CAPITOLO LII. Trasformazione delle arti belle.
Dopo l'archeologica restaurazione di Adriano, le arti andarono a precipizio. Già un gusto immiserito palesa la porta de' Borsari a Verona, colle colonne a strie torse, e sovrapposti alle nicchie frontoni a vicenda angolari e tondi. Nelle terme di Diocleziano, il quale volle sorpassare quante se n'erano fatte sin allora, caricaronsi le volte di ornamenti, i quali cadendo uccisero molte persone. Nel suo meraviglioso palazzo a Spalatro, l'arcata nasce dalle colonne senza cornicione; queste posano su modiglioni invece di piedistalli, e una schiera sopra l'altra senza che una linea continuata accenni una soffitta interna; le cornici, invece di tirare orizzontalmente dall'una all'altra colonna, circolano col fregio attorno di un'immensa arcata; aggiungete ornamenti, senza sobrietà nè significazione nè effetto, onde la superfluità genera confusione. Le proporzioni più non si osservarono; pesanti e secche modanature, goffi e meschini profili, archi senza archivolto, colonne spirali o elittiche, e perfino nel medesimo peristilio se ne posero di differente altezza. Eppure l'arte spiegava maggior libertà ed ampiezza nel gettare francamente le volte da una colonna all'altra senza bisogno di piedritto, ampliando così gl'intercolunnj, e dando snellezza e luce ai portici.
Sì rapidamente degradò la scultura, che i giganteschi modiglioni del magnifico tempio della Pace non vantaggiano sui lavori dei secoli barbari. La noja del bello si rivela nella cupidigia del singolare; le statue degli Dei staccansi dalle sembianze umane per ridiventare simboliche all'orientale; il Mitra, o dio Sole, effigiasi con viso di leone e piccole ali e un serpente attorcigliato alla persona e molti simboli: anche i busti diminuiscono di rilievo, di correzione, di disegno; tutta la rappresentazione perde di carattere per modo, ch'è necessario ajutarne l'intelligenza per mezzo di scritture. Costantino, che tanto fece fabbricare nelle due città capitali, per ornare le sue terme a Roma portò di Grecia i colossi di Montecavallo, che l'epigrafe certo posteriore attribuisce a Fidia e Prassitele; ma in molto maggior numero opere trasferì da Roma a Costantinopoli, e per erigere edifizj nuovi fu ridotto a spogliare gli anteriori, acconciandone i frammenti in maniera sgraziata, quasi non si trovassero tampoco scarpellini per copiare l'antico.
Ma qui pure avvicinavasi alla materia la scintilla dello spirito, perocchè le rivoluzioni che si fanno nell'idea, portano conseguenze in tutti i fatti; e come la morale privata e pubblica e la letteratura, così anche le arti belle doveano dal cristianesimo ricevere un mutamento radicale, e non essere distrutte ma compite. Quelle sensuali che effigiavano l'idolo o il monarca, poi identificavano l'idolo col Dio, non poteano ispirare che abominio ai primi Cristiani; ma ben tosto dall'essere mero trastullo de' fortunati, blandizie de' sensi, corredo della ricchezza, essi doveano chiamarle ad ornare le solennità d'amore e di dolore, associarsi alla nuova civiltà per esprimere l'aspirazione ad un perfezionamento, di cui continuo è il desiderio in questa vita, ma il compimento non si dà che nell'altra.
Fin dal loro nascere i Cristiani usavano alcuni simboli, esprimenti le loro credenze: sulle tombe intagliavano palme, cuori, triangoli, viti, pesci, croci, specialmente il monogramma ☧, cioè Cristo, col nome dell'estinto. Null'altro che questi simboli tollerava l'austero Tertulliano, il quale, confondendo l'arte cogli abusi, riprovava qualsifosse effigie, sin quella del Buon Pastore: ma gli altri dottori mostraronsi più condiscendenti alla inclinazione della natura umana di rappresentare ai sensi gli oggetti consacrati nella sua memoria e nella sua venerazione.
Roma posa sovra un terreno vulcanico, e le lave indurite, il peperino, la pozzolana da una parte, dall'altra il più moderno travertino, sedimento del Teverone, prestarono materiali a fabbricarla. Dallo scavo di queste materie, massime presso porta Esquilina, risultarono grotte vastissime, serpeggianti sotto alla gran metropoli, e talvolta a varj piani sovrapposti. Pare che di buon'ora s'introducesse l'uso di sepellire in alcune di esse catacombe la gente vulgare, entro cellette o loculi, ricavati nelle pareti l'uno sopra l'altro a maniera di colombajo.
I Cristiani, forse condannati a lavorare in que' sotterranei, o che vi cercarono oblio e nascondigli, ne fecero il luogo di loro convegno e i dormitorj (cœmeteria), come con fausta parola chiamavano i sepolcreti dei fratelli addormentatisi in Dio. Quest'opinione vulgata appoggiasi sopra esempj consimili di Napoli, di Siracusa, di Parigi: ma renderebbe perplessi intorno alle reliquie che se ne estraggono, e supporrebbe un accomunamento de' riti cristiani co' gentileschi, troppo repugnante dal primitivo zelo; laonde qualche moderno dimostrò vittoriosamente che le catacombe cristiane furono fatte a bella posta, e i Gentili, come non posero mano a scavarle, non poterono per legge servirsene.
Lunghi androni sotterranei, con nicchie a più ordini ricavate ne' fianchi, tratto tratto riescono a camere decorate di stucchi, e a cappelle destinate a celebrarvi i sacri misteri. Dopo che più non furono necessarie a celarvisi, restarono venerate come teatri di quelle scene devote, ove i fedeli, commemorando i martirizzati, preparavansi ad imitarli; e i più morendo chiedevano di dormire a lato a quei santi, per partecipare alle loro intercessioni. Furono pertanto frequentate dalla divozione fin al secolo xii, quando Pietro Mallio ne diede l'enumerazione; dappoi si visitava soltanto quella cui s'entra per la chiesa di San Sebastiano.
Pontificando Sisto V, si tornò l'attenzione a questi antichi sepolcreti, ed egli ne fece estrarre delle reliquie; pietà che si estese, e che fu poi regolata da Clemente VIII e da altri, acciocchè non si confondessero le ossa de' santi e i distintivi del martirio con avanzi profani. Qualche erudito ne formò oggetto di studio; ed Onofrio Panvinio enumerò quarantatre catacombe a Roma, e discorse i riti e le adunanze che vi si tenevano; Antonio Bosio continuò più di trent'anni ad esplorarle, e senza misurare spese e fatiche ne levò i piani, disegnò le pitture, le sculture, i sarcofagi, gli altari, gli oratorj, e ne tessè l'opera della Roma sotterranea, che, pubblicata postuma, fu riveduta ed ampliata da Paolo Aringhi nella Roma sotterranea novissima, di maniera che se ne diffuse la cognizione, e si eccitarono nuove ricerche. Marc'Antonio Boldetti, nelle Osservazioni sopra i cimiteri de' santi martiri e degli antichi Cristiani di Roma, sebbene insista specialmente sull'autenticità delle reliquie e sui decreti della Chiesa in tal proposito, esibì insieme i disegni di molti oggetti scoverti nelle catacombe, e continuò lunghe indagini, di conserva col Marangoni; ma quando stavano per pubblicare gli studj di tanti anni, il fuoco li distrusse, e solo pochissimo il Marangoni ne stampò. Per commissione di Clemente XII, il Bollari si applicò a questa ricerca con ricchissima erudizione, ma poca diligenza e pochissimo sentimento dell'arte cristiana. Miglior esame vi portò il gesuita Marchi, in un'opera che le ultime vicende hanno sospesa, e che divenne il fondamento ad altre di forestieri[173].
Da quelle grotte, che sono pel curioso una delle meraviglie di Roma e pel devoto un santuario di pietà e di speranze, si trassero in diversi tempi avanzi d'arte, che venivano collocati nelle chiese, massime di San Martino ai Monti, Sant'Agnese, San Giovan Laterano, Ara Coeli, Santa Maria Maggiore e Santa Maria Transtevere, e che poi si pensò raccogliere in un Museo Cristiano nel Vaticano.
Delle figure le più sono ad incavo, empito di minio, colore de' trionfanti, che qui dinotava un nuovo genere di vittorie: appena arrivano a cento in tutta Roma le opere di bassorilievo, a cencinquanta nella restante Italia, e quaranta in Francia: non mancano musaici. E rappresentano il Buon Pastore; san Pietro col gallo; l'orante, cioè un uomo o una donna, stanti, cogli occhi al cielo e le mani protese; il fossore in atto di sterrare, col riscontro spesso di una figura portante la lucerna.
Fra i simboli che si conservavano come passaggio dall'iniziazione dei culti antichi alla realtà ed alla storia, sono le sigle Α Ω, ☧, IH, indicanti Cristo; la colomba posata sul ramo di palma con una stella nel becco, o che bee dal calice; cervi che corrono al fonte; pesci in asciutto; un gallo che annunzia il mattino dell'eterna giornata; due mani erette al cielo, o due mani e due piedi disposti a croce; il delfino, simbolo del tragitto delle anime verso una riva ospitale; l'àncora della speranza, o un semplice ramo d'ulivo; talvolta il cuore, che i Gentili appendevano al collo de' loro fanciulli. La croce era segno usitatissimo; e dapprincipio si faceva greca, cioè a braccia eguali; nel secolo iii si allungò, quando vi si appose il Crocifisso, ignoto a' primi tempi; com'era inusato il calice, da cui più tardi si fece sporgere l'ostia, o fu posto in mano all'evangelista di Patmo col serpente. Il serpente, nota di salute ai Greci che l'attribuivano al dio della medicina, ed agli Ebrei che ricordavano quello eretto nel deserto, passò a significare lo spirito del male, e si figurò vinto a piè della Croce, poi più tardi conculcato dalla Immaculata concetta. Talora il maligno esprimevasi col corvo; ma solo nel medioevo fu introdotta la sconcia forma di mezz'uomo e mezza bestia. La forza irrazionale trovasi talora rappresentata col leone, che dappoi fu posto fuor delle chiese con un agnello o un fanciullo in gola; altre volte, indicando la forza morale, sostiene la sedia vescovile, o il cero pasquale, o colonne.
Alle allegorie si aggiungono rappresentazioni storiche, desunte dal nuovo Testamento, come le parabole del Vangelo, o dell'Apocalisse il libro dei sette suggelli, il candelabro di sette rami, i quattro angeli dei quattro venti, i ventiquattro vecchioni, la bilancia, la donna inseguita dal dragone: non ne mancano di cavate dai Gentili o dalla tradizionale sapienza, quali sarebbero l'Orfeo, le Sibille, le Muse: e scene di vendemmia, che raffiguravano pel pio artista una vita matura, e da cui stavasi per ispremere il succhio spirituale. La morte, effigiata dai Greci in genj di graziosa mestizia colla face rovesciata, non aveva emblemi tra' primi Cristiani, e furono i Gnostici che introdussero la forma dello scheletro[174].
I nomi di santo, caro, innocente, dolcissimo, attestano l'affetto verso il defunto: l'in pace, frequente imitazione degli Ebrei, la fiducia religiosa che fa men tristi gli avelli; mentre negli epitafj romani l'idea d'una vita futura era mentosto credenza che augurio. I caratteri romani vi sono deformati, ineguali, fitti, raccorci, misti a lettere greche[175].
Antichissimo era l'uso dei doppieri accesi ai feretri; e sebbene Tertulliano riprovi lo spargervi fiori, troviamo usitato questo bel simbolo della bellezza e fragilità della vita. V'avea sepolture private, bisomi, trisomi, cioè per due, tre o più cadaveri; e alcune separate pei fanciulli vissuti men di quaranta giorni. Spesso il cadavere acconciavasi con aromi, donde quella fragranza che spesso si legge usciva dalle tombe dischiuse.
I sarcofagi s'introdussero quando alla nuova religione diedero il nome senatori e ricchi. Il primo, di cui l'età sia accertata dall'iscrizione, è di appena due anni anteriore alla morte di Costantino[176]; ma forse il più antico è quello della villa Panfili, figurante portici alla corintia, sotto cui quindici personaggi che circondano Cristo, in toga sopra sedia curule, bello del volto, e colle chiome spartite sul capo, al modo che suole ancora figurarsi. Sui sarcofagi per lo più si scolpiscono scene evangeliche, come l'adorazione de' magi o la benedizione dei fanciulli: talvolta anche della mitologia, o pagane reminiscenze, talchè non meno di Giona e Noè vi appajono Deucalione e Giasone, e le agapi non differentemente dai banchetti profani. Imperocchè l'arte plastica greca rivaleva sulle concezioni giudaiche; e massime dopo che la Chiesa non fu più costretta a nascondersi, si palesò il contrasto fra i comandi a metà pagani de' signori, tendenti a ridur materiale il culto, e il genio riordinatore e progressivo della Chiesa, che sostituiva la storia all'allegoria: la qual lotta impedì qui pure la trasformazione totale, cui il cristianesimo aspirava.
Intanto era nuovo questo prendere a soggetto, non più la forza e la leggiadria nella più vistosa appariscenza, bensì la bellezza che deriva dall'interno, i patimenti, l'ascetismo: e l'uomo dei dolori, la vergine madre, vecchi plebei, donne piangenti, esprimevano una religione insolita, per cui la vita era una espiazione, e che rendeva sacre le lagrime, e nell'amore e nella speranza trovava una significazione morale alla gioja e ai tormenti: anzi, per protestare contro gli abusi del bello, alcuni effigiavano la divinità in forma umile e servile. Quando la Chiesa divenne trionfante, più non ebbe a temere di quel che a principio potea parerle un inciampo; e non che repudiare le arti, se le appropriò, purificandole come tutto il resto; e conoscendole capaci di produrre effetti morali e intellettuali qualora sentano la propria elevatezza, se le rese ferme ed eloquenti ausiliarie nella promulgazione della divina parola.
Nella vicenda di persecuzione e di tolleranza, corsa per quattro secoli, i Cristiani fabbricarono qualche cappella in Roma stessa: Adriano, dopo udita l'apologia di Quadrato, permise si radunassero in celle che s'intitolarono Adrianee: e già avanti Costantino, più di quaranta chiese aveva la sola metropoli. Ma sol dopo ottenuta la pace e il trionfo si potè alzare tempj artisticamente, ed abbellirli di effigie ed ornamenti. Papa Silvestro, avuto in dono da Costantino il palazzo di Laterano, vi fece disporre un battistero ottagono, consacrato al santo, dal quale prese nome la chiesa vicina di San Giovanni Laterano, dove ancora il pontefice prende possesso della città e del mondo (urbis et orbis princeps). Distrutto il circo di Nerone, Costantino v'alzò una chiesa al principe degli apostoli, fabbricò quella di San Paolo fuor delle mura, e San Lorenzo, e Sant'Agnese. Quest'ultima, in una valle sparsa di catacombe tra la via Salaria e la Nomentana, fu conversa poi in cappella funeraria, ove Costanza figlia dell'imperatore venne deposta entro stupendo sarcofago di porfido, ornato di bacchiche allegorie. Simboli eguali appajono nel musaico del vicino battistero rotondo.
La chiesa dedicata in Roma a santa Prisca là dove sorgeva il palazzo di questa, battezzata da san Pietro e considerata come la prima martire, arieggia alle catacombe, con un sepolcro, un altare, una cappella. Quella di San Clemente, che è anteriore a Teodosio Magno, conserva inalterata la forma rituale, cinta d'un atrio a colonne e col pronao; dentro in tre navate, di cui la mediana ha undici metri di sfogo, quattro la destra, sei la sinistra, con anomalia non rara; ampia scala conduce alla tribuna, sotto cui si apre la confessione colle reliquie. Anche San Silvestro, Sant'Ermete, San Martino ai Monti in Roma furono elevati sopra oratorj sotterranei. Galla Placidia, figlia di Teodosio, volle che la chiesa de' Santi Nazario e Celso in Ravenna imitasse gl'ipogei; e vi collocò le tombe per sè, pel fratello Onorio, pel marito Costanzo e pel figlio Valentiniano III[177]. A Leon Magno s'attribuisce San Pietro in Vincoli a Roma, e ignoriamo donde togliesse quelle colonne d'un dorico assai più alto del pestano.
Costantino imperatore e i primi successori suoi non abbatterono nè mutarono i tempj pagani; ma ciò si fece via via che il cristianesimo prevaleva. Uno dei primi che fossero ridotti a chiesa fu Sant'Urbano fuor porta Capena, sopra la fontana di Egeria, di cotto, con portico di quattro belle colonne. Però tempj così piccoli come i pagani mal potevano servire al popolo intero, che congregavasi a partecipare della preghiera e del sagrifizio, e ad ascoltare i dogmi della fede e i precetti della morale. Più opportune a tal uopo venivano le basiliche (t. III, p. 425), recinti coperti, nei quali raccoglievansi i mercadanti agli affari, gli oratori a discutere, i magistrati a sentenziare. Dieci ne aveva la sola Roma, che altrove nominammo; e mentre i tempj per lo più abbellivansi esternamente di colonnati, della basilica non si vedeano che mura. La sala interna formava un quadrilungo, tripartito da due serie di colonne, le quali riuscivano ad un semicerchio, alzato d'alquanti gradini, e coperto d'un emiciclo. In questo abside o tribunale sedeva il pretore, con attorno i giudici e rimpetto gli avvocati: in gabinetti attigui si tenevano gli scrivani minori, uffiziali intenti a risolvere o conciliare i piati insorti fra negozianti: alcune basiliche erano provvedute di loggie in alto per comodo degli spettatori. Siffatte erano opportunissime alle riunioni dei Cristiani, non solo per la capacità, ma anche per la distribuzione, collocandosi in mezzo del tribunale l'altare, sulla cattedra del magistrato il vescovo, attorno ad esso il clero, nel resto i fedeli, e sulle loggie le vedove e le vergini devote. Dicono che la prima basilica volta ad uso cristiano fosse in Roma la Porcia, e servisse di modello alle chiese che conservarono quel nome.
Mentre papa Liberio con un senatore romano ideava la chiesa di Santa Maria Maggiore, cadde neve, benchè fosse agosto entrante; e su quella un angelo delineò la pianta della fabbrica. Questa leggenda attesta che s'attribuiva alle costruzioni sacre un senso superiore al capriccio dell'artista; e sembra che ogni parte fosse rituale, come già nel tempio ebraico. Allorchè fossero arbitri della scelta, i Cristiani costruivano le chiese sulle alture, lunghe due volte la larghezza, e colla cella rivolta ad oriente. Prima incontravasi l'atrio o paradiso, portico a colonne largo quanto la chiesa, e talora formante un cortile quadrilatero[178]. Ivi si deponevano gli estinti, col capo verso levante, ad aspettare la resurrezione. Del sepellire in città, vietato rigorosamente dalle XII Tavole[179], più non s'aveva scrupolo, come mostrano le tombe di Costantino e d'Onorio: un campo fuor della chiesa serviva ai più: alcuno impetrava di collocare i suoi cari presso i martiri, come sant'Ambrogio depose il fratello Satiro vicino a San Vittore. Solo i vescovi poteano essere sepolti nelle navate della chiesa; la famiglia imperiale sotto la sacra soglia.
In tre zone era partita la chiesa: alla prima (narthex, ferula, pronaos) vicina alla porta aveano accesso i penitenti non iscomunicati, e i catecumeni, che udivano il vangelo senza poter assistere al sacrifizio. La seconda (navis), ad uso degl'iniziati, n'era separata trasversalmente per un muro a tre porte; quella a destra per gli uomini, la sinistra per le donne, la mediana per le processioni. Nella nave di mezzo, riservata alle cerimonie religiose, avevano posto i leviti e i tre cori cantanti attorno ai tre pulpiti o amboni. Questi si faceano ottagoni o quadrati[180] con musaici e scolture; e uno serviva per l'orchestra, uno per l'epistola, dall'altro i diaconi leggeano il vangelo e le lettere dei vescovi. Davanti agli amboni stava la colonna del cero pasquale. La sedia del vescovo dietro all'altare occupava il centro dell'abside, che poi si chiamò presbitero, e che avea la volta dorata, e a lato i pastofori. All'estremità delle navi minori il senatorium ed il matroneum servivano pei patrizj e le dame. Al sacrario (cella, hieration), separato dal restante tempio con un arcone trionfale, si saliva per tre gradini; un velo colorato lo toglieva agli sguardi; nè ad altri che al sacerdote era dato penetrarvi. Stava sotto di esso la confessione, cripta delle ossa de' martiri, sopra cui ergevasi l'altare, unico all'unico Dio. Sopra di quello pendea la pisside, spesso in figura di colomba, entro cui conservavasi l'eucaristia; e attorno lampade di varie forme, appese al baldacchino in triangolo (ciborium) che era sorretto da quattro colonne. A questa generale distribuzione molte varietà s'introducevano.
Per edificare più prontamente, e trovandosi già le arti in decadenza, alle chiese s'adattavano colonne tolte ad edifizj diversi, e perciò di grandezza disuguali. Invece d'accorciare le troppo lunghe o rialzare con uno zoccolo le brevi, si sbandì l'architrave, e dall'una all'altra gettaronsi archi, sorgenti immediatamente da esse; metodo già conosciuto, allora fatto generale. Nella basilica di San Paolo fuor della mura[181] ventiquattro colonne di pavonazzetto furono portate dalla Mole Adriana, i cui elegantissimi capitelli discordavano dalle sedici aggiuntevi forse quando Teodosio ed Arcadio l'ampliarono; divideano esse la basilica in cinque navate, che con una trasversale formavano croce, e davano un vedere ben più grandioso e magnifico che i peristilj esterni degli antichi: tutti gli archi impostavano sulle colonne. In Santa Costanza le colonne sono binate, non nel senso della circonferenza, ma secondo il raggio della rotonda; quali pure in una chiesa presso Nocera de' Pagani, e in non poche posteriori. Il tempio pagano ricevea luce dalle porte o da un foro nella volta o da lampade; ne' cristiani finestre rotonde ed arcuate trasmettevano una luce, temperata da vetri a colore che rappresentavano al popolo le storie bibliche o dei santi.
Moltiplicaronsi poi le chiese a Roma, e in esse potrebbe seguirsi passo a passo l'architettura nel dechino e nel risorgimento, nessuna età così infelice trovandosi che qualcuna non ne ergesse per munificenza o devozione de' pontefici. Anche nelle altre città se ne aprivano, man mano che il cristianesimo vi era piantato, prediligendo le forme rituali nelle piante, nell'elevazione e negli ornamenti. Quando poi il culto non si limitò ad un martire solo, crebbero gli altari, il che coll'interrompere le linee alterò la semplicità del disegno; molto più quando s'introdusse la profana pompa de' mausolei.
Edifizj considerevoli son pure i battisteri. Nelle rovine della casa di Prisca a Roma, ove credono abitasse san Pietro, mostrano un capitello incavato, nel quale è fama ch'egli battezzasse, con acqua dapprima sacra a Fauno: aggiungono ch'egli amministrasse quel sacramento in una catacomba della via Salaria, e in quella dove poi fu sepolto presso un luogo ch'ebbe nome di Fonte san Pietro. Dappoi si eressero a quest'uopo edifizj presso le acque, accanto alle chiese, alle quali talora erano congiunti per via di portici, come ad Aquileja. Presso al palazzo Laterano, Costantino o san Silvestro fece il suntuoso battistero che ancora sussiste, con più ordini di magnifiche colonne di porfido o marmo, e membrature di edifizj antichi, senza unità di stile e di proporzioni: nel mezzo vaneggia il bacino, a cui si scende per alquanti scaglioni, ottagono come tutto l'edifizio, al quale precede un portico pei neofiti aspettanti; e serbasi ancora pei solenni battesimi amministrati dal papa. A tal uso furono pure ridotte in Roma le terme pubbliche di Novato, fratello delle sante Prassede e Pudenziana; il bagno del loro padre senatore Pudente; e quello di santa Cecilia, chiuso ora nella bella chiesa che da questa trae il titolo. Ottagona se ne volea per lo più la pianta; ma talora quadra, rotonda o a croce, con gallerie in alto, e una cappella coll'immagine del Battista, o di san Pietro che battezza Cornelio, o altra da ciò. Alle vasche giungeva l'acqua per doccie sotterranee, talchè il vulgo credeva si empissero miracolosamente. In quel di Sant'Andrea, rifabbricato da Leone III, la fonte era circondata da colonne di porfido; e di mezzo ne sorgeva un'altra, portante un agnello d'argento che versava l'acqua. Talora era un vaso isolato, sorretto da colonne o da animali simbolici. Un solo battistero faceasi per diocesi, e a pasqua e pentecoste soltanto si compiva la cerimonia; lo perchè i battisteri doveano essere molto capaci. Sulla forma de' primi se ne costruirono poi molti nel medioevo[182].
La decorazione e la sfragistica si esercitavano nei dittici, ove scriveansi i nomi dei santi e dei benefattori, da commemorare alla messa, ne' troni dei vescovi, negli altari e altarini, ne' candelabri, ne' reliquarj, nelle coperte dei libri rituali.
Coloro che non giudicheranno queste opere col sentimento, ma le scruteranno colla critica artistica, non dimentichino che era un'età di universale decadenza; e già imperante Costantino tal penuria si pativa d'artisti, che si dovettero dilapidar le fabbriche anteriori onde fornire le nuove. L'arco alzato a' suoi trionfi è tutt'insieme più maestoso che quel di Settimio Severo; ma gli ornamenti furono levati dall'arco e dal fôro di Trajano, e mal raccozzati con lavori di nuovo, scarsi di quell'arte di profilare che produce la grazia. Di questa mancano affatto le immagini del Salvatore e dei dodici Apostoli ch'egli fece porre in argento a San Giovanni Laterano, ed altre statue dell'età sua in Campidoglio, come pure le medaglie e monete: e per dedicargli una statua, si pose il capo di lui sovra un antico Apollo. Di quel tempo si fusero le porte di bronzo di San Paolo, perite nell'ultimo incendio, con incise figure e rabeschi contornati d'argento, ove la ricchezza mal potè velare lo scadimento dell'arte. E tanto fra il popolo scemava il culto del bello, che fu necessario vietare si demolissero mausolei, archi e colonne per capriccio o per bisogno di murare, e istituire un magistrato per difendere colla forza i pubblici monumenti[183].
Come dapprima la Grecia aveva allattata l'arte romana, così questa si trapiantò in Grecia con Costantino, e le costruzioni da lui fino all'imperatore Giustiniano derivano affatto dalle latine, e primieramente l'ippodromo e la gran cisterna di Costantinopoli; le medaglie bisantine portano latine leggende, e perfin la lupa romana. Solo al tempo di Giustiniano e colla fabbrica di Santa Sofia appare quel che volle dirsi stile bisantino, non bene definito nè cronologicamente nè artisticamente, ma che infine potrebbe ancora dedursi da edifizj romani, e specialmente dalle terme, preferendo alla sala rettangola delle basiliche la pianta rotonda e le cupole semicircolari, e tutto ornando di musaici e di pietre multicolori, e d'una ricchezza di ori, figure, rabeschi, opposta alla semplice nudità che dai Latini fu sempre preferita.