CAPITOLO LIV. Impero diviso. Onorio. Invasione di Alarico.
Ripigliamo il corso de' fatti, accostandoci alla fine dell'Impero.
Morta che fu Giustina sua madre, Valentiniano II abbracciò la fede cattolica, e sempre più amore e stima acquistossi colla morigeratezza, l'applicazione agli affari, le domestiche virtù, la cura della giustizia. Accusato d'amar troppo i giuochi del circo e i combattimenti delle fiere, se gli interdisse; imputato d'intemperanza, spesseggiò i digiuni; saputo che in Roma una commediante allettava troppi giovani, la chiamò alla corte, e rimandolla senza vederla tampoco, per dare esempio. Grand'amore portava alle sorelle; eppure litigando esse di certi possessi con un orfano, egli rimise al giudice ordinario la querela, e le persuase a recedere dalla pretensione.
Arbogasto, Franco valoroso, de' benefizj di lui abusò per sovvertire l'impero d'Occidente; a proprie creature distribuì i posti importanti nelle milizie e nel governo della Gallia, sicchè Valentiniano si trovò in Vienna come prigioniero di questi occulti nemici. Citato Arbogasto, lo ricevette sul trono intimandogli di deporre le cariche; ma il Franco rispose: — L'autorità mia non dipende dal sorriso o dal cipiglio d'un monarca»; e gettò il foglio dove l'ordine era scritto. Valentiniano fu a gran pena trattenuto da un atto di violenza; ma pochi giorni dopo il trovarono strozzato nella sua tenda (390), e tutti indovinarono da chi. Arbogasto, non osando cingere a se medesimo il diadema, lo conferì al retore Eugenio, suo segretario privato e maestro degli uffizj, reputato per sapere e prudenza.
Commosso dall'indegna uccisione del collega e cognato, Teodosio pascolò di parole Eugenio, intanto che dai valorosi generali Stilicone e Timosio facea porre in essere e in disciplina le legioni e i Barbari federati; coi quali mosse contro il nostro Occidente. Arbogasto si restrinse a difendere i confini dell'Italia; ma Teodosio, occupata la Pannonia sino ai piedi delle alpi Giulie, scese ad affrontarlo nelle pianure di Aquileja (391), e lo vinse. Arbogasto si diede la morte; Eugenio l'ebbe dall'impazienza dei soldati a' piedi di Teodosio. Sant'Ambrogio, che avea resistito inerme all'usurpatore, rifiutandone i doni e ritirandosi da Milano per non avere con esso corrispondenza, allora recò a Teodosio l'omaggio delle provincie occidentali, e ne impetrò amnistia.
Teodosio raccoglieva così novamente il mondo romano nelle proprie mani; e le sue virtù e la florida età serenavano di speranze. Poco dopo la vittoria, egli divise l'impero d'Oriente e quello d'Occidente fra i due suoi figliuoli Arcadio ed Onorio, e questo secondo chiamò a ricevere le insegne in Milano. Quivi splendidi giuochi furono disposti, ai quali avendo Teodosio assistito, la sua salute già logora n'ebbe tale scossa, che la notte morì (395 — 17 genn.). Ultimo imperatore che reggesse con fermo polso le romane cose, e guidasse gli eserciti in campo; lasciava negli amici e nei nemici alta stima di sue virtù, e una grave apprensione per la preveduta fragilità d'un regno spartito tra fanciulli.
Arcadio da Costantinopoli governava l'impero d'Oriente; Onorio da Milano reggeva Italia, Africa, Gallia, Spagna, Bretagna, Norico, Pannonia, Dalmazia, l'Illirico dimezzato. Ma Arcadio contava appena diciott'anni, undici Onorio, nè l'un nè l'altro le qualità che si richiedono anche in tempi quieti, non che le occorrenti in tanta procella. Vero è che il padre li aveva provveduti d'abilissimi tutori, mettendo Rufino guascone a fianco di Arcadio, Stilicone vandalo di Onorio: ma le gelosie di cotesti e de' loro successori approfondirono le divisioni, non solo di Stato, ma d'interessi fra i due imperi.
Stilicone, granmaestro della cavalleria e della fanteria, aveva accompagnato in tutte le guerre Teodosio, il quale lo spedì ambasciadore in Persia, poi gli sposò sua nipote Serena, dalla quale ebbe Eucherio, Maria e Termanzia. In ventitre anni che comandò gli eserciti, non vendette gradi, non fraudò delle paghe i soldati, nè elevò il proprio figlio o gl'immeritevoli: ma avido di piaceri e ricchezze, l'ambizione sua non era soddisfatta al vedersi dagli adulatori corteggiato più di Onorio stesso, e cantato perpetuamente dal miglior poeta d'allora, Claudiano. Traverso alle costui piacenterie ed alle calunnie della storia, queste e quelle stipendiate, è difficile avverare altro, se non il valore di lui, e l'uso fattone a pro d'un impero, che costituito militarmente, sol dalla forza doveva trarre l'ultimo suo ristoro.
Al morire di Teodosio, Stilicone aveva preteso alla tutela d'amendue gl'imperatori; e se ne mostrò degno col coraggio contro i Barbari. Dovendo, come il denaro e le gioje, così le legioni dividersi fra i due imperatori, propose guidarle egli stesso in Oriente, sì per tenere in disciplina i soldati, sì per opporsi all'insurrezione dei Goti: ma Rufino ingelosito gli fece da Arcadio intimare non procedesse, se non voleva essere in conto di ribelle. Stilicone non esitò a dar volta, ma affidò le legioni e la sua vendetta al goto Gaina, che trucidò Rufino (395 — 9bre). Eutropio, succeduto a costui, prima copertamente insidiò a Stilicone per togliergli ora il favore del suo principe, ora la confidenza del popolo, ora anche la vita; poi dal docile senato di Costantinopoli il fece decretare pubblico nemico (396), confiscatine i possessi in Oriente; e quando il vide movere contro Costantinopoli, sollecitò Gildone nobile mauritano a voltarsi da Onorio ad Arcadio.
Questo Gildone aveva in patrimonio mille ottocento miglia di terreno sulle coste d'Africa, che anticamente formavano cinque provincie romane; e fatto anche comandante dell'armi imperiali d'Africa, vi regnò da tiranno, con un'armata di settantamila uomini, Roma riconoscendo soltanto col tributarle il grano, del quale mantenevasi l'Italia. Le lamentanze degli oppressi giunsero però all'imperatore; e Stilicone, fattolo chiarire nemico della patria, spedì Mascezelo a domarlo (398). Cinquemila uomini bastarono contro quell'immenso apparato; Gildone preso si uccise; i capi della sommossa furon dati da giudicare al senato, impaziente di punire coloro che aveano minacciato il popolo in ciò che più gli stava a cuore, il vitto. Dieci anni appresso non erano ancora esaurite le procedure contro i complici dell'Africano.
Leggete le odi di Orazio, ove dagli Dei è promesso a Roma che starà immobile, e detterà patti ai trionfati Medi; poi vedete il poemetto di Claudiano Della guerra gildonica; qual melanconico contrasto! Quivi Roma, misera in aspetto, recasi ai piedi di Giove «non coll'usato volto, nè qual dettava leggi ai Britanni, o sottometteva a' suoi fasci i tremendi Indiani; ma fievole di voce, tarda il passo, depressa gli occhi, colle guancie scarne, le braccia smagrite, a gran pena sul debole omero sostenendo lo squallido scudo, rivelando la canizie di sotto all'elmo lentato, e trascinando l'asta irrugginita. Giunta finalmente al cielo, prostrossi alle ginocchia del tonante, e ordì meste querele: — Se le mie mura, o Giove, meritarono di nascere con durevoli augurj, se inalterati stanno i carmi della Sibilla, nè disprezzi ancora la rôcca Tarpea, io vengo a supplicarti, non perchè il console trionfante calchi l'Arasse, o le nostre scuri oppugnino la faretrata Susa, nè perchè piantinsi l'aquile nostre sulle arene del mar Rosso: questo un tempo mi concedevi; ora io Roma ti chiedo il vitto, il vitto soltanto, ottimo padre; rimovi l'estrema fame; già satollammo ogn'ira; già soffrimmo tanto, da movere a compassione e Geti e Svevi; la Partia stessa inorridisce ai casi miei».
L'orgoglio di Stilicone passò ogni segno quando ebbe sposata sua figlia Maria all'imperatore. Ma questi compiva appena i quattordici anni; e dopo dieci altri la sposa morì, illibata da un marito senza forza e senza passioni, il quale in ventott'anni di regno non uscì mai di fanciullo, lasciando imperare Stilicone, che forse ne fomentava l'inerzia e accarezzava l'imbecillità.
Eppure, se in alcun tempo mai, allora veramente era bisogno di principe attuoso e guerresco; perocchè, non appena Teodosio chiuse gli occhi, i Goti pensarono uscire dalla forzata tranquillità, e mettere a nuovi guasti l'impero. Alarico, della principesca famiglia dei Baiti, la più illustre fra' Goti dopo quella degli Amali, era stato formidabile avversario di Teodosio, poi riconciliato seco ed eletto maestro delle milizie. Morto questo, e tenendosi scarsamente rimunerato, stava di mal cuore nelle terre assegnategli; forse inizzato da Rufino, devastò la Tracia, la Macedonia, la Tessaglia; per le mal difese Termopile entrò nella Grecia, fin allora intatta da scorrerie; e distrutti tempj e città, sospesi i riti di Cerere Eleusina, dal mar Nero al golfo Adriatico gli abitanti furono uccisi o spinti in ischiavitù.
Accorto più che non s'aspetterebbe da Barbaro, Alarico facea spargere un oracolo, che lo diceva fatato a distrugger Roma e l'Impero. Ne lo lusingava la scissura fra le due Corti, posto in mezzo alle quali, poteva profittare degli errori d'entrambe. Ed error sommo commise Arcadio cedendogli la provincia da lui devastata e, ch'è peggio, i quattro grandi arsenali dell'Illiria. Ne conobbe l'importanza Alarico, e per quattro anni li fece lavorare non ad altro che a stromenti da guerra; sicchè, a spese e fatica delle provincie, i Barbari poterono al naturale coraggio unire questo sussidio, sovente mancato. Ne cresceva Alarico di credito e d'aderenti, i quali lo proclamarono re dei Visigoti (382), e chiesero li traesse di servitù e li menasse al trionfo.
Piantavasi in tal modo una terza potenza fra le due che divideano l'orbe romano; e il nuovo re ora all'Oriente ora all'Occidente vendeva i suoi servigi, calcolando con barbara sagacia contro di quale più gli convenisse voltar le armi. Le provincie orientali sono state corse dalle orde in ogni senso: Costantinopoli è situata in troppo mirabile robustezza; l'Asia non è accessibile a chi non abbia flotte: ma l'Italia, oh! essa può dirsi intatta ancora, essa opulenta, essa indifesa.
Ed a quella bellezza, che formò sempre il vanto e il pericolo del nostro paese, drizzò Alarico la voglia e i passi; e valicate le alpi Giulie, consumò buon tempo attorno alle oppostegli difese e massime ad Aquileja, mentre tale sgomento diffondevasi per la penisola, che i ricchi già imbarcavano ogni avere per la Sicilia e per l'Africa. I residui Pagani all'aspetto di queste sventure esclamavano, — Ecco segni della collera dei numi abbandonati»; i Cristiani ripetevano, — Ecco la punizione dei delitti con cui Roma salì tant'alto, e di quelli pei quali ora declina»; e gli uni e gli altri cresceano il danno reale con terrori superstiziosi.
Ad Onorio, sonnecchiante nel palazzo di Milano, le adulazioni non lasciavano pur sospettare che altri potesse avventurarsi contro il successore di tanti cesari; e baloccandosi nel dar beccare di propria mano a una nidiata di polli, non aveva forse tampoco udito il nome d'Alarico. Il nembo gli ruppe il sonno, non gl'infuse il coraggio; e tentennando fra le paure, pensò ricovrarsi in alcuna remota parte della Gallia. Ma Stilicone, prevedendo qual terrore getterebbe la fuga del monarca, vi si oppose; pigliò l'assunto d'accozzare un esercito; e non v'avendo truppe in Italia, che pur era capo d'un impero steso sulla Gallia, la Spagna, l'Inghilterra, il Belgio, la costa d'Africa e mezza Germania, mandò alle più lontane legioni che accorressero, lasciando la mura Caledonia e le rive del Reno sguernite, od affidate a soli Germani. Egli medesimo, non essendo di quelli per cui il patriotismo è passione accecante ed esclusiva, non badava se il soccorso venisse da Barbari o no; e imbarcatosi sul lago di Como nel cuore della vernata, giunse nella Rezia, sedò i tumulti, e arrolò quanti nemici di Roma vollero divenirne i difensori.
Onorio, assediato in Asti, già era a un punto di cedere, quando, gli eserciti d'ogni parte sopravenendo, Stilicone strinse in mezzo i Goti; côlto il tempo che celebravano la pasqua, gli assalì a Pollenza nella Liguria (403), li ruppe, e delle spoglie loro arricchì i suoi soldati. Alarico, dopo che invano adoprò il senno e il braccio a reggere il campo, e vide prigioni sua moglie, le nuore, i figliuoli, si ritirò con la cavalleria, e pensava rifarsi con un colpo ardito varcando l'Appennino per isgominare la Toscana ed assalir Roma. Ma i capi dei Goti, infedeli a un re vinto, o ineducati alla prova dell'avversità, minacciarono abbandonarlo; tanto ch'egli dovette porgere ascolto alle proposizioni fattegli d'abbandonare l'Italia, purchè gli fossero restituiti i parenti presi e una pensione. Nella ritirata avea disegno di sorprendere Verona; ma Stilicone, istruttone, lo colse e sconfisse di modo, che gli fu grazia sottrarsi colla fuga. Eppure quell'instancabile, rannodate le reliquie fra i monti, mostrò ancora la fronte al nemico, che stimò fortuna il lasciarlo uscir dall'Italia, troppo convinta di non aver più barriere contro l'ingordigia de' Barbari.
Onorio solennizzò in Roma il trionfo (404), cui non avea contribuito. Questa, che in cent'anni vedeva appena per la terza volta un imperatore, andò lieta dei doni che fece alle chiese, della riverenza insolita che mostrò al senato, e soprattutto dei giuochi ch'esso le preparò nel circo: ma i sanguinosi spettacoli dei gladiatori erano riprovati a gran voce dai sacerdoti cristiani; il poeta Prudenzio in bei versi ne sconsigliava l'imperatore pupillo; il pio Telemaco uscì a bella posta dal suo romitaggio, e discese nell'arena egli stesso per impedirli: il popolo infuriato lo trucidò, ma col sangue del martire fu scritto il trionfo dell'umanità.
L'adulazione ergeva ad Onorio un arco, ove leggevasi aver lui per sempre distrutta la nazione dei Goti: ma la prudenza dava la mentita col riparare e munire i castelli vicini a Roma e le mura di questa. Eppure nè quivi nè in Milano sentendosi sicuro, l'imperatore andò a rimpiattare la porpora in Ravenna, difesa dalla flotta, dalle paludi e dalle fortezze.
E ben era tempo di munirsi, perocchè tutto il Settentrione agitavasi e traboccava le sue piene verso l'Italia. Allettato dai trionfi e dalle prede altrui, Radagaiso (Radegast), a capo d'un'accozzaglia, alcuno dice di ducentomila Vandali, Svevi, Borgognoni, mosse dal Baltico, e cresciuto per via da venturieri d'ogni nazione, si presentò sul Danubio. Come difendere le lontane provincie quando il pericolo stringeva l'Italia? Stilicone dunque richiamò di là le guarnigioni, e con nuove leve, e col promettere libertà e denaro agli schiavi che s'arrolassero, appena mise in piedi trenta o quarantamila guerrieri, cui aggiunse molti Barbari ausiliarj: tanto era stata micidiale l'ultima guerra, tanto aborrito il militare.
Con uno dei tre corpi in cui erasi divisa quella moltitudine, Radagaiso passò senza ostacolo la Pannonia, le Alpi, il Po; evitando Stilicone accampato sul Ticino, dagli Appennini scese improvviso a saccheggiare l'aperto paese, distruggendo gli avanzi delle già floride città d'Etruria (405), assediò Firenze, e bucinavasi che il feroce avesse giurato ridurre a un mucchio di rottami la regina del mondo, e col sangue de' più illustri senatori propiziare i numi suoi. I fedeli dell'antica religione nazionale, sperando quest'idolatro ripristinerebbe gli Dei, e sulla ruina della patria trionferebbe la loro fazione, invece di eccitare il popolo ad armarsi di coraggio, e se non altro di disperazione, esclamavano: — Ecco, tutto perisce al tempo de' Cristiani; come resistere ad un guerriero che ogni giorno fa sagrifizj, mentre a noi sono vietati?» I Cristiani incoravano l'assediata Firenze con miracoli e rivelazioni; ed uno asserì che sant'Ambrogio eragli apparso in sogno, assicurandolo che per domani la patria sarebbe redenta[253]. In fatti dinanzi a quella città l'esercito di Stilicone raggiunse il barbaro; e coll'abilità medesima onde aveva due volte vinto Alarico senz'avventurarsi all'incertezza d'una battaglia la cui perdita sarebbe stata irreparabile, circonvallò il nemico di robuste trincee, talchè di assediatore assediato sulle aride balze di Fiesole, restò consunto dalla fame. Radagaiso, costretto ad arrendersi, ebbe tronca la testa; e i suoi furono venduti schiavi in tanto numero, che se ne aveva una partita per una moneta d'oro; il clima poi e il vitto cangiato li sterminò. Ad altre grosse frotte aquartieratesi fra le Alpi Stilicone agevolò la ritirata; andassero pure a manomettere le provincie, tanto solo che rimanesse salva l'Italia.
Alla quale ormai riducevasi l'immenso impero d'Occidente; perocchè la Gallia era occupata da Franchi, Burgundi, Alemanni; la Bretagna, sgombra di legioni; effimeri imperatori s'ergeano a disputare il lacero manto d'Augusto, fra cui basti nominare Costantino, che chiaritosi imperator delle Gallie (407), ottenne da Onorio il titolo di collega. Poi sovrastava Alarico, dalla sventura non abbattuto ma istruito; e non che i Barbari perdessero confidenza nel valore e nella prudenza di esso, a lui facevano capo quante bande scorrazzavano dal Reno all'Eusino. Stilicone cercò dunque gratificarselo per averlo fautore nel non mai deposto disegno di sottomettere l'Oriente: e Alarico, affacciatosi alle frontiere d'Italia, esibì difenderla, purchè gli fossero accordate alcune domande, e a' suoi una delle provincie occidentali restate deserte.
Nella crescente fiacchezza d'Onorio e del suo governo, Stilicone s'era industriato di tornare qualche polso al senato, e far che si recasse in mano gli affari pubblici; ma non avea trovato che retori, istruiti nelle forme dell'antica repubblica e nulla più, e vogliosi di pompeggiare in parole sonanti, come al tempo che i loro padri intimavano a Pirro, — Esci dall'Italia, e poi tratteremo». Allora dunque che Stilicone propose le domande del re goto, i senatori gridarono essere indegno della romana maestà il comprare incerta e vergognosa pace da un Barbaro: ma il generale, non badando a ciò che ricordavano i libri, ma a ciò che esigeva la vigliaccheria della corte di Ravenna, attutì l'intempestivo patriotismo imponendo consentissero ad Alarico quattromila libbre d'oro, perchè assicurasse i confini d'Italia. Lampadio senatore esclamò, — Questa non è una pace, ma patto di servitù»; e dalle conseguenze di tale franchezza nol campò che l'asilo d'una chiesa[254]: ma incorati da tale protesta, i senatori si ostinano sul niego, mettendo un'opposizione affatto insolita al generale onnipotente.
Ad essi davano sostegno le legioni, indispettite dal vedersi posposte a Barbari. Onorio medesimo era stato insusurrato contro del suo tutore, come volesse tenerlo perpetuo pupillo, se non anche mutarne la corona sul capo del proprio figlio Eucherio; onde, diretto da Olimpio, pretese esercitare in fatto il dominio che teneva di puro nome, e fare mal arrivato il ministro. Si presenta dunque al campo di Pavia, composto di truppe romane ostili al Barbaro, e ad un segnale fa trucidare tutti gli amici di questo, altri illustri con essi, e saccheggiare le case. I condottieri, la cui fortuna intrecciavasi a quella di lui, ad una voce chiesero a Stilicone li menasse a sterminare questi imbelli Romani. Se gli ascoltava, l'esito avrebbe potuto giustificarlo; ma egli o fiaccamente tentennò, o generosamente preferì la propria alla pubblica ruina, sicchè i federati l'abbandonarono dispettosi; un di loro assaltò la sua tenda, e trucidò gli Unni che vi stavano di guardia; Stilicone, rifuggito agli altari in Ravenna, ne fu tratto con perfidia; e decretato a morte, la subì con dignità e coraggio (408).
Al traditore, al parricida fu allora gridato d'ogni parte da coloro stessi che dianzi incensavano il ministro guerriero; e chi s'affrettava a rivelarne gli amici, chi a nascondersi. Olimpio, orditor primo della trama contro il suo benefattore, esagerava ad Onorio il pericolo sfuggito, e l'inaspriva contro la memoria del salvatore dell'impero; Eucherio, figlio di questo, svelto alla chiesa, fu trucidato; Termanzia, succeduta alla sorella Maria[255] nel freddo talamo di Onorio, fu repudiata intatta; e la fermezza con cui gli amici di Stilicone sostennero torture e morte, lasciò che i servigi di lui rimanessero certi, incerta la colpa. Fu imputato d'intelligenza coi Barbari, egli il solo che li seppe vincere sempre in ventitre anni che diresse gli eserciti; d'avviare al trono Eucherio, egli che il lasciò fino ai vent'anni umile tribuno dei notari; di meditare il rialzamento del paganesimo, egli che educò il figlio nella religione cristiana, e che era esoso ai Gentili per avere arso i Libri Sibillini[256] e perchè sua moglie avea tolto un monile a Vesta, quelli oracolo, questa salvaguardia di Roma.
Al rompere della diga, il torrente traripò; ed Onorio stesso pareva compiacersi d'abbattere se alcun ostacolo restava, congedando i più prodi perchè idolatri od ariani, e sostituendo uffiziali vilipesi dai nemici, esosi all'esercito. I Barbari, che servivano come ausiliarj, dal vendicare Stilicone non si rattenevano se non per riguardo alle famiglie e alle ricchezze che aveano depositate nelle città forti d'Italia: or bene, Onorio ordinò che que' preziosi ostaggi fossero tutti il medesimo giorno scannati, e rapitine i beni. Tolto ogni freno all'ira e alla disperazione, trentamila federati disertarono ad Alarico, che esultò di veder la Corte operare così a suo disegno; e la caduta di Stilicone riverito e paventato, le paghe interrotte, l'istigazione degli offesi lo resero ardito d'intimare all'impero soddisfazione o guerra. Lasciossi poi mitigare: ma i Romani, interpretando la moderazione per paura, nè accettarono i patti, nè s'allestirono d'armi (409); sicchè Alarico, rotta l'amistà e la fede, si mosse, e dall'alto delle alpi Giulie mostrò a' suoi le delizie del clima italiano, le superbe città, i soavi frutteti, le spoglie di trecento trionfi accumulate in Roma, e la facilità di rapirgliele. Aquileja, Altino, Concordia, Cremona soccombono a quel forte; nuovi federati s'aggiungono ogni dì alla sua bandiera, che sventola in faccia a Ravenna; spaventata la quale, egli costeggia l'Adriatico, poi, per la via Flaminia, di città in città senza contrasto pianta le tende sotto l'antica signora del mondo. Un eremita tenta sedarne la furia, ed Alarico risponde: — Non posso fermarmi; Iddio mi spinge avanti».
Più non era il tempo che, contro di Annibale e di Pirro, il popolo romano si alzava quasi una persona sola, e dall'infimo plebeo fin al consolare e al dittatore tutti correvano a vittoria o morte. L'Impero avea perduto le migliori sue provincie; le altre rimanevano sì deserte, che doveasi ripopolarle con sciami di Barbari. L'Italia specialmente, per le ragioni altrove discorse e massime per le colonie militari, andavasi disabitando fin dal tempo dei primi imperatori.
Esauste da piaceri eccessivi od infami le sorgenti della vita, i ricchi per voluttà, i poveri per necessità, aborrivano dal matrimonio; sicchè Costantino grandi privilegi attribuiva a chi pur un figliuolo avesse. Non volendo svilirsi nel commercio e nell'industria, i ricchi investivano i loro capitali in terreni, che vennero a ridursi tutti nelle mani di giganteschi possessori, massime dopo che Trajano pose per condizione dell'aspirare a dignità l'avere almeno i tre quarti del patrimonio in Italia. Sparì dunque la classe vitale de' minuti proprietarj, e alla popolazione agricola sottentrarono gli schiavi: ma fin questa infelice genìa minoravasi, e perchè gl'imperatori non conducevano tutti i prigionieri in Italia dacchè essa non era più riguardata come capo dell'impero, e perchè, meglio delle robuste braccia da aratro e da marra, si cercavano molti servi, che a centinaja seguissero per via i padroni e le dame[257].
I piani d'Italia, dalla maschia loro feracità erano convertiti in molli giardini e inutili parchi; il grano aspettavasi dall'Africa e dall'Egitto, sicchè qualvolta o le flotte nemiche o i tiranni o le procelle intercettassero il tragitto, Italia affamava. Diviso poi l'Impero, essa non solo cessò di ricevere i tributi del mondo, ma ebbe accomunate le tasse degli altri paesi, e divenne simile a colui che, avvezzo a scialare in casa di grandi, si trovi repente senz'appoggio, povero, inerte, male abituato.
Più volte qui gittò la peste, fierissima sotto a Tito, fin ad uccidere in Roma diecimila persone in un giorno; poi riportata d'Oriente dall'esercito di Lucio Vero[258]; di nuovo sotto Comodo, e spesso nel secolo seguente. Tre guerre civili s'erano combattute alla gagliarda nell'Italia settentrionale al tempo dei Trenta Tiranni, tre sotto Massenzio, tre sotto i figli di Costantino, due alla morte di Graziano e di Valentiniano II: e i Barbari, facendosi beffa della barriera dell'Alpi, venivano a rapire schiavi ed armenti, lasciando un incolto deserto.
Procuravano gl'imperatori risanguarlo o colle colonie militari, o trasferendovi gente; Aureliano distribuì prigionieri, che nel paese fra l'Etruria e le alpi Marittime piantassero vigne da far gratitudine alla romana plebe[259]; il vecchio Valentiniano spedì sul Po gli Alemanni presi al Reno[260]; Graziano, Taifali ed Ostrogoti su quel di Modena, Reggio e Parma: ma fin questo inadeguato ristoro mancò quando altrove che all'Italia gl'imperatori mandarono i prigionieri di Germania e di Persia, e quando, cessate le esenzioni, nulla allettava i veterani forestieri a piantarsi in colonia di qua dalle Alpi. Pertanto sant'Ambrogio scrive a Faustino: — Partendo da Bologna, tu lasci alle spalle Claterna, essa Bologna, Modena, Reggio; hai a destra Brescello, di fronte Piacenza, di cui non altro che il nome rimembra l'antica celebrità; a sinistra mettono compassione gl'incolti Appennini; e considerando le borgate un tempo animatissime di popolo, ti si stringe il cuore nell'osservare i cadaveri di tante città mezzo diroccate, e la morte di tante contrade per sempre distrutte»[261].
La Gallia Cisalpina, più discosta dalla corruttela, avea serbato lena più a lungo; ma quando si piantarono altre corti in Ravenna e Milano, le auliche splendidezze introdussero immoralità, le largizioni ozio, le cariche brogli; e la gente, affollandosi a quelle per vivere di donativi, svogliavasi dal lavoro dei campi, dalla tediosa onestà delle famiglie, dalla schietta rozzezza de' villaggi.
Quanto al mezzodì dell'Italia, basti dire che nel 395 una legge d'Onorio sgravò del tributo cinquecentoventottomila e quarantadue jugeri di terreno inseminato nel paese a cui l'ubertà guadagnò il nome di Terra di lavoro[262]. Per quei deserti erravano a baldanza orde devastatrici. Già soleano molestar le vie ne' tempi antichi; ripullularono durante le guerre civili, peggio dappoi: un Balla, entrante il III secolo, con seicento masnadieri infestava l'Italia inferiore, e due anni penò Settimio Severo a sterminarlo[263]. Tanto poi crebbe il male, che Valentiniano I venne nella determinazione di disarmare l'Italia come le provincie, sicchè nessuno portasse armi senza sua espressa licenza; nessuno, eccetto le persone di qualità, comparisse a cavallo nel Piceno, nella Flaminia, nell'Apulia, nella Calabria, ne' Bruzj, nella Lucania, nel Sannio, indi neppure nelle circostanze di Roma[264]: provvedimento estremo, che attesta la gravezza del male, e che toglieva alla quieta popolazione il modo di schermirsi da coloro che sfidavano la legge. E perchè di pastori principalmente formavansi queste bande, Onorio decretò che, chi consegnasse figli da allevare a pastori, s'avrebbe come confesso d'intelligenza co' masnadieri[265]. Alla strada e al bosco molti erano spinti dall'ingorda tirannide degli esattori fiscali, che, sotto pretesto di vecchi debiti, taglieggiavano il paese, e molestavano con estorsioni, prigionie, supplizj.
Potevano i cittadini amare una patria, che più non recava nè grandezza nè dignità nè sicurezza nè giustizia? Ristretta la pubblica vita nel gabinetto dell'imperatore, ai sapienti, agli statisti più non rimane che coltivare il diritto civile, ed esercitare la retorica e la giurisperizia nei minuti interessi privati. Proscrizioni dittatorie, guerra civile e supplizj imperiali tolsero di mezzo la nobiltà antica: la nuova, che non ha tradizioni a custodire, privilegi a tutelare, affollasi attorno al principe onde esercitare una parte delle costui tirannidi, e godere in fretta d'una preda che fra breve sarà rapita.
Dispensati dal servizio militare per gelosia, esclusi dai dibattimenti pubblici per costituzione, considerando come turpe l'industria, popolo e ricchi poltriscono nell'inerzia, ovvero esalano la turbolenta energia ne' parteggiamenti del circo o nelle esorbitanze del lusso. Ciascuno si fa parte da se medesimo, e con mercenaria avidità specula sulle pubbliche sciagure per ottenere gradi, piaceri, potenza, e, stromento dell'una e degli altri, il denaro, procacciato con spergiuri, corruzione, falsi testimonj, ladronecci. V'ha chi serba sentimento del nobile e del giusto? geme sulle sventure, e vedendole irreparabili, abbandona la società ai ribaldi e agli ambiziosi, e armato di disprezzo, o si ricinge di virtù austere ma senza viscere, o si stordisce fra godimenti sensuali, e con riti superstiziosi interroga un destino che teme e che non può declinare.
La classe media, più morale perchè operosa, era perduta, l'Impero riducendosi a ricchi sfondolati e a pezzenti, e tra loro l'abisso. Decurioni e senatori, a forza di eredità e di usurpamenti, succedendo ad infinite famiglie cadute serve o mendiche, aveano occupato provincie intere, e facendosi centro ciascuno d'un piccolo mondo, trascuravano tutto il resto. Se ad un de' siffatti il Goto occupasse i campi della Tracia, gliene sopravanzano immensi nella Spagna; se il Borgognone gli ardesse il ricolto nella Gallia, continuavano a fruttargli gli oliveti della Siria. Di qui l'imprevidenza meravigliosa di gente esultante sopra il sepolcro; di qui i prepotenti abusi, giacchè, qual magistrato poteva intimare obbedienza al possessore d'intere provincie?
In queste la nobiltà imperiale, cui spettavano le elevate magistrature, somigliava a quella di Roma, e diffondeva lontano la corruttela della metropoli; la nobiltà paesana, investita degli onori municipali, foggiavasi su quegli esempj. Fatti tutti cittadini romani, crebbe il numero degli ozianti, cui il tesoro dovea nutrire, del quale così aumentavano i bisogni quanto sminuivano le entrate; e ben tosto le campagne e le città lasciaronsi vuote per andar a godere e brogliare in Roma. Quivi bisognava alimentarli; e perciò, invece del grano, distribuivansi pane e carne e vesti già fatte e denaro, tutto a spese del restante impero.
Nelle grandi città s'annida una mescolata d'artigiani e di liberti, viventi sullo scarso traffico lasciato a loro dal monopolio imperiale, e col porgere alimenti al lusso e alle voluttà de' signori; del resto arrogante e vilipesa, conculcata e sommovitrice, minacciosa e tremante. Nè s'agita essa, come al tempo de' Coriolani, pei diritti proprj o per gl'interessi della patria; ma per domandare pane e giuochi, per sostenere prezzolata le cabale d'eunuchi e favoriti, che in pochi anni trarricchiscono vendendo le grazie del monarca. Ignorante e conculcata, paurosa di perdere quel che non possiede, avida d'un avvenire che nè conosce nè spera, esulta non della propria libertà, ma dello strazio de' suoi antichi oppressori; gode allorchè può crescere le sofferenze, e chiedere sieno dati i Cristiani ai leoni, o gettati nel Tevere i tiranni che jeri adorava. L'unica volta che i Romani mostrarono qualche vigore, fu nel respingere la legge Papia Poppea, che reprimeva il libertinaggio.
Così non più affetto pei deboli, non più subordinazione verso i potenti, non zelo per l'ordine sociale, non dignità di carattere, non venerazione per la divinità; una dotta corruttela, sfruttata d'immaginativa e fiacca di ragione, che più non sa se non commentare le opere antiche, rimenar dispute incancrenite, simile ai vecchi che ridicono il passato quando perdettero il senso del presente. Rimescolavano questa decrepita società le dottrine teurgiche, tardo alimento a credenze illanguidite, sicchè il meraviglioso e l'incredibile divenivano ordine e realtà.
E una tal Roma si vorrebbe che noi compiangessimo? Ne' tempi nostri, se ci stomaca la corruttela de' ricchi e de' saccenti, ci volgiamo alle classi operose. Queste in Roma trovavansi sistemate a modo di maestranze fin dall'antica costituzione; ma non che servire alla tutela reciproca, offrirono destro all'avidità del fisco, che esigeva da tutti insieme quel che dai singoli non avrebbe ottenuto. E talmente erano gravate, che non comprenderemmo come durassero, se non sapessimo che gl'imperatori poteano costringer uno ad entrarvi; che entrati, non se n'usciva più, e se uno se n'allontanasse, v'era ricondotto come disertore.
I campagnuoli, tanta oggi e sì vital parte, erano o coloni liberi o schiavi, distinti piuttosto di nome che di fatto, e poco superiori alle bestie che ne ajutavano le fatiche. Non che ispirare a costoro sentimenti di patria, o educarne il coraggio, erano tenuti inermi e ignoranti, che mai non potessero rivoltare contro dei tiranni le braccia od il pensiero: i lontani padroni gli affidavano a qualche schiavo o liberto favorito, che esercitava la superbia dispotica e crudele del servo che comanda. Al colono non restava modo legale di recare i lamenti al padrone o contro di esso; aggravato di canone sempre crescente, s'indebitava; quando l'oppressione giungesse al colmo, fuggiva, abbandonando casa, campi, famiglia per mettersi a servizio d'un altro, col quale ricominciare l'inevitabile vicenda, se pure il primitivo signore nol ridomandasse colle sommarie processure statuite dalla legge.
Se v'è cosa che compensi la libertà, a migliore partito si trovavano i coltivatori schiavi, cui almeno il padrone pasceva per conservare queste macchine animate. Però le fatiche e la durezza de' sovrantendenti li consumavano, e più non essendone empito il vuoto dalle cessate vittorie, bisognava comprarli dai Barbari vincitori, o fra quelli che per castigo erano privati della libertà. Insofferenti dell'oppressione in cui non erano nati, costoro erano tenuti quieti soltanto dalla sferza e dalle catene; al primo bel destro fuggivano a vivere vagabondi; o intendendosi fra loro, trucidavano i padroni, e gittatisi alla foresta, viveano in armi. Non potendo dai Romani aspettare che castigo, blandivano i Barbari, ne imparavano la favella, ne divenivano anche guide, esultando agli strazj del popolo, da' cui ceppi si erano riscossi[266]; ovvero dai loro covili piombando sui coloni rimasti, ne esacerbavano le miserie. Il proprietario assalito o minacciato, se fosse qualche opulento senatore, poteva invocare la pubblica forza: il minuto possidente trovavasi esposto irreparabilmente all'attacco, vietandogli le leggi l'uso delle armi. Che gli rimaneva dunque? vendere il camperello al dovizioso vicino, o lasciarlo sodo, se pure il fisco non glielo staggisse in pagamento de' gravosi contributi; e sottrattosi all'infelicità del possedere, rifuggire a Roma.
Chi s'accostava a questa città, vedeva per tutto magnificenza, codardia e morte; campagne trascurate e parchi voluttuosi; solitudine e stormi di schiavi; poi ville splendidissime, e vie eterne fiancheggiate di monumenti, le quali fin dal Clyde e dall'Eufrate mettevano capo al Foro, pieno di storia più che non interi regni. Alle trentasette porte schiuse nella cerchia di Roma, che girava quindici miglia (t. III, p. 424), rispondevano altrettanti suburbj, simili a città, e che prolungavansi fino al mare, ai Sabini e per entro al Lazio antico e all'Etruria. Là entro stivavasi una popolazione affluente da tutto il mondo, ridotta a un terzo dalle recenti sciagure, e dopo che con Roma, oltre Costantinopoli, gareggiavano Cartagine, Treveri, la florida Milano e la paludosa Ravenna. Là trovavi distinti Cappadoci, Sciti, Ebrei; là quella mescolata d'ogni razza e credenza, senza condizione nè patria nè nome, che è la zavorra di tutte le metropoli. La plebe più non guadagna a vendere il voto o a testimoniare il falso; non v'è più un Clodio, un Catilina che l'assoldi per tumultuare; non più re stranieri che ne comprino il favore, nè la chiamino erede di intere provincie; la pompa de' trionfanti non rinnova ogni anno le largizioni, nè agl'imperatori più cale d'averla amica e plaudente. Il mutarsi a Costantinopoli o a Milano di tante famiglie senatorie e della Corte, lasciò senza pane migliaja di persone avvezze a vivere su quelle: giace dunque la moltitudine scoraggiata, come il pitocco che sciupò nell'inerzia la gioventù; Teodosio e Graziano sono costretti a reprimere l'oziosa mendicità che ingombra le vie; e dell'antica boria non si conservano che i vizj, cresciuti coll'affluirvi d'ogni genìa. Sotto Teodosio si erano piantati lupanari presso certi molini, e gli uomini che v'entrassero cadevano in trabocchetti, ed erano forzati a girar le màcine, senza che più nulla se n'intendesse di fuori[267]. Nel mezzo di Roma! e il delitto sarebbe rimasto occulto, se un soldato non riusciva per gran ventura a camparne.
Pure il popolo, antico padrone del mondo, non avea perduto il diritto d'essere pasciuto gratuitamente; e ogni giorno a tenuissimo prezzo distribuivasi pane a ciascun cittadino, in ducencinquantaquattro forni e ducensessantotto magazzini assegnati ne' varj quartieri: vi si univa per cinque mesi il lardo, somministrato dai majali della Lucania, e che al tempo di Valentiniano III saliva a tre milioni secentoventottomila libbre; tre milioni di libbre d'olio, tributo africano, distribuivansi per accendere i lumi e per ungersi nei bagni; e le vendemmie della Campania procacciavano vino a basso mercato. Ogni sollevazione dell'Africa o della Sicilia, da cui bisognava trarre il grano, recava dunque spavento; e dopo che l'Egitto ebbe ad approvvigionare Costantinopoli, si dovettero empire i granaj di Roma con frumenti del Rodano, dell'Arari e dell'Iberia[268]. Somme ingenti uscivano pure d'Italia per provvedere tante lautezze di vestire e di mangiare, e marmi e travi per le fabbriche, e belve per gli spettacoli; poi anche per assoldare i Barbari, o pagar ad essi un indecoroso tributo. La minutaglia, nudrita non per onore, ma perchè non tumultui, senza letto nè tetto, nè scarpe in piedi o cenci in dosso, s'affolla nei teatri e pei circhi, tronfia di nomi pomposi, lavasi in terme degne di re, e beve, e giuoca; ode una sconfitta? ulula gemiti disperati, che domani più non ricorda; ode una vittoria? esclama, — Viva l'imperatore; avremo pane e giuochi».
Perocchè al pane e ai giuochi riduceansi tutte le sue aspirazioni, e al delirio giungeva l'amore degli spettacoli. «Odono (dice Ammiano Marcellino) che da alcun luogo giungano cocchieri o cavalli? s'affollano attorno al narratore, come gli avi loro affisavano attoniti i figliuoli di Leda, nunzj della vittoria. La plebe logora la vita al giuoco, nel vino, pei chiassi e negli spettacoli; centro di loro speranza, loro tempio, loro abitazione, lor parlamento è il circo Massimo. Pei fôri, sui trivj, nelle piazze s'accalca; e chi più gode autorità, va per le strade gridando che crolla il pubblico stato se, nel prossimo conflitto, il tale auriga suo protetto non ottiene la palma. Il giorno poi de' ludi equestri, prima che il sole mostri dal cielo la splendida faccia, v'accorrono, superando in velocità i cocchi disposti per entrare in lizza; e molti fin la notte vegliano, temendo non soccomba la fazione lor favorita»[269]. Sant'Agostino ed Orosio raccontano che i Romani, fuggiti da Alarico a Cartagine, vi duravano nei teatri quant'era lunga la giornata; nulla credevasi perduto se il circo si ricuperasse; la spada gotica non avea nociuto a Roma se i cittadini potevano rigodere i giuochi circensi[270]: donde la felice frase di Salviano, — Il popolo muore e ride»[271]. Tremila ballerini e altrettanti musici sollazzavano Roma; essi soli vennero eccettuati quando, in una gran penuria, si sbandirono tutti i forestieri, sino i professori d'ogni arte liberale[272].
Gli eccessi del lusso accostavansi a quelli della miseria e della corruzione. I patrizj non sapevano che vantare una serie di avi, alle cui austere virtù potevano contrapporre soltanto un fasto, cresciuto a misura che diminuiva la civile importanza. Il nome di senato non indicava tampoco il primo corpo della metropoli d'un impero; ma opulentissimi senatori occupavano palagi da poter dirsi quartieri, anzi città, comprendendo piazze, tempj, ippodromi, boschi[273]. E provincie poteansi dire le loro possessioni, da cui alcuno traeva quattromila libbre d'oro l'anno, e un terzo di questo valore in generi; la rendita cioè di quattro milioni e mezzo. Chi non avesse che mille o mille cinquecento libbre d'oro sarebbesi appena reputato degno di sedere in quell'ordine, nè sufficiente a sostenerne i pesi e lo sfarzo. Macrino, quando fu eletto imperatore, potea colle proprie rendite bastare alle spese dello Stato: san Girolamo ad Eliodoro nobile cittadino d'Aquileja, poi divenuto vescovo di Altino, rinfaccia i vasti portici, gl'ingenti spazj occupati da case, le villeggiature deliziose[274]: Paola, la devota amica di esso santo, contava tra' suoi poderi la città di Nicopoli.
Di tali ricchezze facevano sciupìo in una vanità senza gusto: empiere la casa d'argenterie; moltiplicare le proprie effigie di bronzo o di marmo rivestito di foglia d'oro; sopraccaricare d'ornamenti i cocchi, di seta e porpora l'abito, che ad arte sciorinato, scopriva tuniche suntuose, ricamate a figure d'animali o a piante; e farsi precorrere da cuochi affumicati, seguire da una cinquantina di schiavi e di buffoni, poi parasiti ed eunuchi d'ogni età, pallidi e lividi. Il figliuolo d'Alipio, nelle solennità obbligate dell'anno di sua pretura, logorò un milione e duecentomila nummi d'oro, o vogliam dire zecchini, in sei o sette giorni: il figlio di Simmaco, senatore di mediocre fortuna, ne spese due milioni: quattro milioni il figlio di Massimo. Quegli Anicj e Petronj ed Olibrj, il cui patriotismo consisteva tutto nell'ostentare alberi genealogici, non che rifuggire dall'armi, nè tampoco comportavano fossero arrolati i loro servi; e quando l'imperatore Onorio volle con questi empire l'esercito, assordarono la curia di lamenti, ed esibirono piuttosto una somma d'oro[275]: tanto alla comune sicurezza preferivano l'avere magnifica famiglia.
Sotterfuggere ogni pubblica cura o domestica fatica, l'intera giornata oziare a garruli crocchi e a bagni, uscire talvolta con apparato immenso a vedere i servi cacciar le fiere, o pel lago Lucrino navigare alle magnifiche lor ville con una salmeria di fanti, eunuchi, staffieri, tal era la loro vita. Vai per loro? alla soglia incontri le are della dea Tutela, il cui nome dia buon auspizio all'entrare[276]. Il damigello non t'annunzia al padrone, se prima non si lavò da capo a piedi. Tarda uno schiavo a recare il tepido lavacro? trecento sferzate. La mano o il ginocchio soltanto concedono ai baci de' clienti, i quali vengono ancora ad offerire omaggio, o ricevere promesse e sportule: nè si lusinghi entrar loro in grazia chi non è destro nell'adulare, nel suono, nel canto, nell'avventurar patrimonj sopra un dado, nello spacciare auspizj e indovinamenti[277], senza i quali non s'intraprende opera alcuna. Dimenticati i libri, se non qualche scurrile; le biblioteche chiuse come sepolcri; in quella vece cercano organi idraulici, lire grandi quanto un carro, flauti ed altri enormi stromenti, de' quali e di voci canore solo risuonano i palazzi.
Che se alcun sintomo di vita appariva ancora fra quella turba viziosa, pusillanime, arrogante, era nella nimicizia fra Cristiani e Gentili, che, invece d'accordarsi a salute della patria, quelli attribuivano tutti i mali all'indulgenza dei Cesari verso le reliquie dell'idolatria, questi faceano voti per la fortuna dei Barbari, da cui speravano rialzati gli abbattuti delubri.
E i Barbari venivano addosso a questa città, che non avea più veduto eserciti stranieri da quando, seicentoventiquattr'anni prima, Annibale sciorinò in faccia a porta Collina il cavallo di Cartagine. Colla baldanza consueta ne' decaduti, ripetevasi sorridendo, — Impossibile che un Barbaro assedii questa città gigante, al modo che Porsena l'assediò nascente!» ma ecco Alarico la circonda (409), e ne interdice ogni comunicazione colla campagna e col Tevere: Allora i Romani si gettarono alla disperazione, solita conseguenza; e poichè il vulgo nelle grandi sventure vuol sempre alcuno su cui versare la colpa, cominciò la solita canzone de' tradimenti: — Fu Stilicone che chiamò Alarico; Serena, vedova di lui, tiene intelligenza con questo per vendicarlo»; e tanto schiamazzò, che spinse il senato ad uno di quegli atti di condiscendenza che attestano una debolezza colpevole; cioè condannarla a morte. Fieri e d'accordo al delitto, divisi e pusillanimi alla difesa.
La fame ingagliardiva alla giornata, nè la pietà dei monaci e di Leta, vedova dell'imperatore Graziano, bastavano a gran pezza al bisogno; onde la gente dai cibi schifi passò ai nefandi, e moriva per le vie, dove il lezzo dei cadaveri generava malattie. Ai mali opponevansi le superstizioni, ed auguri etruschi vennero asserendo di avere, con riti loro, salvato Narni, traendo il fulmine sopra i nemici, ed esibirono fare altrettanto a Roma: Pompejano, prefetto della città, interrogò i libri pontificali sopra ciò che convenisse fare; ma alle Sibille, che alla culla di Roma ne aveano vaticinato l'eternità, non restava più voce se non per annunziarne la morte quand'era già all'agonia. Gli aruspici allora protestarono, — Il Cielo non può placarsi altrimenti che con pubblici sacrificj, e col salire il senato in Campidoglio»; ma verun senatore osò assistere alla cerimonia, e i Toscani furono congedati. Falliti anche i soccorsi che si speravano mandati da Ravenna, più non restava che implorare la clemenza del re goto.
Il senatore Basilio e Giovanni tribuno dei notari furono spediti ad invocarla; ed avendo essi detto ad Alarico, — Non vedi quanta gente sia ancora in Roma?» egli rispose: — Meglio si sega il fieno dov'è più folto», e ordinò gli consegnassero quant'oro e argento rimaneva in città, pubblico o di privati, ogni suppellettile di prezzo, e tutti gli schiavi barbari. — Ma che dunque ci lasci?» chiesero i deputati; ed Alarico: — La vita». Pure assentì una tregua, nella quale piegatosi a qualche umanità, limitò la contribuzione a cinquemila libbre d'oro, trentamila d'argento, trentamila di pepe, quattromila vesti di seta, tremila pezze di scarlatto fine, e si rendessero in libertà tutti gli schiavi barbari. Benchè fossero messi a contribuzione tutti i cittadini, non riuscivasi a pareggiare quella somma, onde si mise mano agli ornamenti dei tempj, e si fusero molte statue, fra cui quella del Valore, guajendone gli idolatri come segno che fosse perita la romana virtù.
Così soddisfatto, Alarico lentò l'assedio; e disserrate le porte, tre giorni si fece mercato di viveri ne' sobborghi, empiendo i granaj pubblici e privati pel caso di nuovi disastri. Alarico tenne in rigorosa disciplina il suo esercito, sicchè non insultasse ai vinti; poi diede volta verso Toscana, dove pensava svernare. Accorsero alla sua bandiera quarantamila Barbari schiavi, anelanti alla vendetta contro gli aspri signori, intanto che il suo cognato Ataulfo gli menava un rinforzo di Goti e di Unni, sicchè a capo di centomila uomini sgomentava l'Italia. Ma perchè ripeteva di voler pace, furono spediti tre senatori espressi da Roma alla corte di Ravenna a sollecitare il cambio degli ostaggi e un trattato, per cui fondamento Alarico poneva d'essere eletto generale degli eserciti d'Occidente con annua provvigione di denaro e di grano, e il possesso della Dalmazia, del Norico, della Venezia, che lo facevano arbitro del Danubio e dell'Italia. Olimpio, ministro d'Onorio, negò darvi orecchio; anzi dietro ai messi spedì a Roma un corpo di seimila Dalmati: dal cui minaccioso aspetto irritati, i Barbari li tolsero in mezzo e trucidarono. Poco dopo, Olimpio perde la grazia dell'imperatore, e dovette andarsene esule; ricuperò poi l'autorità, la riperdette, e mozzegli le orecchie, finì la vita sotto le verghe.
Onorio, non potendo far senza d'un padrone, assunse a quel grado Giovio, prefetto del pretorio: agli eretici e a' Pagani furono riaperti i comandi e le magistrature: Gennerido, barbaro di nazione, idolatro di fede, rimesso generale della Dalmazia, della Pannonia, del Norico e della Rezia, disciplinò le truppe, le incoraggiò, ricompensando talvolta del suo per supplire alla grettezza della Corte; e trasse a sè diecimila ausiliarj Unni, abbondevolmente provvisti di viveri e d'armenti, talchè assicurò la frontiera illirica. La Corte, non che secondare questi sforzi, armeggiava solo in intrighi disonorevoli e rischiosi. Istigate dal prefetto Giovio, le guardie a tumulto chiesero la testa di due generali e dei due primi eunuchi; quelli furono decollati, questi ricoverarono a Milano. Il brigante eunuco Eusebio e il crudele Allobico rimescolarono la reggia, finchè avversatisi per reciproca gelosia, il primo fu a bastonate ucciso sotto gli occhi dell'imperatore; l'altro s'accordò con Costantino imperator delle Gallie onde abbattere Onorio, e sotto veste di guerreggiare i Goti, il fece calare sino al Po. Ma la trama fu scoperta, e Onorio, non osando (così sentivasi da poco) punire giuridicamente Allobico, dispose una cavalcata, e in mezzo a quella pompa lo fece assassinare; indi scavalcato egli stesso, a ginocchi ringraziò Dio d'averlo libero da un traditore.
Alarico avea, per mezzo di papa Innocenzo I, spedite nuove proposte di pace, e Giovio cominciava a praticarla, quando Onorio, incaparbito dalle istigazioni de' cortigiani, gli mandò disponesse del tesoro, ma non prostituisse ad un Barbaro le onoranze militari di Roma. La lettera, mostrata ad Alarico, lo irritò, ed inveendo contro l'imbecille imperatore, ruppe ogni accordo: d'altra parte la Corte obbligò i primarj uffiziali a giurare sul sacro capo del loro monarca, che in nessun tempo, a nessun patto farebbero accordi col nemico dell'Impero, anzi menerebbero implacabile guerra. Tanta baldanza infondevano le paludi di Ravenna; tanta ne sogliono ostentare coloro che o son lontani dal danno, o vogliono mascherar la paura.
Ma il dissimulare il pericolo non lo rimuove, e già tutto l'Impero andava a balìa de' Barbari, e Roma vide di nuovo calare alla sua volta l'irresistibile Alarico. Costui, moderato ancora nell'ira e nella prosperità, non si stancò di spedire vescovi all'imperatore acciocchè campasse la città e l'Italia dall'ultimo sterminio: ma vistesi ripudiare tutte le condizioni, occupò il porto d'Ostia, e intimò a Roma di arrendersi a discrezione, o distruggerebbe d'un colpo i magazzini da cui ne dipendeva la sussistenza. Alle grida del popolo cedette il senato, e per ordine d'Alarico accettò imperatore Flavio Attalo, prefetto della città. Costui dichiara generale degli eserciti d'Occidente il suo creatore, assume Ataulfo per conte de' domestici, cioè della guardia del corpo; distribuite le cariche civili e militari tra suoi fidati, convoca il senato, e dichiara voler rintegrare la maestà romana, e stendere l'impero sull'Egitto e sull'Oriente usurpatigli. Stolidi millanti in chi era ludibrio de' Barbari: tuttavia furono mandate truppe a racconciare il freno all'Africa; Milano e il resto d'Italia acclamarono a pien popolo il nuovo augusto, che cercossi favore col sostenere i Pagani, e ripermetterne le assemblee; e fra le armi gotiche accampato presso Ravenna, ricusò la proposta d'Onorio di dividere le provincie occidentali, dicendo: — Se egli depone all'istante la porpora, gli concederò pacifico esiglio in qualche isola remota».
Anche Giovio ministro e Valente generale di Onorio si unirono ad Attalo (410); di che tale sgomento concepì il figlio di Teodosio, che in ogni amico, in ogni servo paventava un traditore, e teneva legni sull'ancora per tragittarsi nelle terre del nipote. Ma quattromila veterani speditigli dall'Oriente tolsero a difendere Ravenna; le scarse truppe da Attalo spedite in Africa furono messe a pezzi dal conte Eracliano, che coll'impedire l'asportazione del grano affamò Roma, sicchè ne sollevò la plebe: poi Alarico prese in sospetto il proprio creato perchè talora mostrava condiscendere al senato più che ai Goti; e toltegli le insegne imperiali, le spedì qual pegno di pace ad Onorio.
Ma dalla pace sconsigliavano l'imperatore i baldanzosi ministri e qualche fortunata sortita; laonde Alarico comparve sotto le mura di Roma (24 agosto), anelando alle spoglie ed alla vendetta; e dopo lungo assedio, per tradimento di schiavi v'entrò, passando sotto gli archi che, sette anni prima, erano stati eretti a celebrare il totale sterminio di sua nazione; e la città degli augusti, dopo avere per mille censessantatre anni predato il mondo, rimase preda al furore lungamente represso. Alarico ordinò si risparmiasse il sangue, e non si violassero le chiese degli apostoli Pietro e Paolo, sicchè la religione diventava unica salvaguardia a coloro che l'aveano perseguitata. Un Goto, entrato nell'abitazione d'una vergine matura, le chiese l'oro; ed essa il condusse ad un armadio, gli mostrò una ricchezza di vasi preziosi, e — Io non riterrò ciò che non posso difendere; ma vi voglio avvisato, che queste suppellettili sono sacre a san Pietro, e se le toccate, il sacrilegio resterà sulla vostra coscienza». Il Barbaro non ardì porvi la mano, e ne comunicò avviso ad Alarico, il quale ingiunse si tornassero intatte alla chiesa del maggiore apostolo. Spettacolo singolare, una processione di fieri Goti, mossa in ordine dal Quirinale, tra una schiera d'armati, alternando grida guerresche con devote salmodie, portò quei vasi al Vaticano; Cristo trionfava dove fallivano le armi terrene; e tante vite salvate negli asili della religione attestarono la civile potenza di questa, e il sorgere di tempj nuovi dallo sfasciume degli antichi.
Fuori di là, il furore barbarico esercitò le licenze solite in città presa d'assalto; e dei tanti rimastivi fin allora schiavi, il lungo rancore si satollò nel sangue. Il sacco si stese dagli insigni capi d'arte fino agli addobbi privati; ori, gemme, tavole d'avorio, tripodi d'argento andarono confusi coi tappeti e colle vesti seriche sul lungo traino di carri che seguiva l'esercito goto; egregie statue furono gittate; stupendi vasi barbaramente divisi dall'ascia ignorante; con acerbe torture scoperti i tesori; alcuni palagi caddero preda delle fiamme; molti uomini uccisi, assai più ridotti servi, se non li riscattasse o la pietà congiunta o la religiosa carità; alquante vergini e matrone scamparono vergogna con volontaria morte[278]; una bella dama assalita da un giovane Goto, resistette finch'egli, tocco da quella virtù, la condusse incolume al marito[279].
Il sesto giorno i Goti lasciarono la città, e rigurgitanti di prede scesero per la via Appia all'Italia meridionale, spogliando e vincendo un paese che offriva quanto può allettare un conquistatore, nulla di quanto può frenarlo. Il campo de' Goti era pieno di cittadini e matrone d'illustri case, che ora schiavi e ludibrio della fortuna, mesceano il vino dei non più loro campi ai rozzi Settentrionali, i quali, assisi fra i platani e gli eterni laureti delle ville di Cicerone e di Lucullo, godevano le delizie del cielo italiano, e da quelle balzavano ad altre battaglie, a stragi nuove. Molti Italiani rifuggivano in terre più remote, alcuni nelle isole o in Africa, alcuni in Egitto, a Costantinopoli, a Betlemme, soccorrendo ai miserabili chi avea potuto sottrarre gli averi alla devastazione. Le ricchezze delle chiese si conversero in nutrire poveri e riscattar prigioni; Proba, altra amica di Girolamo, perdute nel sacco della città le sfondolate sue dovizie, approdò in Africa, e il frutto degli ampj possedimenti che vi tenea distribuì ai fuggiaschi.
Alarico, giunto allo Stretto, gettò gli occhi sulla Sicilia, che meditava occupare per farsene scala all'Africa: ma una procella che disperse il primo imbarco, svogliò i Goti da un elemento per essi inusato; poi ne li distolse affatto la morte di Alarico (412). Per dare sepoltura all'eroe fu deviato il Busentino che lambisce le mura di Cosenza; scavata nel letto una fossa, e depostovelo con opulente spoglie, si diede novamente il corso alla fiumana, uccisi gli schiavi che eransi in quell'opera travagliati, perchè nessuno sapesse il luogo dove riposava il terrore di Roma, nè il suo riposo fosse turbato da postume vendette[280].
Allora i Goti raccolsero i voti sopra Ataulfo, cognato dell'estinto. Secondando Alarico, avea costui meditato di rinnovare faccia al mondo, e colle macerie del romano ergere un impero gotico: ma dall'esperienza chiarito che la forza demolisce non edifica, che a comporre uno Stato voglionsi leggi e ordinamenti di cui non erano capaci i nazionali suoi, si propose di meritar gratitudine col rifondere lena all'Impero cadente[281]. Sospesi dunque i colpi, offrì pace ed amicizia alla Corte imperiale: e questa, nulla ostando il dissennato giuramento, ebbe di grazia l'accettarla, e diede impresa ai nuovi federati d'osteggiare i tiranni sorti di là dell'Alpi. Ataulfo menò i suoi fuor dell'Italia, che per quattro anni avevano corsa e devastata; ma come alleati non meno che come nemici mandavano a sperpero le contrade, ora col pretesto di ribellioni, ora per l'indisciplina di gente che, stanziando nell'Impero, n'aveva contratto i vizj, non la pulizia.
Sul cuore di Ataulfo aveva acquistato dominio Galla Placidia, figliuola di Teodosio, che cresciuta nella porpora, s'invogliò d'intromettersi alle politiche vicende, mentre le abbandonavano gl'infingarditi fratelli. Stava in Roma quando Alarico vi pose assedio la prima volta; e leggera o crudele, assentì alla morte di sua cugina Serena. Presa dai Goti, fu trattata con umanità e riguardi, forse per la protezione di Ataulfo che tolse ad amarla. Quand'egli ne chiese la mano, i ministri d'Oriente disconsigliavano superbamente l'ineguale parentela; ma la gradì Placidia, e le nozze furono stipulate prima che i Goti valicassero le Alpi, indi solennemente celebrate a Narbona. Messa da imperatrice, Placidia sedette su splendido soglio, e più basso a lato di lei Ataulfo vestito alla romana, che alla sposa per dono nuziale offrì le spoglie dell'Impero. Cinquanta garzoni, fior di bellezza, in abiti di seta, portavano ciascuno due vassoj, colmi l'uno di monete d'oro, l'altro di gemme: dirigeva il coro degli epitalamj Attalo, che, perduto il trono, non isdegnava seguire da cortigiano i gotici re.
Perdonate le colpe de' passati scompigli, si ristaurò alquanto la capitale, portandovi abbondanza dall'Africa; e la gente tornava con tal ressa, che in un sol giorno n'arrivarono quattordici migliaja[282]. Ma come lusingarsi di durevole ristoro in tanta enormità di mali ed imminenza di pericoli? I rimedj stessi attestavano l'acerbità delle piaghe d'Italia, giacchè la Campania, la Toscana, il Piceno, il Sannio, la Puglia, la Calabria, l'Abruzzo, la Lucania, provincie le più manomesse, dovettero tenersi assolte dal tributo, eccetto un quinto per mantenere le pubbliche poste; le terre vacanti concedevansi a vicini o a stranieri, scarche di tasse.
Nuovi guaj le vennero quando il conte Eracliano, rompendo la fede serbata nelle più urgenti necessità, ribellò l'Africa, e impedì i viveri alla nostra penisola: anzi con copiosissimo armamento[283] sorto nel Tevere, si diresse sopra Roma; ma scontrato dagli imperiali n'andò rotto, e fuggendo in Africa, fu côlto e decapitato. Della quale vittoria doveasi il merito all'illirio Costanzo, succeduto ad Allobico nel governare Onorio; bello e robusto come piace alla moltitudine, cortese ne' modi, sentito ne' motteggi; di valore poi e di capacità tale, che, mentre diresse le cose, non solo l'Italia rimase franca da invasioni, ma alcune provincie vennero ricuperate. Nelle Gallie vinse l'imperatore Costantino, che, sebbene avesse creduto render sacra la propria vita coll'ordinarsi prete, fu mandato in Italia ed ucciso. Anche Attalo, abbandonato da Ataulfo, fu condotto ad Onorio, il quale l'espose agli scherni della sua capitale, poi gli fece amputar due dita, ed esigliare a Lipari.
Così Onorio, imbelle di corpo e di senno, in cinque anni trionfava di sette competitori. Ma quando doveva mostrarsi meglio riconoscente ad Ataulfo, l'inasprì col pretendere gli restituisse Placidia. Ataulfo da quel punto cessò di far causa coll'Impero; e Costanzo, che aspirava alla mano di Placidia e al trono, assicuratesi le spalle mediante la pace coi Barbari ch'eransi tragittati sulla sinistra del Reno, incalzò robustamente i Goti. Ataulfo allora gittossi di là de' Pirenei; ma presto fu assassinato da Sigerico in Barcellona (415); il quale, succedutogli nel comando, ne scannò i sei figliuoli, e fra una ciurma di schiave vulgari costrinse l'imperiale Placidia a camminare per dodici miglia dinanzi al cavallo di colui che l'avea vedovata. Ma dopo sette giorni di dominio, anch'egli fu ucciso, e surrogatogli Vallia, il quale, avversissimo ai Romani, corse la Spagna fin al mare, e con Costanzo si accordò di restituire Placidia, combattere in nome d'Onorio i Barbari di Spagna, e dare ostaggio, ricevendo in cambio seicentomila moggia di grano e un paese ove collocar sua gente.
Delle vittorie di lui menò trionfo Onorio in Campidoglio; indi a Vallia assegnò l'Aquitania e per sede Tolosa; ai Burgundi consentì la Germania Prima, donde poco a poco si stesero sul bel paese cui lasciarono il nome di Borgogna. I Franchi, combattuto i nemici di Roma, gl'imitarono saccheggiando, e via via si dilagarono su tutta la Germania Seconda. L'isola Britannica, rimasta sguarnita allorchè l'usurpatore Costantino condusse le sue truppe sul continente, pregò ed ottenne da Onorio di potersi difendere colle proprie forze: altrettanto fecero gli Armorici nel litorale della Gallia fra la Senna e la Loira: e così pezzo a pezzo scomponeasi il colosso romano.
In Italia Costanzo sollecitava il compimento de' suoi voti non d'amore, ma d'ambizione, chiedendo la mano di Placidia, la quale finalmente, per espresso comando d'Onorio, lo sposò, ed ottenne per sè e pel marito il titolo d'augusti (421). Quando però le immagini loro furono recate alla corte di Costantinopoli, Teodosio il Giovane sdegnò accettarle, e immineva aperta guerra, se non che fra l'allestirla Costanzo morì (2 7bre). Al cadere di costui, che per undici anni aveva sorretto l'esilità d'Onorio, rannodaronsi gl'intrighi di corte; e Placidia, cara al fratello a segno da dare appiglio alla malignità, gli fu dagli invidiosi messa in odio, e dopo tumulti e baruffe la costrinse a cercare co' suoi figli ricovero alla corte Orientale (423 — 15 agosto). Poco sopravisse Onorio, che, in regno abbastanza lungo, mai non aveva operato se non per impulso di chi lo avvicinava. A sbottoneggiare la sua voluttuosa negligenza, il popolo inventò che, avendo udito Roma essere stata presa dai nemici, se ne desolò, fin quando non seppe che trattavasi dell'antica metropoli del mondo, non d'una gallina sua favorita, che con quel nome egli chiamava[284].
Imperando Onorio, si può dire dato l'ultimo crollo al paganesimo. Arcadio comandò d'abbattere i tempj in città ed in campagna, e coi materiali riparare i ponti, le vie maestre, gli acquedotti e le mura di Costantinopoli, tolto qualunque privilegio ai ministri degli idoli, vietato ogni culto superstizioso sotto gravi pene[285]. Onorio parimenti comminava la morte a chi sagrificasse a' falsi Dei, aboliva le rendite dei tempj, e destinava questi a pubblico uso, punendo gli uffiziali che tollerassero i sagrifizj, e commettendo ai vescovi d'impedirli[286]. Molti tempj andarono pertanto in ruina, alcuni furono vôlti al culto migliore, e i loro beni passarono ad arricchire la Chiesa.