CAPITOLO XLIX. Giuliano. Riscossa del Paganesimo.
Dallo sterminio della famiglia imperiale (pag. 164) erano campati Costantino Gallo e Claudio Giuliano nipoti di Costantino, che furono educati principescamente. Gallo tentò signoria (354), onde fu condannato e ucciso. Giuliano dissimulando sguisciò dal pericolo; e messo ad onorevole esiglio in Atene, assunse il vestire e i modi de' filosofi, alle cui arti intendeva da lunga pezza. Eusebia, moglie di Costanzo II, nelle mille occasioni che ad ogni donna si presentano e che la scaltra fa nascere, insinuava nelle grazie del marito il giovane Giuliano; e poichè i nemici d'ogni parte irrompevano, Costanzo, sentendosi incapace di tener testa, concesse a Giuliano il titolo di cesare (355), la mano di Elena sua sorella, ed i paesi di là dall'Alpi. I soldati, la cui approvazione allora bastava, la diedero in Milano, battendo dello scudo contro i ginocchi, pieni di fiducia nella virtù del giovane venticinquenne. L'ombroso imperatore gl'impose per iscritto il modo di contenersi, e fin le spese della tavola; non gli permise di fare il donativo ai soldati, nè lo fece egli stesso; e lo circondò di servi e cortigiani che, in aspetto d'ossequio, limitavangli la libertà degli atti, delle parole, fui per dire del pensiero.
Lasciato lui a guardia dell'Occidente, Costanzo si voltò all'Asia; ma prima volle veder Roma, dove ricevette gli onori trionfali e gli omaggi servili dell'antica metropoli del mondo, alla quale tributò ammirazione, e ne crebbe gli ornamenti coll'erigere nel Circo l'obelisco egizio, che ora grandeggia sulla piazza del Laterano. Guerreggiò i Barbari prosperamente, e con minor fortuna i Persiani.
Basso di statura, grosso di collo, spalle larghe, tra cui affondava la testa, agitata da frequenti moti involontarj; arruffata la capigliatura, occhi vivi ma stravolti; prolissa, ispida, impidocchiata la barba; irsuto il petto, sucide le mani, lunghe le ugne; in compenso, faticante di corpo e ardito d'animo, memoria pronta e tenace, ingegno arguto, piacentesi in sottili quistioni; parlare facile e naturale, men volentieri in latino che in greco; buono e dolce nel fare, intrepido ne' pericoli: tale era Giuliano. Cresciuto prima in un carcere cortese, poi fra gli ozj ringhiosi delle scuole e sui libri, quando rase la barba e depose il mantello per assumere il paludamento di cesare, parve strano e ridevole a' cortigiani di Costanzo. Ma dalla sventura e dai libri aveva imparato temperanza, continenza, amor della fatica, disprezzo del fasto. Vestiva poco meglio che soldato, dormiva sopra un tappeto steso sul terreno, e nel fitto della notte sorgeva per attendere agli affari o agli studj; poi l'eloquenza appresa dai retori adoprava nel calmare o dirigere le passioni della turba guerresca; le nozioni di giustizia attinte dai sofisti applicava a districare i litigi avviluppati, quantunque poco versato nella giurisprudenza; univa l'arte di scegliersi buoni consiglieri, e la docilità di confidarvisi. Tre volte passò il Reno per portar guerra rotta ai borghi che i Germani vi fabbricavano ad imitazione de' nostri; e obbligatili alla pace, menò di qua ventimila prigionieri redenti. I Franchi, di più formidabile valore, riuscì a snidare dalla Gallia (357), di cui ricostruì le città, e fortezze e navi dispose coi materiali somministrati per patto dai Germani e coll'opera delle legioni e degli ausiliarj.
Alla Corte imperiale i buffoni, fastidiume d'ogni età, proverbiavano questo soldato filosofo, le sue sinistraggini e lo strano vestire, paragonandolo a uno scimiotto, a una talpa, a un caprone, e facendone la parodia. Ma allorchè le vittorie impedirono di prenderlo più a gabbo, la beffa si risolse in gelosia; e cortigiani ed eunuchi esageravano le sue imprese per metterne ombra a Costanzo come d'un emulo.
E vi riuscirono. Parendo composte le cose della Gallia mentre cresceva il pericolo in Oriente, Costanzo ne colse pretesto (361) onde togliere a Giuliano le legioni gratificategli dai trionfi, per portarle nella Persia. Moltissimi volontarj d'ogni favella aveanvi dato il nome col patto di non passare mai le Alpi; nè la tutela della gloria romana era motivo efficace su' Barbari. Amorosi di Giuliano quanto aborrenti dalla disastrosa marcia e dal campeggiare in terre sconfacenti e con nemici nuovi, si gettarono all'unica via che restava per non abbandonare la patria e lui, la ribellione, e gridarono augusto Giuliano. Questo seppe procurare all'infedeltà la scusa della violenza; e ne' suoi scritti giura per Giove, pel Sole, per Marte, per Minerva, per tutti gli Dei, che della cospirazione non ebbe sentore. Altri assicurano che sinceramente vi resistette finchè, avendo preso sonno, gli comparve il genio dell'Impero, istantemente rimproverandolo di mancante coraggio: Giuliano destatosi pregò di cuore Giove, il quale con manifesto augurio gli ordinò di rassegnarsi al voler del cielo e dell'esercito.
Fatto è che egli regalò di cinque monete d'oro e una libbra d'argento ciascun de' soldati che gli aveano usato quella violenza: poi avventatosi ad atti che gli toglievano di più riconciliarsi con Costanzo, si accinse alla guerra, confidando negli Dei immortali. Colle celeri marcie che spaventano gli avversarj e trascinano gli esitanti, a giornate crescendo di gente, riceve l'omaggio dell'Illiria, dell'Italia, della Grecia; e traversato il monte Emo, s'accosta ad Adrianopoli. Apollo avevalo assicurato della morte di Costanzo, il quale infatti consunto da lenta febbre risparmiò una guerra civile.
Costantino, ingegno mediocre, meritò insigne posto nella storia secondando il progresso delle idee e coordinandole ai fatti. Or ecco un uomo di splendide qualità riuscire meschino coll'affaticarsi a rimorchiare il mondo verso un passato irremeabile; col ripetere in mille toni: — Schiviamo le novità».
Associata nella giovine testa l'idea di Costanzo suo oppressore con quella dei Cristiani, Giuliano li confuse in un odio comune; stomacato dagli inesplicabili litigi sull'arianismo, nojato degli obbligati esercizj di pietà, ribramò il culto antico, sotto del quale l'impero aveva raggiunto il colmo, e le lettere prodotto lavori immortali. Gli accarezzavano questa inclinazione i sofisti, che ristrettisi a ripetere la parola vecchia, nulla capivano dello spirito recente, e che il lusingavano colla speranza di future grandezze. Ha un bel ridire che egli disprezza la gloria, ma da ogni atto Giuliano lascia trasparire filosofica ostentazione; qualunque azione sua egli narri, ne dà per ragione che così doveva un filosofo; qualunque sua virtù era un calcolo, un esercizio scolastico, una parata.
Aggiungerei anche un'impostura. Noi rispettiamo le convinzioni religiose; ma potremmo compatire Giuliano che, mentre lusinga gl'idolatri colla speranza d'una ristorazione, continua a fingersi cristiano per conciliarsi ora l'imperatore, ora i soldati, comunica con questi nella solennità del Natale, adempie le solenni cerimonie? Que' numi suoi compajono troppo a proposito nei casi decisivi di sua vita; per essi giura non aver nodrito ambizione; ad essi imputa la sua ribellione; con aruspici e indovini passa ore ed ore almanaccando sull'esito de' suoi tentativi. In queste vanità stava occupato allorchè gli giunse la morte di Costanzo (11 xbre); onde padrone incontrastato dell'impero, pensò effettuare le promesse tante volte date ai fautori dell'idolatria.
Ripetemmo come Costantino si fosse creduto obbligato a riguardi co' partigiani di essa, ed a palliare col nome di tolleranza la protezione conceduta al cristianesimo. I figli suoi, col vantaggio di chi viene secondo, e nell'età che tiene minor conto degli ostacoli, ardirono di più, ma non tutto. La legge del 341 ordina che «cessi la superstizione, si abolisca l'infamia de' sacrifizj»[102]; ma non vi annette pena, e Magnenzio la abrogò, sperando acquistarsi fautori. Costanzo II, trovatosi unico padrone, decretò fosse interamente abolita l'idolatria, pena la vita[103]; pure nulla intraprese contro il culto antico. Può darsi che i Cristiani de' decreti contrarj all'aruspicina ed ai riti segreti e divinatorj profittassero onde molestare i sacerdoti pagani; ma l'esecuzione misuravasi all'arbitrio de' magistrati. Laonde troviamo sussistere e tempj e sacrifizj in Occidente, e in ispecial modo a Roma; alla Sibilla di Tivoli chiedevansi ancora oracoli; se i venti contrariassero la flotta portatrice del grano, la plebe strascinava i magistrati ad Ostia affinchè sagrificassero sugli altari di Castore; i sacerdoti Salj menavano cogli scudi caduti dal cielo le frenetiche carole, per quanto derisi dai Cristiani; libazioni d'umano sangue continuavansi a Giove Laziale sul monte Albano; sussistevano le varie gerarchie sacerdotali; sotto la sanzione delle leggi riposava ancora il voto di castità delle Vestali; si eressero anzi nuovi tempj alle divinità già ferite a morte[104]; e, al dire di Lattanzio, nuovi numi ogni giorno nasceano[105]. Ma agli altri prevalsero Cibele e Mitra.
Dicemmo come, fervendo la seconda guerra punica, fosse dalla Frigia introdotto a Roma il simulacro della Madre Idea; i cui sacerdoti, chiamati Galli, fanaticamente danzando e cantando sul cimbalo, erravano di terra in terra, traendosi dietro la turba, meravigliata dello strano vestire, della scurrile devozione, dei prestigi, in cui erano destrissimi. Scostumati, ignoranti, golosi, scrocconi, non sarebbonsi attirato che lo spregio, se non avessero acquistato forza dal trovarsi disposti in compatta ordinanza sotto un arcigallo.
Il culto che da antichissimo a Mitra prestavano i Persiani, andò alterato da eterogenee mescolanze: i nuovi Mitriaci esigevano rigide macerazioni, e da chi aspirava a' gradi più sublimi, la verginità e il celibato. Insinuatosi, non si sa quando, nel Campidoglio, crebbe sotto gl'imperatori, ed eccedeva fino a sagrifizj umani. Per diversi gradi compivasi l'iniziazione a quei misteri. Il supremo capo a Roma chiamavasi pater patrum; avea sotto di sè il pater sacrorum e gli ordini inferiori, intitolati il corvo, il grifo, il soldato, il leone, il perseo, l'eliodramo. Erano cerniti i più fra l'aristocrazia, sebbene nelle molte iscrizioni che ricordano criòboli e tauròboli, cioè sacrifizj d'arieti e di tori, si trovi ben di rado ornato di que' titoli il capo dello Stato, cioè della religione nazionale. I neofiti ricevevano una specie di battesimo, s'imprimevano dei segni in fronte, beveano farina stemprata nell'acqua, con certe formole rituali. Nei sotterranei del Campidoglio aprivasi il principale tempio di Mitra; all'equinozio di primavera se ne celebravano i misteri; ma con maggior festa il natale del Sole invitto ai 25 dicembre: lo perchè i padri della Chiesa occidentale scelsero questo giorno a solennizzare la natività di Cristo, vero sole, la quale in Oriente festeggiavasi il 6 gennajo, giorno colà sacro ad Osiride[106]. Tali particolarità raccogliamo dai Cristiani che impugnarono quel culto; e le somiglianze sue con quello di Cristo indussero alcuno de' filosofi antichi e de' razionalisti moderni a sostenere che questo derivasse da quello i misteri e i riti.
Oltre queste novità, duravano ancora molte forme del gentilesimo nazionale, care a un popolo così tenace delle costumanze avite. Alla elezione dell'imperatore Probo, il senato volgeva ancor la preghiera alle grandi divinità: — O sommo Giove, o Giunone regina del cielo, o Minerva protettrice delle virtù, o Concordia, o Vittoria romana, accordate ai senatori, al popolo romano, ai soldati, agli alleati nostri, agli stranieri la grazia di veder Probo regnare come ha combattuto». Un calendario del 354 dopo Cristo o circa, descrive le feste profane che si devono celebrare giorno per giorno[107]. Da recenti scavi dell'anfiteatro di Capua uscì un'iscrizione del 387, ove Romano Giuniore sacerdote enumera le solennità pagane da lui celebrate quell'anno: e sono vota al 3 gennajo per la salute del principe; genialia in febbrajo, tre lustrazioni per le sementi; rosaria in maggio; feste vendemmiali all'uscire di ottobre; e così via. Un viaggiatore del 374 trova «in Roma sette vergini nobili e chiarissime, che per la salvezza della città compiono le cerimonie degli Dei secondo l'uso degli avi»; e soggiugne che «i Romani onorano gl'iddii, e spezialmente Giove, il Sole, Cibele»[108]. Di quel torno stesso abbiamo l'arida nomenclatura delle vie e degli edifizj di Roma, fatta da un Publio Vittore e un Rufo Festo, dove riscontriamo cencinquantadue tempj e cennovantuna cappelle.
— Alle calende di gennajo tutti levansi buon'ora e si corrono incontro ciascuno con regalucci chiamati strenne: agli amici si fa un dono prima di augurare il buon giorno, si premono le labbra, stringonsi la mano, non per ricambiare espressioni d'amicizia, ma per farsi pagare le cortesie dell'amicizia. Così al tempo stesso abbracciano e tastano un amico...; poi tornando a casa, portano rami, come se avessero presi gli augurj, e riedono carichi dei doni raccolti, senza accorgersi che sono altrettanti peccati». Così predicava Massimo vescovo di Torino, il quale non pensò gittar invano il suo zelo in confutare quelli che credevano in Venere, in Marte, negli altri Dei, lamentandosi che i magistrati non facessero adempiere, nè i Cristiani osservassero gli editti imperiali attorno al culto; esortava ripetutamente ad abbattere gl'idoli ne' contorni di Torino, vietare i sagrifizj intemperanti o crudeli, non credere a maghi o a coloro che vantano di potere coi carmi trarre dal cielo la luna[109].
Gaudenzio vescovo di Brescia, seguitando l'esempio di Filastro suo predecessore, combattè vigoroso l'idolatria nella sua diocesi; e — Voi, neofiti, chiamati al banchetto di questa pasqua mistica e salutare, badate bene di conservar le anime monde dagli alimenti contaminati dalla superstizione pagana. Non basta che il vero Cristiano respinga da sè il pascolo avvelenato dai demonj; bisogna ancora che sfugga tutte le abominazioni dei Gentili, tutte le frodi degl'idolatri, come si fugge il veleno vomitato dal serpente infernale. L'idolatria si compone d'incanti, di presagi, d'augurj, di sorti, di tutte le vane osservanze; e inoltre di quelle feste chiamate parentali, per cui mezzo l'idolatria sa rianimar l'errore. Di fatto gli uomini, cedendo alla gola, cominciarono a mangiar i cibi che avevano imbanditi pei morti, poi non temettero di celebrare a onor loro sacrileghi sacrifizj, per quanto sia difficile a credere che adempiano un dovere verso i loro morti quelli che, con mano tremolante per l'ubriachezza, ergono il desco sui sepolcri, e dicono a chiara voce, Lo spirito ha sete. Ve ne supplico, astenetevi da questi atti, chè Dio sdegnato non abbandoni al furor dell'inferno i suoi sprezzatori e nemici, reluttanti al suo giogo».
Abondio, vescovo di Como, col risuscitare un fanciullo morto toglieva dal gentilesimo il principale signore di quella città. Benchè sia attribuita a san Romolo la conversione di tutta l'Etruria al tempo di Costantino, numerose iscrizioni attestano che il culto idolatrico sopraviveva in Firenze, a Pisa, a Volterra, a Rimini. Giove e la Fortuna Pubblica erano adorati a Spoleto, Vesta ad Alba, Castore e Polluce nell'isola Sacra presso Ostia, Nettuno in questa città; Anzio, Preneste, Velletri, Terracina, Narni consultavano e riverivano gli Dei antichi; in Ardea continuavasi il culto della madre degli Dei; Napoli era la metropoli del paganesimo dell'Italia meridionale. Con tanta ostinazione si conservavano le viete osservanze! E più ancora nella campagna, donde venne il nome di paganesimo (pagus); sicchè i missionarj osavano appena staccarsi dalle città.
Per isvecchiare l'antico si era tentato innestarvi i culti orientali, con una tolleranza che degenerò in grossolano sincretismo. L'arguto Luciano mise in burletta l'affaccendamento di Mercurio per trovar posto nell'Olimpo agli Dei che v'arrivano in folla dalla Persia, dalla Scizia, dalla Tracia, dalla Gallia; e il dispetto con che i vecchi guatavano cotesta gentaglia nuova, il dio Ati, il dio Sebazio, i Coribanti; Bacco che seco introduce i satiri capripedi, e fin il cagnuolo d'Erigone: Mitra, che giungendo di Media col turbante in testa, adocchia stupido i colleghi, e non capisce quel che dicano, neppur quando trincano alla salute di lui.
Inoltre i filosofi avversavano la nuova dottrina, la cui umiltà mortificava la loro superbia: i sacerdoti che aveano divulgato tanti miracoli e tante baje, or trovavano ridicole le leggende de' Cristiani: i retori erano menati dall'abitudine scolastica e dalla classica educazione a sostenere e imbellire cerimonie senza fede, numi senza vita, e render popolare la causa soccombente, ch'essi patrocinavano tanto più, quanto meno poteano comprendere le sublimità della trionfante. Si tentò dunque opporvi una religione filosofica, impastata di neoplatonismo; e a quell'estremo sforzo per rigenerare la società e il politeismo diede opera principale Plotino di Licopoli. Coll'esercito dell'imperatore Gordiano era venuto in Asia e a Roma, dove si pose a lottar di virtù e di scienza col cristianesimo, e chiese a Gordiano una piccola città della Campania, ove stabilire un governo repubblicano secondo le massime della sua scuola. Non l'ottenne, ma molti seguaci si attirò predicando il distacco delle cose terrene: i ricchi lo costituivano tutore de' loro figliuoli, i litiganti lo sceglievano arbitro, lasciavansi le delizie della città per ritirarsi seco nella solitudine. Altri correano a cercar lumi a Edesio, scolaro di Giamblico: ma anche costoro erano costretti assumere aspetto religioso; ed o impostori contraffacevano le austerità de' cristiani per combatterli; o avidi del vero, eppure sfasciati nel dubbio, riuscivano a pratiche teurgiche e a teorie panteistiche, le meno convenevoli ad una fede pubblica, che vuole un oggetto degno d'amore, di riverenza, di speranza.
Tutti questi aveano occhieggiato con compiacenza Giuliano, che mostravasi disposto a rimettere in onore il culto avito. Compita la poca filosofica sua rivolta, egli getta la maschera; man mano che acquista un paese, vi lascia riaprire i tempj, rinnovare i sagrifizj; egli stesso come sacerdote massimo moltiplica questi a segno, da far temere non venissero meno i bovi nell'impero. Conoscendo troppo che una religione da alcun tempo riposata, anzi seduta sul trono, più non poteva essere combattuta coi supplizj e a spada sguainata, introdusse una persecuzione d'altro genere dalle precedenti; e potè vantare non senza verità d'essersi coi Cristiani mostrato più umano che non il predecessore, il quale tanti n'avea espulsi e morti a titolo d'eresia, mentr'egli restituì agli esuli la patria, i beni agli spogliati, le sedi ai vescovi di qual si fossero setta. Ma operava non per generosità, bensì per iscaltrimento, prevedendo che con ciò susciterebbe tale vespajo, da sovvolgere la Chiesa, e da aprire largo campo alle beffe sue e de' suoi.
Altro pensato attacco fu l'interdire ai Cristiani la elevata educazione; e stando a lui la nomina de' maestri di grammatica e di retorica e fors'anche de' medici, arti liberali stipendiate dall'erario, sbandì dall'insegnamento tutti i Cristiani, per dirigere all'intento suo le prime tanto efficaci impressioni della gioventù, e così o guastarla o escluderla dalle scuole, e preparare alla Chiesa gli erramenti ed il fanatismo dell'ignoranza. Al modo stesso precluse loro tutti gl'impieghi d'onore e di confidenza, munendo ogni aula, ogni bandiera colle immagini idolatriche, cui il fedele non poteva rendere omaggio: la quale esclusione in mano de' subalterni diventava una fiera tirannia, portando sino a negare la giustizia.
Poi egli medesimo scese alla lizza, e nei Cesari e nei Sette libri contro i Cristiani risvegliò quante folli ed esagerate accuse mai si fossero avventate contro di questi, condendole colla beffa, arma terribile perchè vulgare, e perchè dispensa dal ragionamento. Mentre con ciò tendeva ad offuscar la luce, erasi proposto di trovare virtù e verità là dove erano vizio e pazzia, svecchiare le credenze pagane col ritrarle verso i loro cominciamenti, imbellire come simboli ed allegorie ciò che d'empio e di turpe v'aveano introdotto le popolari tradizioni, trarre dagli adulterj di Giove una lezione di morale, e dall'eviramento di Ati un simbolo dell'anima separata dal vizio e dall'errore; Omero doveva essere per lui quel che l'Evangelo pei Cristiani; morale caritatevole, dogmi puri, idee nuove indagando sotto idee antiche e favole sensuali; e foggiando a proprio talento una scientifica superstizione, la quale pretendeva innestare, non già ne' cuori, ma nelle teste degli uomini.
Era egli possibile riformare una religione che mai non possedette principj teologici assoluti, nè precetti morali, nè sacerdotale ordinamento? Vero è forse che ne' misteri tradizionalmente s'insegnasse alcun che di meno materiale che non le oscenità e le ridicolaggini delle cerimonie e delle credenze propalate: ma qualvolta il senato romano volle rinvigorire la fede, nol seppe altrimenti che coll'introdurre numi forestieri, a cui la novità procacciasse devozione. Se un robusto pensatore, conoscente della società fra cui vivea, avesse mai potuto proporsi di rimpedulare il passato, con che spedienti vi si potea accingere? col saldare le istituzioni romane, sostegno della religione in cui erano nate e cresciute; religione del resto tutta politica, nè punto metafisica. Che se Costantino, per sottrarsi all'ascendente di questa, avea mutato la sede dell'impero a Costantinopoli, chi volesse risuscitarla dovea ritornare verso quel focolajo dell'idolatria.
Giuliano, all'incontro, filosofo da scuola, nè tampoco s'accôrse che in Roma sopravivevano un senato ed un'aristocrazia, avvinghiati al culto degli avi; e tutte le sue sollecitudini concentrò sull'ellenismo, vale a dire sopra credenze impotenti da gran pezzo a sostenere il dechino de' costumi e ad invigorire la nazionalità; e pensò affidar l'avvenire del mondo a sofisti, indovini, ciancieri furbi e sprezzati. Con un eclettismo senza buona fede, injettando alla credenza greca sentimenti che mai non v'erano stati o che da secoli erano periti, egli accettava l'unità di Dio: al tempo stesso, avendogli il Sole in visione a Vienna pronosticate le future grandezze, venerò specialmente il padre Mitra, e si dichiarò assessore di quell'altro[110]; nelle medaglie si lasciò figurare or da Serapide, ora da Apollo, e dipingere fra Marte e Mercurio; giurava per Serapide[111]; faceva il panegirico della Madre Idea, sgridando cotesti ridicoli che, acuti, ma non sani dell'intelletto, negano fede a ciò che dalle città viene creduto, e preferiscono la croce ai sacri trofei degli Ancili, indubbiamente caduti dal cielo; con una turba di sofisti e teurgici celebrava sacrifizj, rinnovava le spaventose scene dell'iniziazione e l'orrida maestà de' riti in antri cupi, fra tuoni e lampi.
Dopo imperatore e pontefice massimo, non poteva accomunarsi ai sudditi nelle pratiche devote; onde ebbe una cappella domestica sacra al Sole: di statue e altari empì gli appartamenti e i giardini: appena l'astro del giorno apparisse sull'orizzonte, il salutava con un sacrifizio; di nuove vittime l'onorava al tramonto; nè la notte lasciava prive d'offerte la luna e le stelle: ciascun giorno visitava il tempio del Dio, di cui correva speciale commemorazione; poi non isdegnando gli uffizj più bassi, vestito di porpora, in mezzo ad impudichi sacerdoti e a donne carolanti, soffiava nel fuoco, sgozzava di propria mano le vittime, e nelle palpitanti viscere indagava il futuro; si sottopose anche ad un taurobolo, facendosi piovere sul capo il sangue d'un toro scannato. — Con ciò vuol cancellare il carattere impressogli dal battesimo», dicevano i Cristiani, ai quali se volessimo credere, scannò vergini e fanciulli per esplorarne le viscere, e i cadaveri ne furono trovati lui morto: ma il titolo di apostato attribuitogli, bastava a denigrarlo agli occhi di quelli ch'esso perseguitava; onde conviene andar cauti nel credere ai delitti, di cui essi funestano i tre anni del suo regno.
A vicarj del suo pontificato elesse sacerdoti e filosofi, amici e confidenti di sua gioventù, zelatori della credenza avita; e principalmente il rétore Libanio d'Antiochia, il quale ci assicura che, dopo che fu ammesso all'illustrazione, Dei e Dee scendevano assiduamente a conversare coll'imperatore; talvolta gli rompevano il sonno, lambendogli leggermente i capelli; sempre il tenevano consigliato ne' dubbj, avvertito se alcun pericolo gl'imminesse; e talmente v'era abituato, che discerneva alla voce e all'incesso Minerva da Giove, Ercole da Apollo[112].
Tanti favori si meritava egli con opere, cui non mi ricorda che Omero abbia mai riconosciute per meritorie, come l'astenersi in certi giorni da alcuni cibi ch'egli immaginava meno graditi a questo o a quello iddio. Ad imitazione del cristianesimo, tentò riordinare l'ellenismo con riti nuovi e con una gerarchia, raccogliendone in sè i supremi uffizj, e formandone una superstizione ragionata. Voleva introdurre nei tempj la predica e il catechismo, preghiere ad ore determinate, canti a due cori, penitenze per li peccati, apparecchi per l'iniziazione, ritiri per i contemplativi e per le vergini: singolarmente gli piacevano le lettere formate dei vescovi, mediante le quali i fedeli viaggiando erano dappertutto accolti con effusione di carità. Sull'esempio delle pastorali de' Cristiani, ne mandava fuori anch'esso, raccomandando ai sacerdoti di esser buoni, e d'imitare quei cani di Galilei, i quali alle loro credenze acquistavano fede con tante opere di carità: proponeasi d'assistere gl'indigenti, stabilire ospedali pei poveri, senza distinzione di patria nè di credenza: il che se avesse effettuato, avrebbe porto un'altra prova dell'efficacia della verità anche sopra coloro che repugnano dalla luce di essa.
Mentre involontaria testimonianza rendea della virtù cristiana volendola conculcata e imitata, chiudeva gli occhi ai progressi che il cristianesimo avea fatto fare all'equità legale; e di tante sue costituzioni inserite nel codice Teodosiano, neppur una asseconda l'affrancamento del diritto naturale, sì bene avviato da' suoi predecessori. Che poi egli non operasse convinto, ma per odio al cristianesimo, il mostrò con favorire gli Ebrei, che cercò anche ristabilire a Gerusalemme, affine di smentire la profezia di Cristo: ma si disse che fiamme sbucate di terra distruggessero le fabbriche cominciate.
Trattavasi di teurgie e sagrifizj? Giuliano deviava dalla parsimonia introdotta in ogni altro atto; e rari uccelli e fin cento bovi al giorno propiziavano le sorde divinità; e largizioni veramente regie dotavano i santuarj, sopravissuti all'indifferenza dei Gentili ed allo zelo dei Cristiani. Che gioja per lui quando i soldati esercitavano l'appetito sopra le vittime scannate agli idoli, e s'ubriacavano col sacro vino![113] Poi nei giorni solenni, mentre passavangli davanti in rassegna, largheggiava con chiunque gettasse sull'ara alcuni grani d'incenso. Molti Cristiani rimasero ingannati dalla semplicità di quest'atto; poi come lo conobbero colpevole, corsero a furia al palazzo, repudiando l'oro ricevuto, e gridandosi cristiani: del che cruccioso, l'imperatore ordinò fossero decollati; e già avviavansi contenti al supplizio disputando a chi primo, quand'esso li graziò, ripetendo: — Non voglio dare a costoro la gloria del martirio».
Quest'entusiasmo artifiziale non gli toglieva di accorgersi come ai riti ellenici o etruschi più non appartenesse la direzione delle coscienze; ogni tratto si querela della trascuranza ne' doveri religiosi, della spilorceria nell'onorare gli Dei; ma sordo all'eloquenza de' fatti, per decreti imperiali e per filosofiche elucubrazioni ostinavasi ad imporre una religione, la cosa più libera del mondo.
E per imporla non rifuggiva dell'accoppiare alla dotta persecuzione la legale. Ordinò che i Cristiani restaurassero i delubri degli Dei, dal loro zelo demoliti, e vi si restituissero i beni confiscati; e attesochè per lo più su quelli eransi costruite chiese, conveniva abbatterle; e non permettendo la religione ai Cristiani di fabbricare tempj profani, venivano trattati a maniera dei debitori insolvibili, carcerati al modo romano, e malmenati da uffiziali che colla arbitraria severità sapevano di gratificarsi l'augusto. Ai pontefici profani trasferì l'amministrazione dei beni assegnati da Costantino e da' suoi figli pel culto; confuse i sacerdoti cristiani coll'infimo vulgo; attese ad escludere i fedeli da ogni onore e vantaggio temporale; e non dissimulava l'intenzione di adoperar cogli ostinati una salutare violenza[114].
Insomma la tolleranza di Giuliano era quella di tutti i tiranni, clementi finchè nessuno si oppone. Ma una Chiesa avvezza a quarant'anni di dominio spiegava più sicura la costanza di cui avea fatto mostra fin quando era scarsa ed oppressa: che se alle prime persecuzioni avevano i Cristiani chinato la fronte, obbedendo alle potestà superiori anche ribalde, or che si sentivano divenuti un popolo, non si credevano obbligati a sopportare l'ingiustizia peggiore, quella che violenta le coscienze. Adunque in varie parti abbatterono i rialzatisi altari, i riaperti delubri; alto levavano i lamenti contro l'usurpare beni alle chiese per darli agli idoli. Giuliano, indispettito della resistenza, puniva i contumaci: e i Cristiani veneravano le vittime sue come martiri; e la presunzione d'innocenza faceva accompagnare di non dissimulato compatimento il supplizio anche di quelli che per avventura l'aveano meritato coll'esorbitare nell'opposizione, solito e naturale effetto delle inique procedure. Anzi, temendo che Giuliano non si avventurasse a peggio, i Cristiani accingevansi ad una resistenza che poteva travolgere l'impero nella guerra civile, se i casi non l'avessero prevenuta.
Giuliano conservò in trono molte belle qualità. Semplice nel vestire e nei piaceri, attento ai gravi obblighi di re, dava udienza ogni giorno agli ambasciatori ed ai privati, prendendo istantanea deliberazione sopra le suppliche; scriveva lettere pubbliche e trattati filosofici; le caste notti usurpava al riposo per darle agli affari; nè ai giuochi del Circo, passione de' suoi predecessori, recava la sua noja se non quando il rito l'obbligasse. Ripigliando uffizj dimenticati dagli augusti, sovente arringava, massime nel senato, per isfoggiare eloquenza: più spesso sedeva ne' giudizj come a dovere o come a divertimento, spassandosi a sventare i cavilli degli avvocati; ma talora appassionandosi in modo disdicevole a giudice, empiva l'aula di schiamazzo, e una volta, stomacato dalla zotichezza di certi villani venuti a supplicarlo, li prese a pugni e calci. Con quelli che tramavano contro di lui usò clemenza; ricusò il titolo di signore; mostrò riverenza ai consoli; pensava anche rinunziare al diadema, se non l'avesse distolto una rivelazione degli Dei.
Nel libro dei Cesari protestò contro le interminabili conquiste di Roma, preferendo Antonino a Cesare ed Augusto, cioè la pace alla guerra. Eppure della gloria d'Antonino non s'appagava, e ambiva pur quella di Trajano. Chetati in Occidente i Franchi, gli Alemanni, i Goti, restava in Oriente l'impero dei Persi, contro di cui, in trecent'anni di guerra, i Romani non aveano ancor potuto stabilmente acquistare pur una provincia della Mesopotamia, o dell'Assiria. Per vendicare i danni recati da re Sapore, Giuliano raccolse formidabile esercito ad Antiochia, ove consumò l'inverno a ristabilire l'idolatria e saldar la disciplina. A primavera (268) si mosse, a vicenda consolato ed afflitto dagli oracoli bene o male risposti, e dal trovar in fiore o sfruttato il culto de' suoi numi.
Dirizzatosi sopra Ctesifonte, assalse l'esercito nemico, e l'inseguì fin sotto alla città: ma improvvidamente abbandonato il Tigri, base delle sue operazioni, e sul quale le navi lo provvedeano di vettovaglie, inoltratosi nell'interno della Persia, non trova che solitudine; le ubertose campagne, i pingui villaggi sono ridotti a fumanti deserti dall'amor della patria o dagli ordini d'un déspoto; ogni giorno s'assottigliano le provvigioni; false guide rendono più disagiate le marcie al pesante treno; uomini e Dei non suggeriscono più ripieghi all'eroe, il quale, se dianzi fantasticava la conquista dell'Ircania e dell'India, allora, desolato al vedersi causa di tanto pubblico disastro, dovette dar volta verso il Tigri.
Le bande, che aveano bersagliato incessantemente la marcia, si raccozzarono in immenso esercito per abbarrargli la ritirata. Grossi di numero, leggeri di movimenti, a dovizia provvigionati, chiudevano in mezzo i Romani, costretti a combattere marciando, impediti dalle gravi armature, sì scarsi di cibo, che logoravano quanto potevano sottrarre ai somieri. Giuliano non concedeva a se stesso nulla più che all'infimo soldato: ma la superstizione che l'avea spinto ad afferrare il diadema, minacciava strapparglielo. Quel genio dell'Impero, che nella Gallia avea chiesto d'essere ammesso nella sua tenda, or rivide in atto di velare di gramaglie il capo e il cornucopia, e ritirarsene esterrefatto: Giuliano balza all'aria aperta, quand'eccogli avanti un'ignota meteora in sembianza del dio Marte, corrucciato con esso perchè in un trasporto di collera avea giurato non volergli più fare sacrifizj[115]. Gli aruspici etruschi consultati lo sconsigliano dalla pugna; ma come evitarla? Al nuovo giorno intimata la mischia (27 giugno), mentre, imbaldanzito del primo successo, insegue i Persiani, questi al modo loro saettano a man salva un nembo di dardi e giavellotti, uno de' quali imbrocca Giuliano nel petto.
Portato nella tenda, e riconosciuta mortale la ferita, cogli amici egli ragionò della morte alla maniera di Socrate, e come gli sapesse dolce in quel punto l'incolpabilità di sua vita; compiacersi di morire da re, anzichè per segrete cospirazioni, o per violenza di tiranno, o per languore di malattia; augurare ai Romani potessero esser felici sotto un sovrano virtuoso. Dissertò sulla natura dell'anima e sulla sua, che presto sarebbe ricongiunta alle stelle da cui emanava; e spirò di trentun anno e otto mesi.
Così narrano i suoi ammiratori; e Ammiano Marcellino, ch'era presente, gli pone in bocca una dissertazione nè da moribondo nè da lui. I Cristiani invece fanno che, sentendosi ferito, urlasse — Vincesti, o Galileo», e spirasse fra spasimi e rimorsi. E una cosa e l'altra sarà stata creduta, perchè i partiti credono non esaminano, e la storia rimane esitante fra eccessi opposti, colla sola certezza che entrambi esagerarono.