CAPITOLO XLVIII. Figli di Costantino. Sistemazione ecclesiastica. L'Arianismo.
Tanti interessi favorì e guastò Costantino col mutare politica, religione, metropoli, che non è meraviglia se di niun altro personaggio forse tanto bene fu detto e tanto male. Converrebbe trasferirsi al suo tempo per ponderare con esattezza il merito e la colpa dell'assodare sulle ruine del governo popolare la sovranità centrale, mutando lo spirito della sua nazione non solo, ma delle successive, che da quel punto appajono distinte dalle antiche. Robusto animo si richiede per certo a cangiare, non che gli statuti, la religione d'un paese, senza sbigottire a pregiudizj d'educazione, a sofismi, a mormorazioni; robusto per resistere alle insinuazioni d'un partito trionfante, anelo di vendicarsi della lunga oppressione. A chi il chiedeva di condannare Gentili od eretici, Costantino rispondeva: — La religione vuole che per lei si soffra la morte, non che la si dia». Nelle carestie mandava generosamente ai vescovi grani, vino, olio, vesti, denaro da compartire ai bisognosi, massime ad orfani e vedove, senza divario di credenze. Represse le spie, pubblica peste, punendole se calunniatrici; professava di voler calcare le orme di Marc'Aurelio e dello zio Claudio; attesa la fragilità degli uomini, doversi nel governo propendere alla condiscendente equità più che alla stretta giustizia. Riferitogli che alcuni popolani aveano lanciato sassi contro le sue statue, si palpò, e disse: — Non mi risento di nessun'ammaccatura». In uno di que' panegirici che la viltà de' letterati tesseva, e l'impudenza de' Cesari tollerava, un sacerdote predicevagli che, dominato glorioso sugli uomini, salirebbe a regnare a lato del Figliuol di Dio; ma l'imperatore lo interruppe, e, — Non de' tuoi elogi ho mestieri, bensì delle tue preghiere».
Quando di paganesimo era satura la società, non poteva egli a un tratto promulgare editti che abolissero il passato, e sopra la formalista legalità facessero trionfare il giusto e il buono: pure adoperò per elevare l'uomo materiale a uom morale, e al diritto di natura sottoporre gli arbitrj del diritto civile. Conforme alle dottrine religiose, abrogò le punizioni contro il celibato, esentò i cherici da ogni pubblico servizio od impiego oneroso, restrinse la facoltà di far divorzio; mandò a tutte le città d'Italia poi d'Africa, che si sussidiassero i genitori poveri, acciocchè non avessero a mandar a male i neonati. Punì il ratto fin a volere arso vivo il reo, o sbranato nell'anfiteatro; ed anche la rapita se confessasse aver consentito; i genitori di lei doveano pubblicamente accusarla; gli schiavi che v'avessero tenuto mano, erano bruciati, o liquefatto loro del piombo nella gola; nè lunghezza di tempo prescriveva l'azione contro questo misfatto, i cui effetti cadevano anche sulla prole: legge dove la moralità faceva trascendere la giustizia, e che perciò dovette modificarsi.
A insinuazione de' vescovi, meglio tutelò gl'interessi dei pupilli, ne garantì i possessi immobili, e volle s'intendessero aver ipoteca legale sui beni dei loro tutori. Generalizzò il diritto delle madri sulla successione ai proprj figliuoli; rinfrancò la buona fede, mediante il giuramento che i testimonj doveano proferire prima di deporre; estese l'uso de' codicilli; e volle più non fossero essenziali le formole nelle stipulazioni, nè le parole rituali nei legati. Da qualunque decisione diede appello a magistrati superiori; ma per ovviare allo spirito contenzioso, morbo d'allora, inflisse pene a chi interponesse appelli temerarj[94]. Sottopose anche il soldato all'ordinaria autorità nelle cause civili: nelle criminali, per tutti i sudditi fino ai Chiarissimi, furono competenti i medesimi tribunali. Stabilì che le condanne si registrassero, per responsabilità morale dei giudici: minacciò i magistrati prevaricatori o negligenti: dalle confische esentò ciò che fosse stato donato alle mogli ed ai figli, e nel registro de' confiscati si notasse sempre che aveano prole: addolcì la detenzione ai prevenuti, e volle che gl'incarcerati per debiti al fisco avessero stanza capace ed ariosa: mitigò le pene afflittive, abolendo quella tanto prodigata del marchio in fronte e la croce.
Vietò agli uffiziali pubblici di togliere, per debiti fiscali, i bovi, gli schiavi o gli attrezzi rurali, nè per le poste usare gli animali destinati ai campi: durante la seminagione e la messe dispensò i contadini da ogni servizio di corpo, e fin dal santificare le feste. Incoraggiò le arti e il sapere, mantenne pubbliche biblioteche, e la tradizione fa da lui fabbricare innumerevoli chiese, e tutte dotare pinguamente, con vasi preziosi e aromi e marmi fini. A tali liberalità gli porgevano modo sì i beni che i predecessori suoi aveano confiscato ai martiri, sì quelli ch'e' toglieva ai tempj profani o alla celebrazione de' giuochi circensi e teatrali. Proibì anche i gladiatori, ma non fece osservare il divieto: come anco ripermise l'aruspicina, che prima avea vietata.
Ma prode a capo degli eserciti, nella reggia annighittiva a posta de' ministri, che sperdevano il genio di lui tra frivole particolarità. Guasto dalla prospera fortuna, portava inseparabile il diadema, effeminato nell'addobbo e nel lusso aulico; al quale ed alla fabbrica della nuova città non bastando i tesori accumulati, gravò di nuovi accatti i sudditi. Da crudeltà ed avarizia nol ritennero la riflessione e il cristianesimo.
Da Minervina, moglie oscura di sua giovinezza, avea generato Giulio Crispo; giovane di ridente aspettazione, che a diciassette anni (317) proclamato cesare e governatore delle Gallie, con vittorie su Germani e Franchi e nella guerra civile acquistò il cuore della moltitudine. Ma repente Costantino lo faceva giudicare e uccidere a Pola (326): dappoi, scopertolo innocente, lo pianse, e punì atrocemente coloro che l'aveano indotto a un misfatto, le cui ragioni sono avvolte nel mistero, come avviene di questi assassinj di palazzo. Allora dichiarò Cesari Costantino, Costanzo, Costante, partoritigli da Fausta figlia di Massimiano; associò loro, non si saprebbe perchè, gli zii Dalmazio e Annibaliano; e li collocò in diverse parti dell'impero, con qualche porzione di autorità, ma sempre in sua dipendenza.
Negli ultimi quattordici anni meritò il titolo di fondatore della pubblica quiete: temuto dai Goti, dai Vandali, dai Persi, riceveva ambascerie fin dalle rive dell'oceano Orientale, e dalle sorgenti del Nilo. Dieci mesi dopo celebrato il trentesimo anno d'impero, ammalò a Nicomedia, e sentendosi mancare, chiese l'imposizione delle mani ed il battesimo (337 — 27 maggio) fin là differito, e morì protestando esser unica vera vita quella in cui entrava. Onorato di solennissime esequie, fu collocato dall'adulazione de' Pagani fra gli Dei, dalla gratitudine del clero fra gli apostoli e i santi, dalla giustizia della posterità fra i grandi monarchi, come quello che intese il suo tempo, e non che ostinarsi al passato, secondò e favorì i maturi progressi, e si pose a capo della maggior rivoluzione che la storia descriva.
Appena lui morto, il popolo e i soldati, non si sa per qual motivo, trucidarono Dalmazio, Annibaliano e i nipoti di lui, sicchè regnarono soli i figli. Costanzo II ebbe l'Asia, l'Egitto, la Tracia; Costante l'Italia, l'Illirico e l'Africa: Costantino II, non contento delle Gallie, della Spagna e della Bretagna, pretese anche la Mauritania (340), e per averla invase l'Italia; ma ad Aquileja restò ucciso. Ne occupò i dominj Costante, ma debole e scostumato, perdeva gli amici, esacerbava i nemici: del che imbaldanzito Flavio Magnenzio, capitano barbaro, l'uccise e si fece gridare imperatore (350), ed ebbe l'Occidente coll'Italia. Contemporaneamente Vetranione, antico generale delle legioni dell'Illirico, intesa la morte di Costante, lasciossi da queste acclamare augusto; e in Roma Popilio Nepoziano, nipote di Costantino, con un branco di schiavi e gladiatori, carpiva la porpora.
Costanzo dalla guerra di Persia si volse contro gli usurpatori; ricevette al perdono Vetranione che sempre avea fatto mostra d'essere daccordo con lui; a Magnenzio, che già aveva ucciso Nepoziano, diede una delle più sanguinose battaglie che da gran tempo vedesse l'Europa[95]. Costanzo pianse allo sterminio di tanti prodi che avrebber potuto far barriera ai Barbari: Magnenzio, fuggito in Aquileja, sostenne alquanto tempo la guerra nell'alta Italia poi nelle Gallie, finchè a Lione s'uccise (353). Allora Costanzo si trovò unico possessore di tutto l'impero; egli eterno, egli signore dell'universo: ma era un fiacco, inetto a far il bene o impedire il male, aggirato da eunuchi, i quali, arbitri del nuovo impero come dell'antico erano i pretoriani, ergevano ai primi gradi creature loro, accumulavano ricchezze, impedivano che i lamenti giungessero al monarca, illuso da mendace quadro di prosperità e d'applausi.
Di tali disordini si fanno forti alcuni per dire, — Ecco a che fu ridotto l'impero dal cristianesimo».
Perchè l'illazione reggesse, bisognerebbe dimenticare qual era l'impero pagano; chè è solo dei fatui, allorchè una medicina non risana un infermo disperato, dire che lo ammazzò. Il cristianesimo operava una rivoluzione, non di accademiche speculazioni, ma pratica, volendo mutare la condizione morale, dirigere la volontà e la vita. Non tendeva dunque ad operare sull'opinione per via della pietà, ma viceversa, a penetrare nelle credenze, e da queste nelle leggi quale indistruttibile componente. In mutazioni siffatte, il movimento, non che si arresti alla superficie, investe tutte le azioni e le idee, la società domestica non men che la pubblica, s'intreccia spesso ne' legami della famiglia e dello Stato, sempre alla loro sanzione; talchè l'opinione recente trovasi a petto un ordine legale da abbattere, affezioni da contrastare, abitudini inveterate da rompere, giudizj abbarbicati da revocare in discussione.
Men difficile riuscirebbe la vittoria se i novatori portassero seco un ordinamento bello e compito, una legislazione foggiata sui dogmi che insegnano. Ma il cristianesimo, società spirituale, volta a convincere gl'intelletti e far retti i cuori, più che a sovvertire le relazioni e l'esterior condizione dell'uomo, quando uscì dall'angusto circolo delle chiese non aveva in pronto veruna teorica sociale da offerire agli imperatori convertiti, sicchè trovossi esposto agli inevitabili ondeggiamenti del tirocinio.
I successori pertanto di Costantino trovavano nei precetti del Vangelo e nei consigli della Chiesa di che migliorare le leggi dal lato morale: ma mentre la legislazione civile assumeva spirito cristiano, gentilesca rimase l'amministrazione; il sovrano era ancora identico collo Stato, coll'autorità senza confini rendendo smisurata l'efficacia de' vizj suoi; alla Corte duravano perversi costumi, e raggiri d'eunuchi e cortigiani; le credenze evangeliche rimanevano falsate dal despotismo di teologi coronati. Se v'aggiungete l'irriflessivo ostinarsi di molti nella dottrina dei loro padri; la necessità di rispettare certe forme di reggimento, unico puntello della costituzione di cui erano scalzati i fondamenti; le gravi sventure che percossero l'impero; le dissensioni interne della Chiesa, vi sarà spiegato perchè sì lento arrivasse il finale trionfo di questa, e nella sua visibile attuazione si mescolassero estranei elementi.
Frattanto alla società civile essa ne contrapponeva un'altra, costituita regolarmente ma sovra tutt'altre basi. E poichè gli affari esterni della Chiesa tale importanza acquistano, che senza di essi rimarrebbe inintelligibile la storia, vogliamo esaminarne l'ordinamento allora introdotto; e tanto più che durò dopo scomparso il civile, per dar carattere alla storia moderna d'Italia, e conservasi fino a noi colla stabilità che la Chiesa imprime a tutto.
A una dottrina veramente cattolica, la cui identità resterebbe distrutta per ogni minima deviazione dalla fede comune, era indispensabile un sacerdozio ordinato in modo, da perpetuare la rigorosa conformità di credenze nell'infinito numero di Stati fra cui è divisa la comunità spirituale, indipendenti, distinti di luoghi, di stirpe, di favella; in modo che s'attuasse una civiltà, universale di fatto come di nome. A ciò servì l'unità del sacerdozio, pel quale l'esistenza del potere ecclesiastico rimane assicurata accanto al temporale, senza che l'uno minacci l'altro.
Col sacerdozio s'introduce fin dal principio una distinzione, ignota a Greci e Romani, fra preti e laici. I sacerdoti, destinandosi a speciale servizio divino, ricevevano la missione e la dignità dai vescovi coll'imposizione delle mani. Ogni comunità aveva un solo vescovo, che la propria elezione comunicava ai confratelli con lettere pastorali, ove faceva professione di sua fede: gli uni agli altri poi partecipavansi la lista degli scomunicati, acciocchè nessuno di questi fosse accettato in altre chiese; e davano lettere di raccomandazione (literæ formatæ) pei fedeli della propria diocesi che viaggiassero. Così l'universalità moltiplicava le relazioni, potentissimo mezzo d'incivilimento.
Il territorio su cui un vescovo aveva giurisdizione, chiamavasi diocesi, con nome dedotto dalla nuova distribuzione imperiale. Più tardi a molti vescovi fu preposto un metropolita, col titolo d'arcivescovo o di patriarca, che li consacrava, convocava a sinodi, rivedeva le loro sentenze. Ne' primi secoli non appajono altri patriarchi che a Roma, Alessandria, Antiochia.
La chiesa di Roma, oltre esser eretta nella maggior città d'allora, vantavasi fondata avanti ogn'altra di Occidente, e dal maggiore degli apostoli, e bagnata del sangue di esso e di san Paolo; onde consideravasi capo della gerarchia il vescovo di essa, malgrado che gli altri patriarchi ora ad ora competessero: ma almen nella pratica, la primazia teneasi piuttosto d'ordine e dignità, che di potere o giurisdizione. Quando la Chiesa universale fu legalmente riconosciuta, e potè congregare i suoi rappresentanti, e pubblicare decreti per tutto l'impero, l'autorità della romana sede fondossi sopra atti legittimi, emanati dalla potenza ecclesiastica d'accordo colla civile[96], e s'andò via via fortificando anche esteriormente.
La comunanza dei beni, possibile in società ristretta, perdette opportunità appena la Chiesa fu dilatata; e i proseliti poterono conservare i loro beni ed aumentarli ciascuno col traffico, l'industria, le eredità, solo obbligati a soccorrere i fratelli poveri, e ad un'offerta nelle ebdomadali o mensili adunanze, pel culto o per opere di pietà. Il denaro raccolto custodivasi dal vescovo, e tre porzioni generalmente se ne facevano: la prima a sostentamento del vescovo e del clero; la seconda al culto e ai banchetti di carità; l'ultima ai poveri, pellegrini, schiavi, carcerati, a salvar la vita e l'anima degli esposti, a quelli che soffrissero per la giustizia. N'erano dispensieri i diaconi; nè lontananza di provincie, nè diversità di nazione limitava la carità, anzi neppure la differenza di religione. Essendo dalle leggi imperiali interdetto ai collegi e corpi il possedere fondi senza dispensa del senato o del l'imperatore, le chiese non n'ebbero se non sullo scorcio del secolo III. Dall'editto di Costantino ne ricevettero ampia facoltà, e allora cessarono di trarre unico sostentamento dalle limosine dei fedeli.
Gli ecclesiastici dapprima vestivano non altrimenti de' laici, per la necessità di nascondersi; ed abito consueto a' Cristiani era il mantello filosofico sopra la tunica, quale con poca varietà conservasi tuttora dagli ecclesiastici. La maestosa toga già cadeva in disuso sotto Augusto[97], riserbandosi solo a certe comparse, per quanto egli e più tardi Adriano tentassero richiamarne l'usanza: smessa poi affatto nel dechino dell'impero, dell'antico vestimento serbarono traccia soltanto gli ecclesiastici, i quali in tal modo vennero a trovarsi addobbati diversamente dalla comune de' cittadini.
Ciascuna plebe poi eleggeva i proprj sacerdoti: fra questi cernivasi il vescovo, cercando appartenesse alla diocesi medesima, onde conoscesse il suo gregge, ma del resto prendendolo dovunque si trovassero scienza, virtù, opportunità alle circostanze; e popolarmente era pure eletto il romano pontefice. Per decidere sui dubbj, o per refocillarsi di fede e di carità, si radunavano in sinodi particolari, ovvero in generali.
Era dunque la Chiesa costituita in monarchia elettiva e rappresentativa, colla libertà e l'eguaglianza accoppiando l'assoluta obbedienza dovuta al capo, benchè tolto dal popolo: nè altro culto al mondo seppe coordinare una gerarchia in modo, da potersi svolgere ed ampliare indefinitamente, eppur rimanere sotto ad una magistratura suprema ed infallibile in diritto e in fatto. Re e sudditi, individui ed assemblee non sono sommessi che alla legge di Dio, promulgata e interpretata dalla Chiesa, a cui egli disse, — Chi ascolta voi, ascolta me; pascete le mie pecore; ciò che voi sciorrete sarà sciolto, ciò che legherete sarà legato»; onde l'autorità e l'obbedienza rimangono del pari nobilitate; ai popoli s'impone un'autorità scevra d'ogni violenza, e tale che lo spirito vi s'inchina senza che il cuore s'avvilisca; giacchè, parlando dall'alto, obbliga eppure non costringe.
La potenza morale de' pontefici, divenuta poi efficacissima nel medioevo, riducesi, come quella de' prischi tribuni, a una negazione protettrice, impedendo si conculcassero la giustizia e la moralità. Come un pretore romano, il pontefice pacifico e inerme decide, secondo equità, le dissensioni, che l'interesse o l'ambizione suscitino fra i credenti; come un censore, ammonisce gl'ingiusti ed i violenti; come un tribuno, protesta a favore degli oppressi. I suoi ministri, recisamente distinti da quelli dell'ordine temporale, sono obbligati all'universale insegnamento, epilogato in simboli noti a tutti, ed esposti al cherico, al laico, all'incredulo: il che impedisce del pari e l'esclusività delle Caste orientali, e il vacillamento dei moderni Riformati. Il sacerdote accostandosi al sovrano siccome deputato della monarchia della Chiesa, rammenta l'eguaglianza di tutti e la preferenza dovuta ai poveri; accostandosi al popolo, predica la ragionata soggezione.
I primi pontefici, dopo sudato tutta la vita a serbare pura la fede e incoraggiarne i confessori, l'avevano suggellata col proprio sangue. A Pietro succedettero (67) Lino volterrano; Anacleto romano; Clemente romano, già compagno di san Paolo, e di cui ci rimangono due lettere ai Corintj (100); Evaristo siro; Alessandro romano; Sisto della gente Elvidia, che introdusse il digiuno della quaresima; Telesforo di Turio, cui si attribuisce il Gloria in excelsis (139). Di Igino ateniese, Pio d'Aquileja, Aniceto d'Ancisa, Sotero di Fondi, non è ben certo, non che il tempo, l'ordine di successione (177). Eleuterio di Nicopoli narrano mandasse missionarj nella Bretagna. Lo zelo di Vittore africano (193) fu temperato dai prelati occidentali, affinchè non segregasse dalla Chiesa i vescovi d'Asia per la quistione sul tempo in cui celebrare la pasqua. Calisto della gente Domizia (249), succeduto a Zefirino romano, dicono scavasse il famoso cimitero lungo la via Appia, che vi fossero tumulati censettantaquattromila martiri e quarantatre papi. Seguono Urbano e Ponziano romani (253), Antero di Policastro, Fabiano, Cornelio, Lucio, Stefano romani: quest'ultimo ebbe dispareri con san Cipriano. Poi Sisto II ateniese (257); Dionisio di Turio, de' cui scritti ci rimane qualche frammento; Felice romano; Eutichiano da Lucca; Cajo Dalmata; Marcellino romano; Marcello romano (304), di cui la severità e le contraddizioni sono attestate dall'epitafio che san Damaso ne scrisse. Pochi mesi durato papa Eusebio calabrese, gli successe Melchiade o Milziade africano (311), indi Silvestro di Roma (314), sotto il quale avvenne il fortunato cambiamento degl'imperatori.
Tardi si narrò che Costantino, mondato dalla lebbra e battezzato da questo pontefice, cedesse a lui ed ai successori la sovranità di Roma, dell'Italia e delle province d'Occidente. L'atto, forse foggiato nell'VIII secolo e inserito nelle Decretali del falso Isidoro, parve assegnare remotissima antichità e legittimo principio alla dominazione temporale dei papi. Pure sin dal secolo XII ne fu impugnata l'autenticità, poi Lorenzo Valla l'abbattè con ragioni, cui i leali difensori della santa sede furono i primi ad assentire. Costantino dotò bensì lautamente le chiese di Roma; ed un catalogo, comunque imperfetto[98], enumera le rendite che da case, botteghe, fondi, giardini traevano quelle di San Pietro, San Paolo, San Giovanni Laterano, sommanti a ventiduemila aurei, oltre quantità d'olio, lino, carta, aromi, frutti. Pure i pontefici anche dopo il trionfo perseverarono in umile tenore di vita, non aspirando a regnare su questo mondo, ma a darsi specchi di costante virtù.
Tosto però che le cose del cielo toccano queste umane, partecipano della pervertita loro natura. Nella Chiesa, da perseguitata divenuta dominante, a folla entrarono Pagani, non sempre per intima convinzione, nè dopo lottato col raziocinio, colle passioni, coll'abitudine, cogl'interessi; ma sovente per conservare le cariche o il favore, o per cupidigia de' privilegi e delle ricchezze sacerdotali: di che i costumi de' Cristiani peggiorarono, e i vizj dell'antica s'insinuarono nella nuova religione. Trista pittura de' costumi dei prelati fa Ammiano Marcellino, ma siccome uomo che del cristianesimo non conosce se non l'austera semplicità, senza avvertire come già acquistasse ingerenza civile, e in conseguenza dovesse mostrare pompe esteriorj, suntuose solennità, ricevere tributi, avere possessi, co' privilegi e coi pericoli che gli accompagnavano.
In Oriente si era meno ammazzato e più discusso; laonde, se rapido germogliò il cristianesimo, insieme nacquero dubbj e novità, e quella serie di dissensi che rampollano da ogni verità tosto che sia seminata in mezzo agli uomini, dove può restare contaminata da amici, da nemici, dai mezzi stessi di cui l'uomo è costretto valersi per propagarla, cioè la parola e la scrittura. Quindi nuova nè sempre incruenta persecuzione cominciò alla sposa di Cristo, la quale, sicura omai della costanza dei martiri, doveva temere la seduzione dell'errore, e travagliarsi a conservare nell'apostolica integrità questo vasto simbolo della rivelazione, di cui ogni parte, ogni parola corrisponde al tutto.
Al nostro libro non appartiene di toccarne se non quanto concerne l'Italia, e quanto operò sui pubblici avvenimenti; perocchè le eresie, che dapprima erano dispute di scuola, giunsero ben presto a sconvolgere la politica: e la più clamorosa fu l'Arianismo.
Cristo nulla scrisse. Che gli Apostoli, prima di spargersi a predicare alle nazioni, abbiano fra sè combinato il simbolo della fede comune, quale ci fu tramandato col titolo d'Apostolico, è pia credenza[99]. Un'esposizione generale e compita del dogma non si aveva; e la dichiarazione di fede consisteva nell'escludere dalla comunione d'una chiesa chi credesse altrimenti, cioè chi alla verità generale surrogasse una restrizione di particolar suo giudizio.
Di siffatta guisa erano stati combattuti i primi errori intorno alla natura divina, dove alcuni aveano sostenuto l'unità astratta della sostanza di quella, fino a negare ch'essa si svolgesse in tre persone; alcuni eransi abbandonati alla vaghezza d'idee platoniche, analoghe alle cristiane sul Verbo; altri aveano posto troppa differenza tra il Padre e il Figliuolo, o formandone un dio distinto, o riducendolo a un uomo, nel quale per alcun tempo si fosse incarnata una virtù celeste, una sostanza divina. Da che il mondo omai apparteneva a Cristo, viepiù importava di conoscere chi e quale egli fosse. Ario, prete d'Alessandria d'Egitto (312), pretese spiegarlo; ma mentre gli ortodossi tengono Cristo come la conoscibilità divina, il pensiero eterno di Dio, coesistente coll'eterna sua attività, della medesima sua sostanza (ὁμούσιος), Ario vi riconosceva la forza, la verità, l'avvenire, ma non voleva identificarlo con Dio, e ne formava un essere distinto, di sostanza analoga (ὁμοιούσιος) a quella di Dio, una creatura tipica, che Dio generò per servire di modello agli uomini.
Erudito in quanto erasi detto prima di lui, con sottilissima dialettica, stile splendido e fin lezioso, arguta industria d'insinuarsi negli spiriti, perseveranza di aspettare, accorgimento di cedere a tempo, e rimanere nella Chiesa nel mentre la sovvertiva, faceva libri e poemi popolari, entrava nelle case confabulando, e — Avete voi (domandava alle donne), avete avuto figli prima di partorire? così neppur Dio potette averne uno prima che il generasse». Da questa triviale comparazione molti restavano convinti che il Padre dovess'essere anteriore al Figliuolo.
Già allora non pochi teneano che, nella forma della dottrina, nulla vi fosse di assoluto, e tutto dipendesse dal riflesso d'una certa modificazione del sentimento, e che le differenze della Chiesa non fossero se non varianti maniere di vedere dell'intelligenza cristiana: sicchè gl'istinti razionali dirigeansi a favore di Ario, il quale al mistero opponeva il senso comune: i tanti che, sull'esempio di Costantino e della Corte, si erano convertiti prima di vincere sè ed il mondo, abbandonavansi alla rilassatezza nel credere, alla svogliatezza nel cercare il vero: lo scarso studio agevolava l'errore, e a gente inavvezza alle sublimi audacie dell'ideale, riusciva più facile rappresentarsi Gesù nella sua vita e morte qual profeta, che qual dio; tanto più che, con tale spediente, le dottrine comunicate dall'alto per suo mezzo conservavano il valore dogmatico, mentre all'unità di Dio non restava più questa nube della triplicità di persone.
Ma se l'autore del cristianesimo non è dio, eguale e consustanziale coll'autore delle cose, quei che l'adorano sono idolatri, o riconoscendo due Dei, ricascano nel politeismo; Cristo non è più il tipo a cui l'uomo dee conformarsi per meritare, lo che costituisce la base del cristianesimo pratico; e perduta la fede del mediatore divino, trova novamente fra sè e Dio quell'abisso che ne lo separava nei secoli pagani. La dottrina di Ario feriva dunque l'essenza del cristianesimo. Inoltre, per conservare la società e per migliorare i costumi e la condizione civile, allora più che mai faceva duopo di opere; e per operare bisogna credere; e per credere bisogna ammettere un'autorità infallibile. L'egoismo avea sfasciato la società romana; il sacrifizio dovea ricostruirla, e per sagrificarsi bisogna non dubitare dello scopo dei proprj sforzi. Ben è dritto dunque se tanta importanza attribuì la Chiesa ad un'eresia che intaccava le basi della fede, l'appoggio della speranza, il nerbo della carità.
L'introdursi d'una nuova religione avea spezzato l'unità politica romana, sicchè gl'imperatori a ferro e fuoco vollero distruggerla; ma cresciuta tanto da divenire prepollente, Costantino la favorì per ricomporre l'unità in senso cristiano. Erasi appena avviata, quand'ecco il cristianesimo scindersi in parti; ecco sconnettersi quella fede, che della propria unità avea sempre fatto arma trionfante contro la Babele delle opinioni gentilesche.
Costantino, che dapprima l'avea sprezzata come un problema irresolubile a raziocinj umani, si accorse quanto seria si rendesse la querela sì pel pericolo della fede, sì pel calore sedizioso con cui era agitata: persuaso però che la Chiesa nelle credenze non dev'essere regolata che da se stessa, indicò un'adunanza, non più particolare, ma universale. Ora che voleasi accogliere tutto il mondo romano nella comunione cristiana, non bastavano parziali decisioni; ma la Chiesa, rappresentante dell'umanità divinamente ristabilita nell'unità, dovea mostrarsi una in un concilio ecumenico, e in questo chiarirsi del comune consenso, e stabilire qual credenza tenere sopra il punto essenziale del cristianesimo, la natura del Verbo.
Pertanto a Nicea di Bitinia (325) convennero i vescovi di tutto l'impero, in numero di trecendiciotto. Molti di loro portavano sul corpo le gloriose stigmate del martirio, sostenuto per la fede che allora venivano a difendere colla parola; altri rendeva illustri uno speciale dono di santità, di miracoli, di dottrina; e fra loro primeggiavano da una parte Ario, attentissimo ad ogni opportunità di far trionfare la sua causa; dall'altra Atanasio, diacono poi vescovo d'Alessandria, per lunghi anni il campione più fervoroso della parte ortodossa. Silvestro papa vi mandò legati; varj laici vennero ad appoggiare colla dottrina l'una o l'altra causa; e lo stesso imperatore vi comparve colla maestà richiesta da tale assemblea.
Qui cominciossi a contendere di testi, di ragioni e di cavilli; per sottrarsi ai quali fu adottata una parola platonica, dichiarando che il Figliuolo è consustanziale (ὁμούσιος) col Padre; fu compilato un simbolo, e condannati Ario ed i suoi[100]. Le decisioni del concilio furono notificate a tutto l'impero; e Costantino moltiplicò lettere in tal senso, ed esigliò Ario. Ma questo, inesauribile di spedienti, ora esclamava contro l'introdurre nel dogma una parola sconosciuta alle sacre scritture, o contro la presunzione di definire assolutamente sovra punti imperscrutabili; ora propugnava le opinioni sue davanti a nuovi concilj; ora con capziose professioni di fede sorprendeva l'imperatore, infelice teologo: il quale al fine ordinò al vescovo di Costantinopoli di ricevere Ario alla comunione. Questi però, mentre recasi alla chiesa, è preso da colica e muore (336).
Non che spegnersi con lui, l'incendio divampò: diciotto simboli in pochi anni pubblicarono gli Ariani, i sinodi particolari decidevano un contrario all'altro, s'avvicendavano le persecuzioni; e gl'imperatori succeduti a Costantino, e adombrati del potere conceduto da questo alla Chiesa, propendevano per la fazione che gl'invocava. Costanzo II perseguitò accannitamente sant'Atanasio, che instancabile parlava, agiva, scriveva, passava da Oriente in Occidente, dai deserti di Libia alla sede di Roma per far trionfare la verità. Papa Liberio romano, succeduto a Marco e Giulio romani anch'essi, sosteneva Atanasio e le decisioni del concilio Niceno (352); ma per ciò Costanzo, o piuttosto i suoi eunuchi il tolsero a perseguitare, e coltolo nottetempo, il trasferirono a Milano (356), indi il confinarono a Berea nella Tracia; ma nulla il divolse dal proponimento.
E violenza era in ogni dove; per bandi imperiali, chiunque sostenesse la parola consustanziale era marchiato in fronte, espulso di città, confiscati gli averi; i Cattolici comunicassero cogli Ariani, o guaj; date a questi le chiese e le pubbliche dotazioni; in Roma si veniva alle mani per la consustanzialità, come un tempo pei diritti del popolo; e i soldati, «cattivi apostoli della verità, la quale non conosce altr'arme che la persuasione» (Atanasio), pretendevano imporre la fede. Ma intanto riconosceasi qualcosa di nuovo nel mondo romano; il vessillo della Chiesa sventolava di fronte a quel della terra: la Chiesa proclamava un'autorità superiore alle umane, e da cui queste ritraggono; Cesare rispondeva colla spada; ma gli ecclesiastici ne aspettavano imperterriti il colpo, sostenuti dal popolo e dal rappresentante di questo, il pontefice.
Frattanto i fedeli, privi di pastori, esitanti nelle coscienze, sottoposti a vescovi non eletti da loro e non conosciuti, alzavano concordi lamenti. Allorchè Costanzo venne a Roma, una nobiltà di matrone in addobbi sfarzosi gli si presentò, invocando — Restituisci alla sede papale Liberio, giacchè nessuno entra nelle chiese dacchè vi sta Felice a lui surrogato». L'imperatore accondiscese, purchè Liberio convenisse nel parere de' vescovi; ma quando tal concessione fu proclamata nel circo, il popolo, che in Italia non aveva disimparato le democratiche manifestazioni, raccolse a scherni, dicendo: — La Chiesa è forse un anfiteatro, dove fare due fazioni? Un solo Dio, un solo Cristo, un vescovo solo».
Pure i soliti artifizj de' prelati greci, affinati alla Corte e nelle scuole, prevalsero nel concilio di Rimini (358); quattrocento vescovi furono tratti a firmare una formola di fede, la quale condannava chi dicesse, il Figliuolo di Dio essere creatura eguale alle altre; formola che, sotto sembianza di verità, implicava che Cristo fosse creatura. All'insistente persecuzione non seppe resistere Liberio; e in un istante di debolezza, affine di esser restituito alla sua sede, sottoscrisse un simbolo in senso ariano, o più veramente la condanna d'Atanasio[101].
San Girolamo potè allora dire che il mondo stupì di trovarsi tutto ariano: vent'anni di durata toglievano a quest'opinione la taccia di nuova; il papa vi aveva aderito, non cercavasi per quali arti, nè se subito si ritrattò: laonde si poteva credere imminente la caduta della fede Nicena, un concilio ecumenico si sarebbe ingannato, avrebbe mentito la parola di Cristo. Ma Atanasio, non che disperare, sbucato dal settenne nascondiglio, si scagliò non contro i prevaricatori, bensì contro la forza che li traviava; tosto i Padri illusi protestano contro l'errore; e nel concilio d'Alessandria vien rintegrata la dottrina cattolica.
Invece di risecare tante vane quistioni, le fomentava Costanzo, non assodando per fede, ma turbando per curiosità la Chiesa, e intanto lasciando mal capitare l'impero.