CAPITOLO LI. La coltura pagana digrada, si amplia la cristiana.
Quella dei santi Padri era letteratura vitale, nuova, dell'avvenire; ma la scolastica, di forme ricalcate sui modelli classici, neppur un grande scrittore produsse dopo Costantino. Dall'Africa fu chiamato a Roma e a Milano sant'Agostino per insegnare eloquenza; dalle Gallie un retore per tessere il panegirico a Teodosio; le vennero d'Egitto Macrobio e il migliore poeta Claudiano, da Siria il retore migliore Icherio, d'Antiochia il migliore storico Ammiano Marcellino; e ricordiamoci che in gran carezza di viveri, essendo rinviati i forestieri da Roma, i pochi letterati dovettero andarsene, conservando invece tremila ballerine, altrettante cantatrici, e loro maestri e cori e turba seguace.
Scuole però non mancavano, e san Girolamo vi si esercitava fanciullo a declamare, e con finti litigi addestravasi ai veri; nei tribunali, udiva eloquenti oratori disputare fino a svillaneggiarsi e mordersi[148]. Valentiniano e Graziano istituirono scuole di retorica e grammatica greca e latina nella metropoli di ciascuna provincia; e coloro che venivano a studio in Roma, dovevano portare dalla patria attestazioni dell'esser loro, poi arrivando notificare dove abitassero, a che studj intendessero, non bazzicare male compagnie e spettacoli, se no cacciati a verghe[149]. I maestri di grammatica non insegnavano meramente gli elementi della lingua, sibbene tutte le scienze filologiche[150]: che in conto maggiore fossero quei di retorica, appare dal doppio delle razioni a loro assegnate[151]: passavano di città in città al fiuto de' migliori stipendj, trafficando di versi, complimenti, panegirici, dispute, senza curarsi dell'impero che cadeva o del cristianesimo che sorgeva. Così le scuole diventavano semenzaj di cattivo gusto, come ogniqualvolta s'insegna a supplire ai pensieri con un'enfasi sempre più esagerata, e con cumuli di figure alla perfezione dello stile e alla purezza della lingua.
Deteriorando la coltura e crescendo la mescolanza, sopra l'arte imitatrice studiata dagli scrittori rivalse l'elemento popolare, spontaneo e incolto; sicchè nemmeno i Romani giunsero a conservare l'aristocratica purità della dicitura. A ciò s'affaticarono retori e grammatici; Mauro Servio commentator di Virgilio; Elio Donato precettore di san Girolamo e autore dei rudimenti della grammatica, che divennero modello alle posteriori; Nonio Marcello che trattò della proprietà delle parole latine; Pomponio Festo che scrisse della significazione delle parole; Sosipatro Carisio che diede cinque libri di osservazioni grammaticali; Diomede, Fabio, Planciade, Fulgenzio, che hanno il merito d'averci conservato qualche frammento o qualche tradizione antica; ultimo Arusiano che dispose alfabeticamente frasi e locuzioni spigolate nei classici.
Questi grammatici erano i soli che trascrivessero i libri per uso della scuola: e regolandosi secondo il gusto particolare, lasciavano perire i migliori per conservare i più opportuni; preferivano le cose tenui e le brevi alle storie di Tacito e di Livio; col divulgare estratti buttavano in dimenticanza le opere, il cui guasto venne dunque ben prima che dal medioevo e dai frati.
Altri compilatori ci tramandarono notizie sulla storia e sulle scienze, come Aurelio Macrobio, vissuto al tempo di Teodosio II, che nei Saturnali introduce persone di conto a discorrere di variatissimi argomenti, riportando le notizie e le dottrine degli autori colle parole lor proprie. Di qui una sgarbata mescolanza di stile, confessando egli stesso maneggiare a stento il latino, giacchè era nato in Oriente: ma ci conservò per tal modo brani importanti[152]. Marciano Cappella africano nei nove libri del Satyricon fa fascio d'ogni erba in verso e in prosa: e quella specie di compendio di tutte le scienze servì di testo alle scuole del medioevo. Di Censorino, più che gli Indigitamenta sulle divinità che hanno potenza sopra la vita dell'uomo, è utile il trattato cronologico, astronomico, aritmetico, fisico De die natali, per la cognizione che se ne trae de' computi del tempo fra' diversi popoli.
Le scienze non furono nè estese, nè applicate. La medicina seguitava in un empirismo misto d'incantagioni e di formole. Oribaso da Pergamo, medico di Giuliano e suggeritore delle costui superstizioni, transuntò opere d'antichi; ma il poco che ne rimane non ci aggiunge veruna cognizione: se non che discorre saviamente sugli esercizj di corpo frequentati dagli antichi, e sull'educazione fisica da darsi ai fanciulli, raccomandando quel che mai non sarà predicato abbastanza, d'invigorire il corpo prima di coltivare lo spirito, e lasciar questo in riposo fino ai sette anni, e allora affidare i ragazzi a maestri, ma fin ai quattordici astenerli da grammatici e geometri; dappoi non lasciarli mai oziosi, acciocchè precoce non si svegli in essi l'istinto della carne. Teodoro Prisciano scrisse in latino e in greco un Emporiston delle malattie facili a curarsi, il Logicus sugl'indizj delle croniche e delle acute, il Ginecion su quelle delle donne, e un libro d'esperienze fisiche. Di veterinaria (mulomedicina) trattò un Publio Vegezio, de' mali de' bovi un Gargilio Marziale, scorrendo su tutta l'economia rustica. Va col titolo di Medicina pliniana un libro mal attribuito a Plinio Valeriano. Dopo Costantino v'ebbe archiatri di palazzo, spesso decorati del titolo di conti del primo ordine, e nel v secolo posti a paro coi duchi o vicarj. Fu pensiero nuovo quel di Valentiniano II d'assegnare un medico a ciascuno dei quattordici rioni di Roma.
Vindanio Anatolino diede alcune regole d'agricoltura, buone quantunque miste a gentilesche superstizioni. L'ultimo scrittore latino d'agraria, Palladio Tauro Emiliano, in quattordici libri offre, appropriandoli a ciascun mese, estratti d'antichi, massime di Columella, più di questo esatto nel parlare d'alberi fruttiferi e degli orti: l'ultimo libro è in versi elegiaci. In Italia, dove la retorica guasta sì spesso e la storia e la precettiva, giovi ricordare ch'egli dal bel principio avvertiva: — Innanzi tratto vuolsi por mente a qual sia la persona cui devi insegnare, nè chi istruisce l'agricoltore deve emulare le arti e l'eloquenza dei retori, come si fa da certuni che, volendo parlare eloquentemente ai contadini, ottengono che la loro dottrina non possa capirsi nemmeno da' più esperti».
I Romani sapevano la guerra per arte più che per scienza; nè lo stesso Giulio Cesare riesce di grande utilità agli studiosi della strategia. Il primo che ne trattasse dogmaticamente fu Vegezio Renato, che nell'Epitome institutionum rei militaris, dedicato a Valentiniano II, spogliò varj autori di arte bellica terrestre e marittima, e gli ordini d'Augusto, Trajano e Adriano «affinchè, coll'esempio e l'imitazione delle antiche virtù, gl'istitutori de' giovani soldati potessero ripristinar l'onore della milizia romana guasta e giacente».
Adriano, trovando mal accomodarsi l'antica legione coi nuovi modi della guerra, era ricorso al triviale ripiego di sceglierne i più prodi e obbedienti, e formarne una coorte di mille, quasi il frantumarlo rendesse buono ciò che non è. Probabilmente collocavasi essa a capo della legione, e dietro a lei le nove altre coorti, disposte sopra tre linee: lo che rendeva agevole il formare il battaglione quadrato, di grand'uso nelle guerre di quel tempo contro la cavalleria, nerbo de' Parti e degli Arabi. Ma al tempo di Vegezio la coorte era già ben diversa da quella d'Adriano, componendosi di due linee; la prima d'una fila di soldati pesanti, e d'una d'arcieri ferrati, con lancie e chiaverine; seguivano due file di veliti; indi una schiera di macchine da saettamenti, tra cui balestrieri e frombolieri e reclute male ad ordine d'arme, e gli additi destinati a protegger le macchine alle spalle; ultimi stavano i triarj per la riscossa. Vegezio si lamenta che della legione non sussista più che il nome: a fatica si reclutava, doveasi concederle voluttuosi quartieri, alleggerirne le armi, infine empirla di stranieri; eppure, dice Vegezio, lasciavansi uccidere non come uomini, ma come bruti, anzichè portar armi di buona difesa.
Espone egli coll'ordine schietto e appropriato di Senofonte; mette per fondamento valere più l'arte che la natura, e coll'esercizio e le istituzioni essere i Romani riusciti ad una superiorità, non data loro dalla natura. — Non superavano essi in numero i Galli, in agilità gli Spagnuoli, in forza i Germani, in iscaltrimenti gli Africani, gli Asiatici in ricchezza, i Greci in dottrina; ma meglio di tutti sapeano scegliere buoni soldati, istruirli nella guerra per principj, rinvigorirli con esercizj giornalieri, prevedere quanto può occorrere nelle varie maniere di mischie, di marcie, d'accampamenti; punire i vili, ricompensare i prodi. Queste parti della scienza militare crescono il coraggio; nessuno ha paura nel praticare ciò che ha bene imparato; ond'è che un gomitolo ben destro e disciplinato prevale ad uno più numeroso, ma di minor disciplina ed esercizio, che perciò trovasi esposto a sconfitte micidiali». Scende poi alle particolarità de' varj esercizj nella centuria, nella coorte, nella camerata, nell'individuo.
Nel libro secondo elevasi ad ordinamenti superiori, e alle guise con cui avvincevasi alla bandiera il soldato, non più volontario; facendogli, per Dio, per Cristo, per lo Spirito Santo e per la maestà dell'imperatore, giurar d'obbedire, di non disertare, d'immolar la vita per l'impero. Nel terzo tratta del formare gli eserciti, del conservarli sani e ben animati e disciplinati, delle qualità del capitano, dei segnali, delle disposizioni a norma del terreno, del passo dei fiumi, dei fenomeni naturali. Nel quarto ragiona delle fortificazioni; nel quinto della marina: cose del tutto mutate oggidì.
Nè gran cosa si può imparare da' suoi ordini di battaglia; ma i consigli e le massime generali contengono principj sicuri, che ancora non perdettero l'utilità. — Più avrete esercitato e disciplinato il guerriero ne' quartieri, men pericoli correrete in campo. Non ordinate mai le truppe in battaglia campale, che non ne abbiate sperimentato il valore con avvisaglie, e non siano sicure di vincere. I grandi generali non danno mai battaglia se non tratti da occasione favorevole o dalla necessità. Procurate ridurre il nemico colla fame, col terrore, colle sorprese, più che colle battaglie, giacchè in queste la decisione sta alla fortuna. Maggiore scienza si vuole a ridurre il nemico per fame che per ferro. Staccate dal nemico più uomini che potete, e ricevete bene tutti quelli che a voi verranno: chè guadagnerete più col trar uomini a voi che coll'ucciderli. Dopo una battaglia fortificate i posti, anzi che sparpagliare l'esercito: chi lascia i suoi sbandarsi inseguendo i fuggiaschi, cerca perdere la vittoria. Il disegno migliore è quel che rimane celato al nemico. Cogliere le occasioni è arte di guerra più utile che il valore. L'armata acquista forze nell'esercizio, le perde nell'inazione. Chi rettamente giudica delle forze proprie e delle avversarie, di rado soccombe. Il valore prevale al numero; una posizione vantaggiosa prevale talvolta al valore. Manovre sempre nuove rendono formidabile un generale; condotta troppo uniforme lo fa vilipendere. Secondo sarete forte in fanteria o in cavalleria, procuratevi un campo favorevole a questa o a quell'arma; e l'urto maggiore parta da quel dei due, su cui fate maggior caso. Deliberate con molti ciò che in generale converrebbe fare; decidete con pochissimi o anche da solo su ciò che dovete fare in ciascun caso particolare».
Sesto Giulio Africano, nei Cesti, deplorata la invalsa trascuranza delle armi offensive, continua: — Se si pensasse a proteggere i guerrieri con corazze ed elmi alla greca, se si attribuissero ad essi lunghe lancie, se si esercitassero a scagliare più a sesto il giavellotto, e a combattere caduno per se stesso, e quando occorra avventarsi sopra il nemico, correndo di tutta forza sin al tiro dei dardi, certo i Barbari non resisterebbero». Le quali modificazioni furono appunto adottate sotto Alessandro Severo, che con soldati così allestiti formò una gran falange di sei legioni, più numerosa che mai non fosse stata la greca. Ma già alla forza surrogavasi l'astuzia, ed esso Giulio si diffonde intorno ai modi di far perire il nemico senza combattere, cioè avvelenar le acque, i cibi, l'aria stessa, spaventare i cavalli, circuire il nemico con quelle frodi che la prisca virtù romana aveva aborrite. Poi suggerisce spedienti per sostenere intrepidi sia l'attacco de' nemici, sia il ferro de' chirurgi; all'uopo è ben fortunato chi trovi nello stomaco d'un gallo una pietruzza, e la porti seco alla mischia; come pure converrà tenersi propizio il dio Pan, ispiratore del terror panico, e potentissimo a dare e togliere il coraggio.
In tempi di tanta importanza pel morire di una e il sottentrare d'un'altra civiltà, nessuno tolse a delineare al vero i popoli invasori, o il carattere dei personaggi senz'adulazione o livore. Nè a contemplare d'occhio fermo i casi, e con ordine e verità narrare tanti disastri era opportuna quella mollezza degli intelletti, quello spossamento degli animi. Qual fiducia avere nel domani quando si vedeva perire ramo a ramo la pianta sociale, nè prevedevasi qual sorgerebbe dal suo ceppo? I Barbari, in perpetuo ed irragionato movimento, presentavano soltanto l'agitazione del caos o l'impulso dell'accidente cieco, ineluttabile: maledirne le vittorie era pericoloso quando già sovrastavano, viltà il celebrarle; meglio tornava il tacere o stordirsi.
Aurelio Vittore scarnamente compendiò le vicende romane da Augusto fin alle vittorie di Giuliano nelle Gallie, il quale gli decretò una statua di bronzo, onore svilito, e il governo della seconda Pannonia, indi Teodosio la prefettura di Roma. Flavio Eutropio, che fece la campagna di Persia con Giuliano, per ordine di Valente scrisse un Breviario della romana storia in dieci libri, dall'origine fino a Gioviano, con facile, semplice e pulita dettatura, e con amor del vero, quantunque non gli basti sempre l'arte di sceverarlo dal falso. Sesto Rufo, per ordine di Valentiniano, dettò un Compendio delle vittorie e delle provincie del popolo romano, specie di statistica, cui fa corona un opuscolo sui monumenti e gli edifizj di Roma. Storie scritte per ordine!
Ammiano Marcellino, nato di buona casa in Antiochia, militò nella Mesopotamia e nella Gallia; poi di cinquant'anni ritiratosi dalle armi in Roma, scrisse in latino una storia dal punto ove Tacito finisce, sino alla morte di Valente: ma dei trentun libri ci rimangono solo gli ultimi diciotto, che abbracciano dal 352 al 78, viepiù importanti perchè ogn'altro storico è venuto meno. A modo dei cronisti, digredisce grossolanamente sopra le comete ed altri accidenti naturali, mentre tace occorrenze di capitale rilievo. Da soldato narratore scarseggia d'arte e finezza, ma non di buon senso e amore della verità; non si propone scolasticamente un modello qualsivoglia, non fa della storia un retorico esercizio, e conosce che la semplicità ne è merito supremo; sa mostrare come i fatti si concatenino, e delineare i caratteri; e preziose informazioni ci trasmise su paesi e costumi che avea veduti, e massime sulla Germania. Al cristianesimo non fa buon viso, pure non l'aspreggia; e disapprova egualmente le mistiche follie di Giuliano, l'intolleranza di Costanzo, e lo sviare d'alcuni vescovi dalla primitiva disciplina. È l'ultimo suddito di Roma che in latino scrivesse una storia profana, onde si prova un vero rincrescimento nell'abbandonarlo[153].
I narratori ecclesiastici sono greci i più; e fra' latini, per dizione pura e calma sobrietà fu chiamato Sallustio cristiano Sulpizio Severo d'Aquitania, che con pia credulità scrisse la vita di san Martino, e le vicende della religione dall'origine del mondo fino al 410 dopo Cristo.
Dal vuoto Plinio sin a Costantino appena si trova chi aspiri al titolo di oratore; e le Declamazioni di dieci retori minori, raccolte da Calpurnio Flacco al tempo degli Antonini, girellano sopra soggetti immaginarj con poca arte, meno eleganza e niuna spontaneità. All'introdursi del fasto orientale frequentarono i panegirici, e dodici ce ne rimangono, infelici imitazioni del non felice Plinio: sono gratulazioni e piacenterie recitate agli augusti in nome della provincia dai più eloquenti, cioè da quelli che sapevano dir a disteso e ornatamente ciò che in breve e con semplicità si potrebbe. Anicio Simmaco romano, da Prudenzio anteposto fin a Cicerone, ci pare infelicissimo; pregia gli antichi, ma smanioso del bagliore poetico, ingordo dell'applauso anzi che castigato veneratore della bellezza, trastullasi in licenziosi traslati, e di giocherelli ingegnosi copre fracide adulazioni[154]. Suo figlio ne raccolse le lettere in dieci libri, senz'ordine cronologico, ma non inutili alla storia; e chi le paragoni con quelle di Cicerone, poi con quelle di Plinio, avrà tracciata la crescente digradazione dalla franca semplicità repubblicana alle formole pomposamente servili. Per eloquenza Mario Vittorino africano ottenne una statua nel fôro Trajano, e dall'Apostato fu eccettuato dal divieto d'insegnar belle lettere, quantunque cristiano: ma nè ciò, nè gli encomj dei santi Agostino e Girolamo tolgono alle opere sue di parer buje ed incolte, oltrechè povere di dottrina teologica.
I poeti ridussero a mestiere l'adulare, e uniti in maestranze come le altre arti, dai loro priori erano condotti al palazzo dei grandi per celebrare onomastici, matrimonj, virtù finte quanto le augurate prosperità. Si lascino nell'oblio co' loro odierni imitatori que' verseggianti ispirati da fame e da vigliaccheria; quelle poesie descrittive, dove l'eleganza stentata rivela la meschinità dell'ingegno. Solito delle età di decadenza, al bello si credette supplire col difficile; e Publilio Ottaziano, esigliato da Costantino, ottenne grazia coll'offrirgli una serie di componimenti, alcuni dei quali figurano un altare, altri un flauto, quale un organo[155]; in uno il primo verso è tutto in bisillabi, il secondo in trisillabi, il terzo in quadrisillabi; in un altro si succedono le parole di una, due, tre, quattro, cinque sillabe; in altri la prima parte dell'esametro è riprodotta nella seconda del pentametro[156]; in uno i versi possono leggersi da destra a mancina senza che si alteri il metro; in uno di venti versi, tutte le prime lettere insieme formano Fortissimus imperator, le quattordicesime Clementissimus rector, le finali Costantinus invictus[157]. Altri tessellavano poemi nuovi con emistichj vecchi, come Falconia Proba che applicò a Gesù Cristo le frasi di Virgilio; del casto Virgilio, cui Ausonio trasse a laide significazioni. Rufo Avieno, due volte proconsole al tempo di Teodosio, ridusse in versi latini i Fenomeni e i Prognostici d'Arato, e la Descrizione della terra di Dionigi Alessandrino, e fin le storie di Livio pensava verseggiare in giambi.
Claudio Claudiano d'Alessandria, già maturo, adottò la lingua latina, e le restituì un vigore disimparato; scrisse sopra differenti soggetti, alcuni di rimembranza, come il Ratto di Proserpina e la Gigantomachia; i più d'occasione, or lodando il barbaro suo mecenate Stilicone, or con estro più caldo vituperando Rufino ed Eutropio avversarj di quello; sempre esagerato, sempre ingrandendo le cose piccole, abbellendo le grette. Triviale d'immaginativa, trova però felici modi[158]; è mirabile artefice d'armonia: ma non trascende mai quel piccolo valico, per cui gli ottimi arrivano a sollevare l'intelligenza e toccare il cuore. Entrato franco nel soggetto, languisce come chiunque non sorregge l'ingegno collo studio: nè rifugge da immagini esuberanti o schife, come cavalli che pregustano la preda che avran domani, o vene che vomitano l'oro, o mari che sputano gemme sulla spiaggia.
Soprastava Alarico, soprastava Attila; ed i poeti chimerizzavano la Roma di Fabrizio e di Catone, nella città dei papi ricantavano Giove e la guerra, e a Stilicone parlavano un linguaggio qual sarebbe stato conveniente a Mario. Claudiano ha in pronto numi ed augurj per ogni occorrenza, per levare in cielo il cattolico imperatore Teodosio, per festeggiare il natalizio d'Onorio e vaticinare la fecondità de' suoi illibati imenei. Il genio poetico s'incateni a idee che hanno perduto la forza, la vita, l'avvenire, e avrà condannato se stesso a rimbambolire. Nè allora si trattava de' trastulli poetici di certi poetonzoli odierni; perocchè, quando stavansi a fronte due civiltà nemiche, il cantar Giove significava chiarirsi contro Cristo; e Claudiano forse col beffare i Cristiani[159] e rendersi cantore uffiziale del paganesimo, meritò che il senato facesse dai dottissimi imperatori decretargli il titolo di chiarissimo, il grado di notaro e una statua nel fôro Trajano[160]. Ma la ruina del generale Stilicone ravvolse anche il poeta.
A Magno Ausonio di Bordeaux l'esser maestro di Graziano fece ottenere il titolo di conte, e le dignità di prefetto al pretorio d'Italia e d'Africa, e di console. Graziano, che non avea potuto trovarsi presente all'inaugurazione di lui, volle assistere allorchè deponeva i fasci; nella qual occasione il poeta recitò il ringraziamento che ci resta. L'imperiale alunno gli rispose: — Pago un debito, e pagandolo resto ancora debitore»; motto che val meglio di tutta l'elucubrata arringa del poeta. Morto Graziano, Ausonio collocossi in patria, ove compose la più parte delle opere che ce ne restano; delle quali tal conto facevasi, che Teodosio gliele chiese per lettera. Però, se nella verseggiatura conserva quel fiore che ultimo i Latini perdettero, dà troppi segni di decadenza; alla parola propria surroga artifiziate circonlocuzioni; e le lettere son le nere figlie di Cadmo, bianca figliuola del Nilo la carta, gnidj nodi la cannuccia da scrivere. Nel Grifo enumera tutte le cose che vanno tre a tre, le Grazie, le Parche, le fauci del Cerbero, il tridente di Nettuno, le teste della Gorgone, Iddio uno e trino; mescolanza di sacro e profano, in cui cade sovente. Piacesi anche degli sforzi, come terminare un verso col monosillabo da cui comincia il seguente: insomma un frivoleggiare perpetuo in mezzo a pericoli incalzanti.
E s'egli è vero che fosse cristiano, voleva per arte rimanere gentilesco. Anche altri poeti cristiani s'accontentarono d'imitare i classici in descrizioni, narrative, didascaliche, panegirici, antichi di forma come d'immagini e di stile, se non che surrogavano la sacra scrittura, vite di santi, virtù cristiane; innesto disopportuno sul giovane tronco. San Severino lasciò un poema bucolico sopra una delle molte epizoozie che, uscente il iv secolo, s'aggiunsero alle altre sventure. Bucolo pastore al mandriano Egone guaisce d'aver perduto il suo armento; e Titiro, chiesto come il suo conservasse, risponde, col fargli in fronte il segno della croce; dal che toglie occasione per ridurli a seco adorare il Cristo: veste antica con toppe nuove.
Altri, affidandosi ai sentimenti personali, aprivano campo intentato; e col cristianesimo, religione intima, coi sublimi modelli de' profeti, coll'espressione della gioja e della tristezza universale per via di cantici ripetuti a coro, la poesia latina si svincolò dalle elleniche imitazioni, e si fece originale, spontanea, inspirata. Alcuni inni, che tuttora si cantano dalla Chiesa, reggono a petto delle migliori odi de' classici, se non per elegante purezza di lingua, certo per profondità di sentimento e poetica potenza[161]. Destinata non a dilettar pochi, ma ad operare su tutti, non ad essere letta a tavolino, ma cantata nelle piene chiese, la lirica dovette scegliersi altre forme, più libera nella frase e nel metro, preferendo strofe di quattro versi, e giambici di quattro piedi, confacevoli alle schiette cantilene del coro; dalle severità della prosodia e del ritmo emancipandosi più sempre, finchè l'accento prevalesse del tutto alla quantità, e ne venisse la versificazione moderna. Anche nella descrittiva, qualora non vada sopraccarica d'inutili ed estranie particolarità, come in alcuni panegirici di santi, ricorre la solenne gravità e la forza dignitosa de' classici, mentre occupa di profondo sentimento il lettore, lontano al pari dalle sdulcinature e dalla gonfiezza.
Negli inni di Aurelio Prudenzio tarragonese, oltre la cristiana unzione, si riscontrano passi e graziosi e commoventi, e pratica delle bellezze classiche, benchè incappi in solecismi, e leda le regole del metro. San Prospero d'Aquitania, notaro di Leon Magno, lasciò alcuni poemi, centosei epigrammi, o dirò meglio pensieri morali, derivati da sant'Agostino; un carme degl'Ingrati, designando con questo nome i Semipelagiani, che pretendevano potesse l'uomo colle sole sue forze operare la propria santificazione. Sidonio Apollinare, nobile lionese, coi panegirici agl'imperatori Avito, Magioriano, Avieno acquistò onori; poi ritiratosi placidamente nell'Alvernia, vivea con tre figli e coll'ottima moglie, visitato da quanto possedeva di meglio la fiorente Gallia, e scrivendo versi su tutti i piccoli accidenti: non manca d'estro e immaginativa, ma l'andazzo delle scuole il trasse a sottigliezze e metafore esagerate, che parevano un oro ai depravati Romani e agl'ignoranti invasori.
Comodiano di Gaza fece un poema contro i Pagani, ove le iniziali di ciascun articolo formano il titolo dell'opera; ma è degno d'osservazione che gli esametri non han più riguardo alla quantità delle sillabe, ma al numero soltanto: avviamento dalla versificazione metrica alla ritmica moderna, e indizio che la pronunzia già fosse alterata, sebbene vivesse ancora il latino. E nuovo segno ne è l'introdursi della rima, la quale, se talvolta già era sfuggita anche ai classici, allora adopravasi per sistema sì nei versi che nella prosa[162]. Pure, se la prosa, accostandosi al parlar comune, ritraeva dell'alterazione prodotta dalla mescolanza di tante barbare voci e frasi, il poeta, non ispirato e spontaneo ma studioso e ricordevole, trovava ne' suoi modelli la purezza primitiva e meditata: laonde fin quelli che scrivono disacconcio e barbaro, come Sidonio e Capella, nei versi non sembrano più dessi. E sebbene ad altri insegnamenti che gli ordinarj fossero formati coloro che s'applicavano alla scienza di Dio ed alle quistioni morali e teologiche, salta agli occhi un malaugurato contrasto tra il fondo e le forme, le idee e lo stile: quelle, gravi e interessanti, come espressione degli uomini e del tempo cui appartengono; questo, affettato, quasi l'autore, nell'applicar la fantasia a cercare ingegnose combinazioni di parole e di frasi, tema sempre non trovarne di abbastanza nuove, bizzarre, forzate. È costretto usar la parola propria e immediata? vuol però rialzarla e darle apparenza di nuova con un giro della frase che stuzzichi l'attenzione, ecciti la meraviglia.
La Bibbia portò un ringiovanimento nella letteratura latina, insegnando una inusata semplicità d'esposizione, una poesia più schietta, e a trattare i punti più elevati senza metafisiche astrazioni, ad esprimersi per immagini vive: e di là cominciarono le invenzioni simboliche, onde si arricchì il medioevo. Troppe cagioni, e non letterarie, intristirono i frutti; ma non è men vero che, mentre, per la trasfusione della lingua cristiana, sovvertivasi il latino classico, ne nasceva un nuovo che poi divenne comune a' filosofi, e durò fin nel Cinquecento allorchè risorse il ciceroniano.
Di bonissima ora la Bibbia fu tradotta in latino, e forse qualche parte in latino scritta: dal che raccogliete quanta ragione abbiano i pedanti di considerare come barbara una dettatura contemporanea di Tacito[163]. Il Vangelo e gli Atti apostolici, narrandoci puramente quel che rileva alla dottrina, lasciavano la curiosità su quel profluvio di notizie, che soglionsi desiderare intorno a tutte le persone insigni, venerate o dilette. Per soddisfarvi cominciarono alcuni a raccontare la vita di Cristo, della sua madre[164], degli apostoli, parte raccogliendo quel che da altri udivano, alterato come accade dalla tradizione, parte aggiungendovi di loro fantasia. Ne vennero così i vangeli apocrifi, i quali, sebbene non sieno esibiti alla fede del credente, nè resistano all'esame del critico, sono però modelli d'ingenuità, che contrastano singolarmente coll'antica letteratura, massime della decadenza. Alla pietà poco avveduta fece poi intoppo la malizia, quando, dilatandosi le eresie, ogni setta volle avere un vangelo suo proprio, con avvenimenti o sentenze che servissero a' suoi errori: talchè la Chiesa dovette intervenire per sceverare i veri dagli apocrifi.
Campo nuovo alla letteratura cristiana aprivano pure le vite di tanti martiri e de' mirabili solitarj. Anche in antico si erano stese biografie, ma sempre di personaggi da storia; mentre qui l'umile virtù trovava il suo panegirico e la sua rivelazione, e l'umana natura riproducevasi nel racconto di minuti accidenti, esposti per edificazione altrui. Nessuno voglia cercarvi scene dilettevoli al bel mondo, nè filosofici accorgimenti, bensì l'ingenua narrazione domestica, in cui, se la storia positiva è talvolta alterata, la storia morale rivelasi con tocchi pieni d'attrattiva e di verità. Il mondo romano, fidato nella propria eternità mentre strisciava sull'orlo dell'abisso, proseguiva i suoi vanti e le sue cure; i poeti ricantavano i loro Dei, senza volersi accorgere che erano trafitti nel cuore; i filosofi disputavano sul crepuscolo, quando già era spiegata la pompa del giorno: frattanto il popolo, a cui quelli non ponevano mente, tesseva la storia secondo il suo stile, ripetendo ora le predicazioni dell'apostolo, ora i tormenti del martire, ora la castità della fanciulla, or le astinenze dell'eremita, con quegli abbellimenti di circostanze che sono carattere dei racconti popolari. Da ciò le tante leggende che esercitarono la pietà de' secoli credenti e la critica dei pensanti, ma dove nessuno potrà non riconoscere un'ammirabile semplicità, una credenza talvolta ingannata, non però ingannatrice; troppo male imitate da quelli che dappoi ne composero per esercizio di scuola.
I primi scrittori cristiani, occupandosi della virtù più che della dottrina, pensarono solo esporre i dogmi della fede, i precetti della morale, i riti del culto: onde la più parte delle opere loro sono catechismi, dettati col calore della convinzione. Il cristianesimo aveva posto come base d'ogni dottrina quel che di più generale v'ha nelle credenze e nella ragione umana: agl'intelletti non restava dunque che adoperarsi a piantare ogni scienza sopra tale inconcusso fondamento, dal che sarebbe venuto e il totale rigeneramento del sapere, e l'immenso progresso che è frutto dell'accordo. Sciaguratamente sottentrò ben presto alla fede universale l'individuale opinione; e fra problemi inestricabili, logorossi tempo e fatica per fabbricar sistemi, incerti di diritto, effimeri di fatto; il carattere dell'universalità si smarrì nelle suggestioni parziali; e le speculazioni furono mentosto un ingrandimento dell'ordine della fede ben accertata, che un ritorno a parziali teoriche, a scuole esclusive, ad ipotesi gratuite.
Già prima d'Augusto le produzioni dello spirito e delle arti non si proponevano che di stimolare i personali appetiti: al leggere i profani, diresti componessero in paesi remoti da ogni tumulto, nella Roma trionfale e confidente ne' suoi numi; tanto puerilmente cantano sull'orlo della tomba, e incensano per reminiscenza le quatriduane immortalità. Arte siffatta dritto è bene se vien presa a vile dai Padri della Chiesa; essi che, tonando dal pergamo, argomentando nell'assemblea, od orando nella solitudine, sempre sono gli uomini del momento e della realtà, risentono e rivelano i martorj d'una società che perisce; essi eroi della carità e dell'opposizione, quando nel resto non appajono che smaccate piacenterie, o flacida rassegnazione, o pazienza addolorata. Non per questo vilipendevano i classici; e Girolamo credeasi castigato dal cielo perchè troppo ciceroniano; e sant'Agostino raccomandava che ai fanciulli si desse di buon'ora Virgilio, acciocchè non più lo dimenticassero[165].
Per assodare il vero, i Padri dovettero ribattere il falso, e mostrare l'accordo della fede colla ragione, non solo adducendo le prove storiche della rivelazione, ma costituendo un sistema di speculazioni razionali, fondate sopra di quella. Adunque, considerando filosofia e religione derivate dalla fonte stessa, drizzaronsi a conciliarle con un eclettismo, che differisce da quello dei Neoplatonici in quanto, invece di strascinare le concezioni delle varie scuole ad accordarsi con altre dell'ordine medesimo, le normeggia ad uno superiore, qual è la fede. I Padri latini, quand'ebbero a combattere eresie, adottarono anch'essi il sillogizzare d'Aristotele e di Zenone; ma in generale trovarono più confacente il platonismo, che alcuno disse un'anticipazione od un preparamento del cristianesimo, salvo a scostarsene ove men retto argomentasse; tenendo costantemente la filosofia come ancella della teologia, la rivelazione come base d'ogni cognizione pratica e speculativa.
Ammessa la rivelazione, restavano chiariti tutti i dubbj logici. Essa contiene la morale, cioè quanto concerne le azioni umane: essa è comunicata per mezzo della parola, dunque spiega le origini del linguaggio: essa è fatta da un essere ad esseri, dunque accerta l'esistenza molteplice: essa viene da sorgente infallibile, dunque porge il criterio della certezza. Così argomentava la Chiesa, benchè alcuni de' Padri, ligi ad abitudini di scuola, andassero a cercare dalla scienza ciò che soltanto la fede può somministrare. Dio pertanto e la sua relazione col mondo e coll'uomo sono il primario oggetto del loro spiritualismo più o meno razionale. Dio per atto di libera volontà cavò dal nulla il mondo. Alcuni poi sostenevano operata la creazione nel tempo; altri da tutta l'eternità, come l'altre qualità di Dio così quella di creatore dovendo essere eterna. Alla fatalità degli astrologi e degli stoici opponevano una provvidenza generale e particolare, forse esercitata col ministero degli angeli.
Questa scienza, opposta all'egoismo filosofico, non aspira alla gloria mondana di fondare scuole, anzi professa che la dottrina non è sua; non dipartendosi mai dal senso comune del genere umano unito a Dio, cioè dall'autorità della Chiesa. La morale da que' principj dedotta non formolavano in una scienza; ma datole per fondamento la volontà di Dio, espressa dalla ragione e dalla rivelazione, e l'obbligo dell'uomo di obbedire a chi ordina o in virtù di potenza assoluta, o per dirizzare alla felicità temporale ed eterna, dettavano precetti severi e purissimi: raccomandavano specialmente la carità, ossia l'amore disinteressato del prossimo, la sincerità, la pazienza, la temperanza: alcuni si spinsero fino a rigoroso ascetismo, che purgasse dal peccato e sciogliesse dalla materia per via di contemplazione e di penitenza.
Il complesso della dottrina, e insieme il punto più elevato della storia e della filosofia cristiana si riscontrano in Aurelio Agostino da Tagaste nella Numidia (354-430). Cresciuto fra le lusinghe d'una giovinezza voluttuosa ma colta, sul terribile problema del come coesistano un Dio buono ed il peccato, accettò la vulgare soluzione de' Manichei, che supponeano un principio buono ed uno malvagio; poi non se n'accontentando, ne cercò altre, perfino coll'astrologia e colla chiaroveggenza; al fine per disperato abbandonossi allo scetticismo. Fatto professore di retorica a Milano, invaghito de' classici, sì che piangeva ai lamenti di Didone e dall'Ortensio era trascinato alla ricerca più sublime, per dotta curiosità andò ascoltar le prediche di sant'Ambrogio; ma queste gli crebbero il bisogno d'acchetarsi nella verità, e si rivolse a Platone, dal quale iniziato al sentimento dell'essere spirituale[166] e al concetto della realtà vera, tranquillò l'anima nell'autorità e nella rivelazione, e ricevuto il battesimo da sant'Ambrogio, alleò la fede di cristiano colla ragione di filosofo, tolse a confutare gli errori cui prima aveva aderito, dibattè i problemi più spinosi della filosofia, e primo in Occidente ridusse a forma sistematica la dottrina evangelica, mostrando indispensabile alla scienza e alla ragione umana l'appoggiarsi nella divina.
Sublime ingegno benchè sfavorito dai tempi, fu il più filosofico tra i santi Padri; tutto seppe, a tutto piegò il docile intelletto; egli metafisico, egli storico, egli erudito delle arti e de' costumi[167], sottile dialettico, oratore grave e maestoso; scrisse di musica, come dei più ardui punti teologici; descrisse la decadenza dell'imperio come i fenomeni del pensiero; avvivò la disputa scolastica coll'eloquenza; eloquenza talora barbara e affettata, spesso nuova e semplice, sempre viva e concisa, e sostenuta dall'affetto. Ne' Soliloquj ragiona seco stesso «per saper Dio e l'anima», all'arguta dialettica accoppiando fantastica sensività. Nelle Confessioni, libro per le anime che ritornano al cammin dritto, non per quelle che mai non se ne scostarono, esponendo i proprj fatti non per celia come Orazio e l'Ariosto, nè coll'aria provocatrice di Rousseau e dell'Alfieri, ma gemebondo e a ginocchio, egli ci mostra un'anima tutta ambizione ed amore, che nel giovanile traviamento s'inebbria non si soddisfa, della celebrità s'annoja, corre ingorda dietro alla felicità e al vero, e nella turbolenta solitudine del cuore contrasta con se stessa, e supera le barriere che oppongono una falsa sapienza, una lunga abitudine, i fomiti della gioventù e della concupiscenza. La profonda naturalezza di quello scritto è cosa insolita all'antichità; come la riflessione severa e la mestizia senza disperazione, che il cristianesimo metteva nell'uomo.
Quanto alla politica, al detto di san Paolo «Non v'è potestà che non sia stabilita da Dio», Agostino aggiunge, «O la ordini egli, o la permetta». Che appartenga al sovrano il diritto di vita e di morte, era allora sì indubitato, che il cristianesimo non bastò a negarlo; e sant'Agostino disse, il soldato che non uccide quando il principe legittimo glielo impone, esser reo come quello che uccide senz'ordine[168]; non bene ancora afferrando l'idea di un nuovo diritto pubblico, che discernerebbe affatto la forza dal diritto di giudicare. Assolve la tremenda necessità della guerra qualvolta sia fatta per respingere l'ingiuria, vendicar il torto recato ai sudditi, opporsi ad ambiziosi invasori; ma iniqua la rendono l'ingiustizia del motivo, la violenza dei mezzi, l'abuso della vittoria, l'accannimento contro il nemico, il turbar la pace, l'ambir conquiste, il permettere violenze che si potrebbero impedire[169].
Agostino stesso dal tribuno Marcellino implora grazia per alcuni settarj, proponendo invece della morte una prigionia «dove siano ricondotti dalla malefica operosità all'utile lavoro, dalla follia del delitto alla ragione e al pentimento»: nel che voi scorgete adombrato quel sistema penitenziario, da cui tanto spera la nostra età. Altrove proclamava essere i governi istituiti dal popolo e pel popolo; «i re nè i signori non ebbero nome dal regnare o dal signoreggiare, bensì dal reggere; regno deriva da re, e questo da regolare. Il fasto principesco vuol riguardarsi non come attributo di chi governa, ma come orgoglio di chi domina. Iddio, avendo fatto l'uomo ragionevole ad immagine sua, volle dominasse sulle creature irragionevoli, non sull'uomo; e però i primi giusti furono collocati pastori di greggie, anzichè re d'uomini; volendo Dio con ciò darci a conoscere qual cosa fosse confacevole e all'ordine delle creature e alle conseguenze de' peccati»[170].
Assunto vescovo d'Ippona (395), coll'eloquenza evidente e colla straordinaria emozione allettava le fantasie degli Africani, che, per udirne i prolungati ragionamenti, abbandonavano i riti superstiziosi. Poi da' trattati più eccelsi della metafisica scendeva a catechizzare i fanciulli, addolciva la condizione degli schiavi, per redimere i quali vendea sino i vasi dei tempj; ed esortava tutti all'armonia e alla carità.
Già considerammo i santi Padri nell'azione: come filosofi e letterati voglionsi misurare ad altra stregua che la ordinaria. È vero che ai latini manca la bella armonia del genio greco e la graziosa e castigata elocuzione; di rimpatto sono più originali, più attuali; piaciono meno, penetrano meglio. In Agostino e Ambrogio si fa sentire la scuola con tante antitesi, coll'enfasi, col sottilizzare; Cipriano ha l'ampollosilà meridionale; Lattanzio un'acquosa facilità; Tertulliano uno stile ferreo: ma di rimpatto la veemenza di Cipriano è sempre magnanima; Tertulliano spiega una robustezza senz'esempj; Ambrogio, naturalmente ameno, sempre nobile e pieno d'unzione; Agostino sublime e popolare, accoppia i pregi degli altri, e sa adoprarli a vicenda in una carriera di diversi combattimenti. In tutti poi, se la lingua digrada, si rialza lo stile; al difetto di purezza suppliscono il vigore del sentimento, la ricchezza delle immagini, l'elevatezza del vedere, e massime la novità del fondo, pregio notevolissimo in una letteratura che sempre erasi applicata a tradurre o imitare. Girolamo, fra bellezze stupende, tanto nerbo, tanta immaginativa, tanta erudizione, ha le bizzarrie d'un genio sbrigliato; l'espressione sempre energica, sovente naturale, guasta con citazioni disadatte, con triviali riflessi, col non sapersi arrestare a tempo: ma come riuscire corretto se talvolta in un giorno scrivea mille righe, e in una notte compose il trattato contro Vigilanzio?
E la fretta è il carattere di scritture dettate per occasione: dettate fra l'universale scadimento, fra invasioni, fra dispute iraconde, fra grossolana effeminatezza e imbelle scoraggiamento, come pretendervi la sobria e severa purezza che innamora ne' classici? Ne' loro contemporanei trovammo grammatici gelati, retorici ciancieri, cronisti digiuni, poeti da nozze e da idillj, tutto ciò che può combinarsi colla depressione morale: i cristiani, filosofi e politici, destinati a meditare e fare, persuadere e governare, sovrastano per convinzione ardente ed operosa, conseguente calore e verità di linguaggio, pel continuo occuparsi degli interessi più attuali e grandiosi dell'uomo e dell'umanità, per l'elevatezza che ritraggono dall'osservare gli eventi non secondo l'impressione istantanea, ma in relazione colle verità eterne e con una vita di cui questa non è che l'ombra e la preparazione. Da tale punto d'aspetto doveano essi ravvisare ben altrimenti le grandezze e il decadimento di Roma.
Quando questa, come or ora vedremo, fu presa dai Goti, il mondo cristiano esclamò esser vendicato il tanto sangue de' martiri; e da molti discorsi, anche di sant'Agostino, trapela una specie di contentezza per questa grande giustizia. Gli amici dell'antico culto interpretavano invece quel disastro come punizione degli Dei abbandonati, e imputavano ai Cristiani la ruina dell'impero. A costoro Agostino oppose la Città di Dio, curioso lavoro di genio e d'erudizione, tanto complesso di mezzi eppur unico di fine, e il primo monumento di filosofia della storia. Gran potenza doveva conservare il politeismo se Agostino credette d'insister tanto nel provare la superiorità di Dio sugli Dei. Assume egli di mostrare come nel paganesimo giacessero sconvolte le idee di virtù e di gloria, lo riconduce ai veri elementi suoi, il panteismo materialista e l'adorazione della carne, e cerca in esso le reali cagioni della rovina della società, ponendo a parallelo le due civiltà che si combattevano.
Gli abitatori della città di Dio e della città del mondo vivono mescolati quaggiù, ma quale trionferà? che fia di Roma? Invece di rispondervi direttamente, egli s'approfonda ne' misteri dell'eternità, scruta i tremendi abissi della giustizia divina e le esultanze della rimunerazione. Quante bellezze nella natura! quante meraviglie nell'industria! quante gioje nell'intelligenza! Agostino divaga nel descriverle, e — Se tanto Iddio largisce a chi ha predestinato alla morte, che farà per coloro che predestina alla vita?» così dell'una città preconizza la caduta con una convinzione fin allora ignota alla storia, mentre canta il trionfo dell'altra, che da Abele in poi, fra le persecuzioni del mondo e le consolazioni di Dio, peregrinando procede. «Quella venne fabbricata dall'amore di sè, portato fin al disprezzo di Dio; questa dall'amor di Dio, portato fin al disprezzo di sè; l'una si glorifica in se medesima, l'altra nel Signore; l'una cerca la gloria degli uomini, l'altra non vuol gloria fuorchè il testimonio della coscienza; l'una cammina tronfia e pettoruta, l'altra dice a Dio, Tu sei mia gloria; nell'una i principi sono strascinati dalla passione di signoreggiare sopra i sudditi, nell'altra principi e sudditi si rendono reciproca assistenza, quelli ben governando, questi obbedendo».
Come dunque nella sua gioventù, cerca ancora le ragioni della lotta fra il bene e il male, ma pone fuor di questa un Dio immutabile, sorgente unica degli esseri tutti. Il male esiste, ma viene da una creatura, qual è il demonio: gli uomini si disputano la gloria, la ricchezza, i beni che Dio abbandona ad essi. L'incarnazione futura del Riparatore è la ragione suprema di essere del genere umano, la lanterna nel mar della storia. Viene Cristo, ma allora l'impero si scoscende, e sono le sue ruine che ispirano il libro d'Agostino, la più grande rivelazione del maggior conflitto che la storia ricordi tra i due mondi; l'uno perduto sempre dal peccato, l'altro sempre salvato da Cristo.
Cominciata l'opera nel 411, la pubblicò in ventidue libri successivamente fino al 427; e chi non s'adombri alle incessanti antitesi[171] e allo stile brillantato, chi non s'offenda alle particolarità in cui si sminuzza nel determinare la fine delle due città, volendo applicarvi parola per parola l'Apocalisse senza che gli bastino l'immaginazione per valersi del linguaggio misterioso, e l'alta intelligenza per discernere qual idea convenga o no tradurre in immagini, ammirerà tanto ardimento di pensiero e tanta umiltà di fede, con cui affronta problemi fondamentali, il governo temporale della Provvidenza, l'accordo della prescienza col libero arbitrio, gli arcani della morte e della resurrezione.
Prima d'ogni altro, Agostino seppe comprendere con uno sguardo l'intera umanità da Adamo fin alla consumazione dei secoli a guisa di un uomo solo, solidariamente congiunto nel male e nei patimenti, che dalla fanciullezza alla vecchiaja, passando per tutte le età, compie la sua carriera nel tempo[172]; e sotto la contingente varietà degli avvenimenti ond'è tessuta la storia dell'umana famiglia, scopre un disegno immutabile e necessario di essa Provvidenza, il quale gradatamente si compie, malgrado gli ostacoli dell'ignoranza e delle passioni.
La storia fin allora era stata alea, cioè considerava che la società avesse in se medesima il proprio fine; nè i più grandi filosofi avrebbero potuto scorgerne il fine comune, quando le nazioni camminavano ciascuna per la sua via, distinte una dall'altra, e il libero arbitrio dell'uomo, la forza, le vittorie, le sconfitte decidevano della loro fortuna. Solo il cristianesimo poteva annunziare che gli uomini sono tutti fratelli, che Cristo è centro dell'umanità, e che l'estendersi del suo regno è il fine, cui le umane cose vengono dirette anche da ciò che sembra ad esse opporre contrasto. Le persecuzioni aveano di ciò offerto una dolorosa ma incontrastabile prova, e i Padri della Chiesa acclamarono che l'attuazione del vangelo è lo scopo a cui la Provvidenza governa le cose di quaggiù. Sotto questa prospettiva osserva Agostino gli avvenimenti.
Erasi proposto di rispondere al paganesimo politico dell'Occidente, ma poi allargò il proprio soggetto, e invece d'una semplice confutazione, diede al mondo un'esposizione si può dire compiuta delle dottrine cristiane. A trattare quel primo assunto egli indusse Paolo Orosio spagnuolo, il quale fecesi a mostrare come, fin da' primordj, gravissime sciagure flagellarono senza tregua l'uman genere; la storia è una ripetizione continua del fallo d'Adamo, una serie di rivolte contro Dio e di conseguenti punizioni, talchè nulla di straordinario erano quelle d'allora, per quanto desolatrici: donde inferisce che la vita è un cammino d'espiazione, per cui l'uomo, traverso un'acerba preparazione, si conduce alla vera felicità, la quale anche in terra può prelibarsi da chi impari dalla religione ad accettare i travagli come si deve.
Allorchè, occupata l'Africa dai Vandali, non i Gentili soltanto rinfacciavano al cristianesimo i disastri dell'impero, ma i Cristiani medesimi lagnavansi di non mietere che sventure dalle virtù e dai patimenti, Salviano, «eloquente prete di Marsiglia», scrisse Del governo di Dio, dove, mostrato quanto a torto si giudichi spesso del bene e del male, investiga nella storia la manifestazione della divina giustizia, e non potersi a ragione mover lamento, dacchè così universale vedeasi la corruttela dentro e fuori della Chiesa: anzi con ricche descrizioni e con patetici tocchi istituendo confronto, ne' Barbari devastatori dell'impero indica virtù non mai conosciute o dimenticate in questo, a segno che non sia da meravigliare se essi prevalgano. Palesava in somma di comprendere ciò che nessuno de' suoi contemporanei, cioè che la caduta dell'impero darebbe origine a nuova civiltà, costituita sopra il cristianesimo.