquj di sant'Ambrogio, si ritirò nella solitudine presso Nola, ove colla moglie, ridotta a sorella, visse sedici anni, istituendo una specie di Tebaide fra le delizie della Campania: fabbricò una chiesa a san Felice con dipinte istorie dell'antico Testamento, per guardar le quali i terrazzani dimenticavano fin il desinare. Minacciano i Barbari? ei non li teme, assorto in una pace che il mondo non può rapire. Ogn'anno, il giorno natalizio del suo santo prediletto, compone un canto; e benchè gl'idolatri della forma sentenziino ch'egli scrisse meglio da pagano che convertito, Ambrogio trovava composti e soavi quei carmi, e Agostino ne lodava la gemebonda pietà. Fatto vescovo, mantiene corrispondenza con Ambrogio, Girolamo, Agostino, coll'Italia, coll'Asia, coll'Africa, ricambiando idee, consigli, schiarimenti.

Trapassando altri Padri della Chiesa occidentale, nominerò Zenone vescovo di Verona, che sbarbicò dalla sua chiesa i resti dell'idolatria e dell'arianismo, e ci lasciò settantasette discorsi, eleganti d'espressione, se non nuovi d'idee. Eusebio sardo pel primo introdusse la vita regolare fra il clero di Vercelli ond'era vescovo; nel concilio di Milano resistette all'imperatore, il quale cacciò fin la mano alla spada contro di esso; mandato esule qua e là, stava nella Tebaide allorchè lo richiamò l'editto di Giuliano; caldeggiò sempre sant'Atanasio; fu spedito a rimettere in pace la chiesa d'Antiochia; al che non essendo riuscito, tornò alla sua sede, ove chiuse santamente i giorni. Ebbe amico Lucifero vescovo di Cagliari, uno dei più fervorosi oppugnatori de' varj scismi, e che dall'esiglio mandò all'imperatore uno scritto dettato con quella violenza che gli faceva ordinare a' suoi di non aver comunicazione di sorta cogli eretici. Conformi opinioni sosteneva l'amico suo diacono Ilario, pretendendo sino che gli Ariani, per rientrare in grembo alla Chiesa, dovessero ribattezzarsi; il che lo faceva da san Girolamo soprannomare il Deucalione del mondo.

Mai non s'era pensato dai Pagani ad accogliere in una chiesa il popolo per esporgli che cosa credere, come adorare, come operare: la cognizione delle cose sacre, siccome tutto il resto, essendo privilegio di pochi, non mai accomunata alle plebi. D'altra parte, che sarebbesi potuto predicare nel tempio quando i dottori stessi non aveano dogmi comuni, e stavano perplessi sulla morale? L'eloquenza antica esercitavasi negl'interessi particolari d'un cittadino o d'una città; al più qualche filosofo disputava coi discepoli, ma intorno a dottrine speciali, sprovvedute di carattere pubblico e universale.

Da che Cristo ebbe detto, — Andate e predicate a tutti», doveva alla congregazione dei fedeli essere esposta la verità universalmente accettata, e spiegarvisi i punti che rilievano alla salute di tutti. Dalla più tenera età il sacerdote assumeva il fanciullo, e col catechismo gl'insinuava le verità sublimi, mercè delle quali potrebbe anche la femminetta rispondere a ciò che ignoravano Aristotele e Platone. L'istruzione continuava quanto la vita, o confermando i credenti, o convertendo i traviati, o persuadendo gl'increduli. La predicazione sulle prime era avvalorata dal santo olezzo della virtù, dall'evidenza del miracolo; e parlando lo Spirito Santo per bocca degli apostoli, non era mestieri di persuasive d'umana sapienza[131]. Ma come la religione fu estesa e mescolata alla società, si munì anch'essa delle armi con cui l'errore la combatteva, e l'eloquenza fu trasportata dalla ringhiera al pulpito, dalla politica alla morale, dagl'interessi del mondo a quelli del cielo. La Chiesa, fatta trionfante, volle ornarsi dell'eloquenza, come si ornava di pompe e d'apparati, e supplì coll'arte del pulpito all'intepidita fede primitiva. Suo primo campo furono le lotte cogli Ariani; poi giganteggiò per opera di oratori, i quali, nel combattere l'orgoglio del sapere e l'indocilità del cuore, reggono a petto di quanto l'antichità vanta di più insigne, non che sorpassare di buon tratto i loro contemporanei.

Con gagliardia affrontò Ariani e idolatri (340-97) in Occidente sant'Ambrogio, romano nato a Treveri. Come governatore della Liguria e dell'Emilia sedeva egli in Milano, dove la presenza dell'imperatrice Giustina facea prevalere gli Ariani a segno, che vi fu posto a vescovo il cappadoce Ausenzio di quella setta. Quando l'imperatrice ottenne dal figlio una legge, che a quelli concedeva piena libertà di assemblee, e guaj se i Cristiani li molestassero, il segretario Benevolo negò formolarla, e rinunziò piuttosto al grado; ma Ausenzio se ne incaricò. Allorchè questo vescovo morì, poteasi prevedere tumultuosa l'elezione del successore, che faceasi a voci di popolo; e il governatore Ambrogio si presentò ai comizj per tenerli in dovere. Ma appena entrato, le due divise d'accordo gridano: — Sii vescovo tu stesso», poichè il vescovo si eleggeva di qualunque condizione, nè tampoco esigendosi fosse cristiano; onde Ambrogio, tentato invano sottrarsi a quel peso colla fuga e col seder giudice in un caso di sangue, riconoscendo il volere di Dio a portentosi indizj, si lasciò battezzare, poi ordinar prete e vescovo; e ceduto ai poveri il suo denaro, alla Chiesa i terreni, al fratello Satiro l'amministrazione della propria casa, tutto si affisse al santo ministero.

Dalla Bibbia e dai Padri, letture a lui nuove, tal frutto colse, che divenne il primo dei santi Padri in Occidente; e se cede in genio a Gregorio Magno, a Basilio, a Giovan Grisostomo, li supera in pratica attività, sublimandosi negli atti più che negli scritti. La vita sua, delineataci eloquentemente da Paolino suo segretario, era assorta nelle cure più diverse; giudicare cento affari a lui portati dai fedeli, curare spedali, attendere ai poveri, accogliere tutti con affabilità, e fra ciò meditare e comporre: forniva di vescovi chiese che mai non ne aveano avuti; visitava ed incorava gli altri, e talvolta li raccoglieva a concilj; interponevasi a favore de' rei di Stato; vendeva gli ori del tempio per riscattare prigionieri dai Goti. Missioni importanti erano a lui affidate come a pratico: da Valentiniano morendo gli furono raccomandati i suoi figliuoli: dissuase Magno Massimo dall'entrare in Italia: ucciso Graziano, andò ad impetrarne il cadavere, e con franchezza intimava a Teodosio la verità, e gl'insegnava le distinzioni fra il sacerdozio e l'impero, talchè quegli diceva, — Solo Ambrogio conosco, il quale di vescovo porti degnamente il nome». Intanto egli rappresentava con dignità ed amore il tribunato che in nome di Cristo aveano assunto i vescovi dopo caduto quello in nome della legge, colla parola e colle opere offrendosi sostegno al popolo, invocando la giustizia o l'indulgenza de' principi, interponendo a favore de' tapini e de' soffrenti le dottrine della povertà, dell'eguaglianza, del riscatto umano, operato col sangue d'una vittima celeste.

Quanta pratica avesse coi classici lo palesano le opere sue; sebbene scriva balzellante e scorretto, senza padronanza di frasi, e con vane sottigliezze e giocherelli, qualora non sia animato dal sentimento del dovere o del pericolo[132]. Nella più estesa e curiosa fra le sue opere, sui Doveri degli ecclesiastici, passa in rassegna quelli di tutti gli uomini, e scioglie quistioni di pratica filosofia. Nell'Esamerone, commentando le sei giornate del mondo creato, molto si giova di Origene. I suoi elogi della virginità producevano tale effetto, che padri e mariti lamentavansi perchè troppe donne dedicassero a Dio la loro continenza.

L'imperatore Graziano avea decretato che ciascuno potesse onorar la divinità nelle adunanze al modo che più credesse opportuno; ma Ambrogio seppe persuaderlo a ferire di colpo estremo l'osservanza antica. In conseguenza ordinò di toglier via dal senato di Roma la statua della Vittoria; poi chiamò al fisco tutti i beni con cui mantenevansi i tempj, i pontefici, i sacrifizj; annullò i privilegi politici e civili delle Vestali, e vietò ai sacerdoti d'accettare legati se non di beni mobili[133]. Spaventati i nobili romani, i capi del senato, e quelli che si ostinavano a chiamarsi «la parte migliore dell'uman genere»[134], spedirono a Graziano perchè sospendesse questi decreti; e per fare maggior colpo, gli recarono la veste di sommo pontefice, religiosamente custodita, e che a lui dovea rammentare la lunga serie de' predecessori che se ne fregiarono come simbolo del potere supremo in terra e d'onori divini dopo morte. Graziano non si arrese a quelle dimostrazioni, e proferì, — Tale ornamento disdicesi a cristiano»; onde la religione antica rimase senza sommo pontefice, e il sacerdozio spogliato dei beni che lo facevano ambire anche dopo ch'era privato degli onori e de' privilegi.

Nè diverso esito sortì l'ambasceria mandata a Valentiniano II acciocchè ripristinasse l'altare della Vittoria; e le suppliche di Simmaco e di Libanio a tale intento sono l'ultimo grido del paganesimo, che sentesi trafitto nel cuore. Lo sdegno di questi esalò non soltanto in segreti mormorii, ma in voci aperte; nè forse restarono estranj alla sommossa, nella quale Graziano perdette la vita. Ma soccombettero definitivamente allorchè ebbe la porpora Teodosio, che il titolo di Grande dovette principalmente all'avere terminata con coraggio e convincimento la prolungata contesa fra le due religioni.

Narrasi che, venuto a Roma, e ricevuto da un bell'incontro di dame e senatori, Teodosio proponesse a discutere qual fosse la religione da seguitarsi, e che l'idolatria vi soccombette. Il fatto non ha sembianza di vero: certo per legge generale egli vietò che «alcuno si contaminasse co' sagrifizj, immolasse vittime, difendesse simulacri fatti a man d'uomo»; i magistrati non entrassero ne' tempj; confisca per qualunque atto d'idolatria, e morte a chi immolasse; il giorno del Signore fu dichiarato sacro, proibendo in esso i giuochi e gli spettacoli, e riformando il calendario giuridico a norma delle prescrizioni cristiane[135]. Eppure le leggi di Teodosio convincono che non erano cessati i riti antichi; imperocchè egli decretò che, chi dal cristianesimo ritornasse all'idolatria, rimanesse incapace di disporre de' suoi beni per testamento; dappoi estese questo statuto ai catecumeni, e dichiarò infami gli apòstati[136]. I concilj ripeterono queste leggi, e gli scrittori ecclesiastici inveivano contro le cerimonie gentilesche, conservate massimamente nelle feste, nei saturnali e nei giuochi. Tempj e delubri furono però chiusi allora dai magistrati, e spesso demoliti dalla pietà: i senatori, come cantava Prudenzio, bellissimi splendori del mondo, deposero le insegne del vecchio sacerdozio per rivestire la candida toga del catecumeno[137].

Restava a domare l'eresia; e Teodosio, caduto in grave malattia, decretò essere volontà sua che tutti aderissero alla religione insegnata da san Pietro ai Romani, quale allora si professava dal pontefice Damaso e da Pietro vescovo d'Alessandria; ai seguaci di essa dava autorità d'assumere il titolo di Cristiani Cattolici; i dissidenti infamava col nome d'eretici, minacciandoli anche di castighi[138]. Rimossi i vescovi e cherici ostinati, senza tumulto nè sangue si stabilì la fede ortodossa; e il terzo[139] concilio ecumenico, adunato in Costantinopoli, confermò nell'interezza sua il simbolo Niceno, dichiarandolo più distesamente in alcuna parte, onde combattere posteriori eresie.

Ciò in Oriente; ma fra noi l'arianismo erasi ricoverato sotto il manto di Giustina madre di Valentiniano II, la quale, arrogando all'imperiale autorità anche l'ispezione sopra il culto, pretendeva che sant'Ambrogio cedesse agli Ariani una delle chiese di Milano. L'indegna proposizione con fermezza egli respinse; e Giustina, chiamando ribellione l'opporsi ai voleri imperiali, si ostinò d'ottenere a forza l'intento. Cominciò a gravare i mercanti d'una tassa di ducento libbre d'oro, e imprigionare molti che non vollero o non potevano pagarla. Mandò ad Ambrogio l'ordine di uscire dalla città, ma egli protestò non poter abbandonare il gregge da Dio affidatogli: minacciollo di morte, ed egli mostrò nulla desidererebbe meglio del martirio. Deliberata poi di pubblicamente solennizzare a modo suo la pasqua, citò Ambrogio al suo consiglio; ma per ispontaneo affetto essendogli corso dietro a turba il suo gregge fino al palazzo, i ministri imperiali dovettero supplicare il prelato a disperdere e calmare l'estuante moltitudine, promettendo non sarebbe violata la religione.

Bugiarde promesse! Nella solenne mestizia della settimana santa, uffiziali di palazzo si recano dapprima alla basilica Porziana, poi alla nuova[140], per disporre ogni cosa a ricevervi l'imperatore e sua madre. Il popolo torna allora sui tumulti, sicchè gran pena durarono le guardie a difendere le chiese; e un sacerdote ariano versava in grave pericolo, se non fosse ricorso per difesa ad Ambrogio stesso. Questi negava d'esser obbligato a cedere il tempio, attesochè le cose divine non vanno soggette all'imperatore, il quale si trova nella Chiesa, non sopra la Chiesa; e dalla cattedra di verità mostrava come sia lecito resistere all'ingiustizia, non però con armi, non colla forza; pregava Dio a non permettere si versasse sangue per la sua Chiesa; e congregati nelle due basiliche i fedeli, gl'intratteneva, or cantando, ora predicando, e ripeteva — La tirannide del sacerdote è la sua debolezza».

Fu allora che Ambrogio, per animare e distrarre il popolo, introdusse il cantare a vicenda in due cori, cioè le antifone, ancora inusate nel nostro Occidente. Prima d'allora certamente cantavasi dai fedeli, ma forse con una semplicità tutta di pratica; e probabilmente nelle chiese derivate dagli Ebrei seguivasi il modo che questi aveano tenuto nel recitare i salmi, mentre in Grecia vi si applicavano le melopee della lira. Da questa melopea greca prese le mosse Ambrogio, sia togliendone i nômi o le arie popolari, sia riducendo in octacordi, o serie di otto suoni (le ottave), i tetracordi o serie di quattro suoni di cui componeansi i modi greci[141]. Scrisse pure inni di nobile commovente semplicità, alcuni dei quali si cantano tuttora[142]. Con santa compiacenza egli rimembrava la melodia d'uomini e donne, di vergini e fanciulli, sonante come il fragore delle onde, e dalla quale anche sant'Agostino restava commosso fino alle lagrime[143].

La fermezza d'Ambrogio vinse l'ostinazione dell'imperatrice, che dischiuse le carceri, tolse le guardie; e Valentiniano, sentendo la potenza di quell'inerme, diceva a' suoi uffiziali: — Se Ambrogio l'ordinasse, voi mi consegnereste a lui colle mani legate».

Ma poco di poi gli fu elevato incontro un dottore degli Ariani, e pubblicato un editto che permetteva a questi di tenere loro assemblee, minacciando di morte i Cattolici se le turbassero. Ambrogio tornò alle armi sue, la predica, le antifone; e dì e notte la chiesa fu occupata dai fedeli. Tale consenso distolse i principi dall'usare violenza; e il concilio d'Aquileja, tenuto poco dopo il Costantinopolitano, e dove Ambrogio sostenne la parte principale, chiarì la fede de' vescovi d'Occidente, che poterono asserire non esistere più Ariani fino all'Oceano.

Ambrogio durò ventidue anni al laborioso ministero, finchè di cinquantasette a Dio piacque chiamarlo al premio. Si pretende che, per ricompensare lo zelo adoperato contro gli Ariani da lui e da san Valeriano, il pontefice erigesse le sedi di Milano e d'Aquileja in metropoli, dignità fin allora ignota in Occidente. La prima estese la giurisdizione sui vescovadi da Po fin dentro la Rezia; l'altra su quei della Dalmazia, della Pannonia, del Norico, e poc'a poco della Venezia: e l'un metropolita consacrava l'altro, risparmiando il difficile viaggio a Roma.

Contemporaneamente san Filastro combatteva gli Ariani, stese un Catalogo delle eresie, e fatto vescovo di Brescia «città rozza, ma avida di dottrina»[144], resistette a Valentiniano e Giustina insieme con Benivolo, magistrato, il quale, piuttosto che cedere alle blandizie dell'imperatore, si ritirò a vivere oscuro in riva al Benàco. A questo Benivolo sono diretti alcuni sermoni di san Gaudenzio, che peregrinato a Gerusalemme, in Antiochia conobbe san Giovanni Grisostomo, poi succedette a Filastro nel vescovado di Brescia, ove colle reliquie portate d'Oriente consacrò una chiesa col titolo di Concilio de' Santi. Vigilio dal vicino Trento scorreva la valle dell'Adige e il Veronese, predicando, battezzando, ergendo chiese, abbattendo idoli: perocchè nelle vallate alpine conservavasi il culto di Saturno, e nella trentina di Non (Anaunia) circuivansi processionalmente i campi, litando a quel dio; al che non avendo voluto uniformarsi Sisinio, Martirio, Alessandro, furono martirizzati: anche i valligiani di Rondera, ligi all'adorazione di quell'idolo, lapidarono Vigilio[145].

Sì grandiosi uffizj incombevano ai Padri in quella Chiesa, che di perseguitata diveniva dominatrice; ma sebbene greci e latini difendano le stesse verità, e in tutti si senta la convinzione che lotta, l'entusiasmo che eleva, la carità che santifica, traggono carattere particolare dalla natura del paese, secondo che vivono in Oriente o in Occidente. In Roma non erano mai prosperate la metafisica e la filosofia sublime, per difetto in parte della lingua; mentre il sano intelletto e lo spirito pratico vi campeggiarono nello svolgere ed ordinare la legislazione. Pertanto gli apologisti latini non offrono grande apparenza d'ingegno, conservano alcun che dell'alterezza romana, rigidi, ostinati di non calare ad accordi coll'avversario, nè tampoco valersi d'altre armi che le proprie; onde sdegnano gli ornamenti dell'eloquenza, gli artifizj della logica, le reminiscenze della letteratura ostile. La Grecia, ancora fiorente di lettere quando il cristianesimo apparve, gli oppose più clamorosa lotta, armata di cavilli, di seduzioni, di disprezzo; ma quando convertita gli esibì difensori, questi conservarono le costumanze e i difetti delle scuole dond'erano usciti, e comparivano in campo come Davide, accinti della spada rapita al gigante.

Il nemico stesso che combattevano era differente. Roma, per cui sono identici la religione e lo Stato, non sa apporre al cristianesimo condanna peggiore che dichiararlo nemico del genere umano, cioè dell'Impero; il genio suo legale decreta, uccide, non discute; e gli apologisti, opponendo rigore a rigore, s'accontentano spiegare il dogma ed appellarsi alla lettera scritta. I Greci, perdute le avite istituzioni, naturali alla disputa e alle sottigliezze, retori e sofisti ingordi di quistioni nuove, guardano i Cristiani come novatori pazzi o pericolosi, che ripudiando la tradizione, precipitano la coscienza umana nell'incertezza. Mentre dunque i magistrati a Roma uccidevano, i dotti di Grecia esaminavano, discutevano, sicchè gli apologisti erano obbligati scendere a minuzie, accettare l'objezione arguta, snodare il sottile paradosso, il sillogismo capzioso; e sentendo tutta la potenza della libera parola, invocavano solo che la forza non intervenisse nella discussione della verità.

Gli uni e gli altri aprono la nuova società, posati tuttavia sul terreno dell'antica; convincono l'uomo che, senza quel lume del lume, egli ignora le verità più necessarie alla sua condotta, più care al suo cuore, più dolci alle sue speranze; e invocano la libertà delle coscienze, non più per il solo senato, nè per una città od una gente, ma per l'universo. Vinti che ebbero i nemici esterni, dovettero lottare contro le discordie intestine, cioè coloro che, al modo del serpente antico, adopravano la parola di Dio per diffondere l'errore, o per restringere a concetti particolari le verità generalissime che la Chiesa annunziava.

Nelle scuole vengono a fronte l'antico Oriente, l'antico Occidente e il cristianesimo, il quale, estendendosi su tutti gli uomini e tutti gl'interessi, era naturale che trovasse molte ed interessate contraddizioni. I Neoplatonici vogliono elevarsi a Dio non mediante la fede, ma mediante la dottrina. Sêtte giudaizzanti, sêtte giudaiche, sêtte orientali assenzienti od avverse agli Ebrei, sêtte cristiane propense o nemiche all'ascetismo, docili o reluttanti all'asiatica teosofia, cominciano la più splendida gara d'ingegno che il mondo avesse mai veduta, fra la teologia antica e la nuova, fra la mitologia poetica e la religione morale, fra la vetustà che tramonta e il nuovo tempo che s'apre. Onde alla dottrina evangelica incontrò come a tutte le novità; prima tacciata di sogno e di follia, dappoi se ne confessa la sublimità, ma appuntandola di plagio, quasi ogni sua verità fosse dedotta dall'Egitto, dall'India, dall'Accademia; infine se ne adottano i concetti, mentre tuttavia si persiste ad oppugnarla. Ma su quella bilancia ha perduto ogni peso la spada; e l'autorità dei cesari, nell'apogeo della sua forza, non entra per nulla a determinare la credenza; tanto efficace sonò la parola che distingueva i diritti della spada da quelli del pensiero.

Fra le eresie fu clamorosissima quella di Nestorio, il quale negava l'incarnazione di Dio, distinguendo in Cristo la persona divina dall'umana, e ripudiando perciò la divina maternità di Maria: condannata nel concilio di Efeso (431), quarto ecumenico, venne per ricolpo a dare estensione al culto della Vergine, il quale contribuì non poco a svellere i resti del paganesimo, convertendo alla Madre dell'amore e alla donna dei dolori i tempj pagani. Non più sulla natura di Dio ma su quella dell'uomo sofisticarono i Pelagiani, cercando perchè tanti mali si patiscano sotto un Dio buono, come la prescienza divina si combini coll'umana libertà, e la Grazia coll'attività morale dell'uomo. I Manichei lo spiegavano in modo vulgare, supponendo un Dio buono e un malvagio; e da quella provincia romana dell'Africa, dove si svolsero le più vigorose intelligenze cristiane, dove si elaborarono i principj fondamentali della cristiana filosofia, sorse il più vigoroso combattitore, sant'Agostino, del quale parleremo fra poco. Eutichiani, Monofisiti, Monoteliti, colle varie gradazioni di loro eresie concernenti la natura o la volontà di Dio e del suo Verbo, agitarono piuttosto l'Oriente.

Perocchè la divisione ch'erasi fatta nell'Impero, estendevasi pure alle chiese, e cominciata dalla fabbricazione di Costantinopoli, dura fino ad oggi, avendo ciascuna, anche prima di scindere la essenziale unità, conservato un'impronta e una pendenza particolare; speculativo il genio bisantino, pratico il genio romano. Allorchè la Chiesa greca si radunò nel concilio di Nicea, fu per chiarire la relazione delle tre persone divine, e settanta opinioni agitavano il clero abissino sopra l'unione delle due nature in Cristo: la latina non ebbe trattati dogmatici prima di Agostino, nè prima di Gregorio Magno alcun metafisico sedette sul trono papale. In Oriente si disputa sulla essenza della natura divina, mentre quasi ignote vi sono le quistioni sulla libertà umana e sulla Grazia: al contrario, da noi si ragiona sopra gli atti umani.

I rigori della vita monastica erano cominciati in Oriente; e i deserti della Siria e della Tebaide si popolarono d'anacoreti, che nella solitudine attendevano ad operare la salute delle proprie anime, staccati dalle cose terrene, come Antonio[146], Pacomio, Ilarione. Non tardarono i monaci a propagarsi nel nostro paese, forse allorchè sant'Atanasio scorreva l'Italia per combattere l'arianismo: ma ben presto si raccolsero in compagnie, sotto regole dettate da sant'Agostino, poi da san Benedetto; e furono piuttosto missionarj di Barbari, dissodatori di terreni, assistenti di infermi; nè le Alpi e gli Appennini videro strazj e macerazioni quali i torrenti petrosi dell'Egitto e le bollenti arene della Libia; e invece di quegli stiliti che colà passavano l'intera vita su di una colonna, da noi si vide l'attività efficace di sant'Ambrogio, di Leon Magno.

La Chiesa greca restò corrotta dalla propria immobilità, non progredendo in mezzo a tanto sapere, non raffinando l'arte in mezzo a tanto cerimoniale, anzi vedendo sorgere gli Iconoclasti, poi retrocedendo collo scisma. Nella latina invece il buon senso filosofico e pratico si piegò al progresso, si modificò a seconda dei tempi e nello svolgersi dell'attività; man mano che la società secolare diveniva impotente, l'ecclesiastica vi si surrogava; i riti pagani come i tempj conservava, trasformandoli e traendoli a superiore intelligenza; le terre cambiavano i nomi per assumer quello d'un santo.

La differenza fra le due Chiese fu rivelata maggiormente dall'ordinamento esterno. L'impero Occidentale sfasciavasi quando appunto ingrandivano i pontefici; e in questi si concentrava l'autorità, che lasciavansi cadere di mano i magistrati civili. Avrebbero essi dovuto allegare l'incompetenza, per non esporsi al rimprovero d'usurpazione, dato molti secoli dopo da una filosofia non solo estranea a quei pericoli, ma incapace o risoluta a non intenderli? doveano lasciare che la società andasse a fascio, anzichè togliere a dirigerla, come ognuno deve fare ne' frangenti?

Il patriarca di Costantinopoli scapitava per la presenza dell'imperatore; nè era meglio che una delle ruote d'un sistema civile, regolare, protetto dalla gerarchia e dall'esercito. In Italia invece vedremo ben presto gl'imperatori fuggire da Roma, sicchè il papa, dolente sì, ma non vergognoso delle pubbliche sventure, mantenevasi colla fronte alta, come scevro dalle colpe imperiali; quando ogn'altra autorità perdea vigore, egli solo rimaneva cogli attributi di un'altra sovranità, reale e permanente; e le istituzioni politiche dell'impero, l'energia delle genti occidentali, il pericolo valeano ad assodarlo, mentre a lui si volgeano i Barbari, ch'egli doveva convertire, illuminare, incivilire, governare.

Il bisogno di difesa e d'azione facea stringere fra sè i monaci, milizia poderosissima de' pontefici. Il celibato staccò l'ordine sacerdotale dal laico, e dagli interessi e affetti terreni; sicchè il prete si considerò superiore al laico, e perciò esigeva rispetto e sommessione, come marchio di santità adducendo le astinenze e la dottrina. Perfino la lingua comune e la pace universale, che parvero sin oggi utopie benevole, vennero dalla società cristiana attuate per quanto è possibile col parlar latino e coi concilj.

Così, mediante il cristianesimo, dentro periva il despotismo, cioè il potere separato dal dovere, l'autorità che crede aver sopra gli uomini ogni diritto, fin quello negatogli dalla legge naturale e divina; fuori periva la nazionalità esclusiva, tutto dirigendo all'affratellamento. Nè però la Chiesa aboliva l'individualità degli uomini o de' popoli, anzi la nobilitava; solo alla nazionale esclusività contrapponeva il concetto d'universalità, dovendosi rispetto anche ai minimi, non perchè greci o romani od ebrei, ma perchè uomini e cristiani, perchè non fattura capricciosa di varj numi, ma libera creazione del Padre nostro[147]. Le verità, tramandate parte in iscritto, parte a voce, riceveano non solo spiegazione ma autenticità dalla Chiesa, che n'è la depositaria e la garante, e ogniqualvolta ne vede intaccata una, la chiarisce e svolge viemeglio; e poichè non c'è verità astratta che non operi sulla morale, stabilendo quelle purifica questa.

Tale fu il còmpito de' santi Padri. Malgrado che le condizioni della società d'allora e i sopravenuti infortunj tardassero i frutti, pure non v'è per avventura miglioramento alcuno de' tempi più civili, che almeno in germe non si trovi in essi. Succeduti agli apostoli ed ai martiri per propugnare col sapere e colla parola le credenze nuove, sorte col popolo e fra il popolo rampollate, essi rompono il perpetuo circolo dell'imitazione fra cui era incantata la profana letteratura, e formano il secolo d'oro della cristiana: e noi potemmo studiarvi molte particolarità della storia de' popoli, e il lento ma incessante maturarsi della più vasta rivoluzione, e gli ostacoli attraversatile dalla scienza appoggiata sulle antiche osservanze, sinchè fu chiamata a sostenere con reintegrato vigore le nuove.

Le dispute che essi agitarono, oggi sono dimenticate: ma essi combatterono perchè noi, vulgo senza diritti nè forza nè divinità, potessimo cessare d'essere schiavi negli ergastoli, o pasto ai leoni per divertimento del popolo re, e le nostre anime trastullo ai sofismi dei filosofi, alla prepotenza dei dominatori, alla lascivia de' ricchi; combatterono, perchè noi plebe potessimo sentire l'eguaglianza nostra e proclamarla in diritto, sinchè il tempo non la consacri nel fatto.