CAPITOLO LV. Valentiniano III. — Gli Unni.
A separare più sempre i due Imperi, Onorio aveva decretato che in Occidente non valessero le leggi emanate da Costantinopoli. Quivi le cose volgeano non meno improspere che in Italia, anzi la monarchia, non frenata da veruna memoria d'antichi privilegi, operava a maggior baldanza; nè la splendidissima pompa bastava a coprire l'inettitudine del fanciullo Arcadio, che, al pari d'Onorio, metteva la testa in grembo a favoriti, i quali a vicenda acquistavano ed abusavano il potere. Quando egli morì dopo tredici anni di regno (408), Onorio fece qualche movimento verso la tutela del nipote Teodosio II, ma presto lasciolla cascare in mano di favoriti, poi della sorella Pulcheria, che votatasi alla verginità e a pie pratiche, si mostrava però degna di governare mezzo l'Impero, più che non lo zio ed il fratello. Questo fu da lei provveduto di buoni maestri, ma cresceva inetto; eppure intanto la Persia rinnovava gli attacchi contro l'Impero, e strappavagli l'Armenia.
Morto Onorio (423), Teodosio si aggiunse anche il titolo d'imperatore d'Occidente, e mandò a debellare Giovanni segretario dell'estinto, che n'aveva usurpato il diadema, e che, resistito invano in Ravenna, ebbe tronca la destra; poi condotto a strapazzo sopra un asino, fu decapitato nel circo d'Aquileja. Teodosio trovossi allora padrone di tutto l'Impero; ma, fosse moderazione o negligenza, cesse l'Occidente al nipote Placido Valentiniano (425), figlio di Costanzo e di Placidia. Aveva questi appena sei anni, gli diedero sposa Licinia Eudossia figlia di Teodosio, e fu commesso alla tutela della madre, che per venti anni lo governò, con molle educazione sviandolo da occupazioni virili; mentr'essa nè sapeva reggere il freno, nè commetterlo a buone mani.
Ultimo puntello degl'imperi sfasciantisi sono i guerrieri, e Placidia trovò due eccellenti generali in Ezio e Bonifazio. Il primo, nato nella Mesia inferiore da un'Italiana sposata a uno Scita, messosi giovanissimo alle armi, aveva praticato coi Barbari qual soldato e quale ostaggio. Bonifazio erasi non meno segnalato nei governi che ne' campi; riuscito a liberare l'Africa, ne fu posto governatore, e per giustizia e probità si rese caro e rispettato. L'accordo di questi due campioni avrebbe potuto rinvigorire alquanto l'Impero, ma gli diè il tracollo la loro nimistà. Nel passato tumulto Bonifazio avea serbato fede a Valentiniano, mentre Ezio ajutò all'usurpatore con sessantamila Unni. Fallita l'impresa, Ezio è accarezzato per paura, e ringrandisce nel favore dell'imperatrice; e macchinando di elevare se stesso sulle ruine di Bonifazio, susurra a Placidia, — Bisogna richiamarlo dall'Africa»; intanto segretamente avvisa Bonifazio, — Bada che l'obbedire ti costerebbe la testa». Bonifazio gli dà ascolto, e, invece di deporre il comando, avventasi alle armi; e da Placidia dichiarato ribelle, manda a Genserico re de' Vandali, eccitandolo ad acquistare stabili possedimenti in Africa.
Genserico, uomo di meschina statura, azzoppato nel cader da cavallo, ma riflessivo, sprezzatore del lusso, lento al parlare, facile all'ira, cupido del possedere e di mischiar litigi[287], aveva condotto i suoi ad occupare la Spagna; donde allora, sopra vascelli offerti da Bonifazio che l'invitava e dagli Spagnuoli che bramavano liberarsene, tragittò in Africa cinquantamila uomini (429), ai quali s'aggiunsero malcontenti e Mori vagabondi.
Sant'Agostino, vescovo d'Ippona, pose in opera l'autorità di prelato e d'amico per distogliere Bonifazio dall'insensata vendetta; ma quando altri amici scopersero le fraudolente lettere di Ezio, Bonifazio pentito venne ad affidare la sua testa a Placidia, e Cartagine e le guernigioni romane rientrarono nel dovere. Ma il colpo era dato, e per quante somme il ravveduto offrisse a Genserico acciò sgombrasse l'Africa, questi rimase non più come ausiliario, ma come padrone e devastatore; e sgominato Bonifazio, che combatteva col valore d'un pentito, scorse liberamente la campagna; sperperò le sette provincie, che chiamavansi granajo di Roma e del genere umano, mandando a strazio senza distinzione d'età o di grado, svellendo le vigne e gli ulivi, e se il terrore non esagerò, scannando i prigionieri davanti alle città assediate, acciocchè il lezzo ne ammorbasse l'aria.
Sconfitti interamente i Romani, Bonifazio per disperato fuggì dalla contrada sopra la quale avea tratto tante sventure, e giunto a Ravenna, ebbe da Placidia oneste accoglienze e il grado di patrizio e di generale degli eserciti romani. Questi onori parvero un oltraggio ad Ezio, a cui l'essere scoperto perfido non avea scemato la confidenza; onde accorse con uno stuolo di Barbari; e a tal segno era scaduta ogni autorità imperiale, che assalì armata mano Bonifazio. Questi prevalse, ma d'una ferita spirò poco dappoi (432), perdonando ad Ezio, e consigliando alla ricca sua moglie di sposarlo. Ezio, rassicurato di perdono, torna; e l'imperatrice, baciando la mano che non poteva recidere, il solleva a patrizio. Fatti inesplicabili nella scarsità ed inesattezza de' cronisti d'allora. Nè con Ezio si deve parlare del patriotismo antico: libertà considerava l'affrancare i suoi padroni dagli stranieri, e se medesimo da chiunque l'impacciasse; combatteva per quell'onor militare, che oggi pure manda migliaja di soldati a profondere la vita e farsi eroi per una causa che non esaminarono, che forse ignorano.
Genserico, domata la risorta Cartagine (439), i migliori terreni da Tripoli a Tangar distribuì fra' suoi, riducendo a servi i prischi possessori. Nessun'altra invasione riusciva di tanto pregiudizio all'Italia, avvegnachè i senatori vi perdevano i lauti patrimonj ivi collocati, il fisco l'immensa eredità di Gildone, la plebe le distribuzioni del grano e dell'olio che di là si traevano. Stava dunque sul cuore agl'imperatori di ricuperarla, ma Genserico, scaltro quanto prode, intoppò ogni lor passo; e posta in essere un'armata navale da ricordare i migliori tempi di Cartagine, invase anche la Sicilia, occupò Palermo, sbarcò più volte sulle coste della Lucania. Quand'ecco nuovo flagello scaricarsi sull'Impero: gli Unni.
È impossibile confonderli, come gli storici d'un secolo fa[288], coi Mongoli e Tartari; e meglio si assegnano alla stirpe finnica, cioè a quella da cui derivano gli odierni Ungheresi. I nostri, sgomentati dall'apparire di genti estranie alla razza indo-germanica, non trovando immagini adeguate al loro terrore, ricorsero alle favole, e dissero che re Filimero avendo trovato fra' suoi Goti alcune maliarde, le cacciò in paese deserto, lontan lontano dal campo suo: quivi le imbatterono spiriti maligni, e mescolatisi con esse, generarono gli Unni, orridi e piccoli, nè somiglianti ad uomini se non perchè favellano[289]. Ammiano Marcellino li descrive di ferocia senza pari; nati appena, solcavasi loro il viso con un ferro rovente, acciocchè non mettessero barba; piccoli e tarchiati della persona, con vigorose membra, grosse teste, spalle tozze, tanto da scambiarli per bestie ritte sulle zampe, o per le grossolane cariatidi che sorreggono i palchi; portano alta la fronte, cavalcano a meraviglia, e maneggiano maestrevolmente arco e freccie.
La caccia era loro abitudine; ed inseguendo una cerva bianca, alcuni traversarono la palude Meotide, onde vennero a conoscere il paese degli Sciti; e giudicando che per guisa soprannaturale fosse loro indicata quella via, indussero i compatrioti a invadere le contrade scoperte. Così fecero; e parte vinsero i popoli che scontravano, parte li fugarono col terrore degli orridi aspetti e d'una ferocia mai più sperimentata. Condotti dal re Balamiro (376), sottomisero gli Acatsiri e gli Alani, coi quali saltarono sulle contrade degli Ostrogoti, e li dispersero e sottomisero. I Visigoti chiesero ricovero sulle terre dell'Impero, abbandonando agli Unni il paese a settentrione del Danubio, ove da un secolo e mezzo stanziavano, e che allora divenne centro d'un nuovo Stato che dovea durare settantasette anni.
Balamiro, inanimato dal buon successo, devastò le provincie romane, e molte città distrusse, finchè non venne acquietato col promettergli l'annuo tributo di diciannove libbre d'oro (20,000 lire) (400). Uldino, che gli succedette nel comando, fu assassinato; i Romani dovettero con più larghi donativi sviare le minaccie di Caratone; e d'allora gli Unni si mescolarono volta a volta nelle vicende dell'Impero. Varcato il Danubio, misero a sacco la Tracia e minacciarono Costantinopoli; se non che la peste li sterminò (425). Roila riceveva da Teodosio il Giovane l'annuo tributo di trecencinquanta libbre d'oro (370,000 lire) per tenersi tranquillo; forse con Ezio menò perfide pratiche; ma appena ebbe conchiuso nuovi accordi con Valentiniano III, morì (433), lasciando il principato al nipote Attila.
Deforme figura, carnagione olivigna, testa grossa, capelli brizzolati, piccoli occhi affossati, naso simo, pochi peli al mento, corporatura tozza e nerboruta, fiero il portamento e la guardatura, come d'uomo che si sente vigoria superiore a quanti lo circondano, tale ci è descritto Attila. Sua vita era la guerra, pure sapea frenarsi: severo nel pretendere giustizia, considerava per tale la propria volontà; pure ai supplichevoli mostravasi esorabile, propizio a chi in fede ricevesse. Nè soltanto nella forza fidando, fece spargere di quelle ubbie che allettano la plebe. Una vitella tra il pascolare si ferisce un piede; e il pastore meravigliato cerca fra l'erbe, e vede sporgere la punta di una spada, che egli trae fuori e reca ad Attila; il quale mostra accettarla come un dono del dio della guerra, e un segno della dominazione universale. — La stella cade (diceva), la terra trema, io sono il martello del mondo, e più non cresce erba dove il mio cavallo ha posto piede». Avendolo un eremita chiamato flagello di Dio, adottò questo titolo come un augurio, e convinse le genti che lo meritava.
Da principio sgomenta Teodosio il Giovane, che, al prezzo di settecento libbre d'oro all'anno, compra una pace vergognosa, oltre concedergli libero mercato in riva al Danubio, e restituirgli quanti sudditi suoi erano rifuggiti nelle provincie imperiali: avuti i quali, e tra essi alcuni giovani di regia stirpe, Attila li fa crocifiggere (441). Allora osteggia i Barbari di varia nazione, stanziati od erranti nel centro dell'Europa: Gepidi, Ostrogoti, Svevi, Alani, Quadi, Marcomanni si piegano o sono ridotti all'obbedienza di lui, che stende dai Franchi agli Scandinavi il dominio, il terrore per tutto il mondo: una folla di re lo corteggia, settecentomila guerrieri aspettano dal suo cenno qual paese abbiagli designato la vendetta di Dio. Ed egli, dal barbaro volgendosi al mondo incivilito, assale la Persia, ma respinto, ascolta al vandalo Genserico, e si avventa sull'impero romano; e distesi i suoi Barbari in una terribile linea di cinquecento miglia dall'Eusino all'Adriatico, manda dire a Valentiniano e Teodosio — Preparatemi un palazzo».
Tre segnalate vittorie lo recano fino ai sobborghi di Costantinopoli. Devastate settanta città, ridotto in servitù chi campava dal ferro, pretese che Teodosio cessasse d'intitolarsi signore della contrada che si estende dal Danubio fino a Naisso e alla Nava in Tracia; poi qualora volesse premiare qualche suo benemerito, lo spediva alla corte di Costantinopoli ad insultar l'imperatore nel suo palazzo, col pretesto di chiedere l'adempimento de' patti, ma in realtà per farsi impinguare di doni dallo sbigottito augusto.
Satollo di vittorie e di sangue, Attila ricoveravasi a riposo, non in alcuna città, ma nel proprio accampamento fra il Danubio, il Teiss ed i Carpazj, in quei campi d'Austerlitz, che divennero modernamente famosi per segnalata vittoria. Colà i vincitori del mondo e le loro donne compiacevansi attestare i loro trionfi coll'oro e le gemme onde fregiavano la persona fin alle scarpe, le spade, le bardature, e col vasellame d'oro e d'argento cesellato onde caricavano le mense. Attila solo, che sembra gigante perchè montato su tante ruine, e innanzi al quale tremava ognuno dal Baltico all'Atlante e al Tigri, ostentava non portare altro ornamento che d'armi; a tavola usava coppe e taglieri di legno, nè mangiava che carne e pane. Ivi accolse le umili e pompose ambasciate degli imperatori romani, ai quali a prezzo concedette di sopravivere ancora alquanto.
Poco dipoi Teodosio II, cascando di cavallo, morì di cinquant'anni (450 — 28 luglio), dopo quarantatre d'un regno disonestato dall'avvilimento dell'impero, illustrato dal Codice ch'egli fece pubblicare: Pulcheria ottenne anche in titolo il comando sull'Oriente, che di fatto già esercitava; e per la prima volta una donna stette in proprio nome a capo dell'impero romano. Non un marito essa volendo ma un collega, fermò sua scelta sopra Marciano senatore sessagenario, il quale alla scuola dell'armi e della sventura aveva appreso virtù ignote ai cesari ch'erano stati cullati nella porpora.
Quanto importasse il conservar la pace egli lo sentiva, ma non a prezzo di viltà; onde ad Attila, che mandava arrogantemente a chiedere il tributo, rispose: — Oro ho per gli amici, pei nemici ferro». Ultima voce romana. Attila si risolve alla guerra, e move dal fondo dei pascoli pannonj esitando, — Mi drizzerò all'oriente o all'occidente? cancellerò dal mondo Costantinopoli o Roma?» Una serie d'accidenti il determinò verso questa.
Ezio, dopo ch'ebbe costretto Placidia a rimetterlo in grande stato, e sacrificare i nemici alla sua vendetta, baldanzeggiava di potere e di fasto, mentre l'imperatore vero marciva in un vile riposo, assicuratogli dalla valentìa di questo capitano. Il quale veramente ritardò d'alquanti anni l'ultimo crollo dell'Impero; frenò i Vandali con trattati, mantenne l'autorità imperiale nella Gallia e nella Spagna, e strinse federazione coi Franchi e cogli Svevi. Non aveva mai interrotto le relazioni cogli Unni d'Attila, nel cui campo pose ad educare il proprio figlio Carpiglione: la sua intromessa manteneva pace fra l'imperatore e quel formidabile, al costo però di frequenti umiliazioni: anzi ebbe Unni ed Alani agli stipendj allorchè volle combattere i Burgundi e Visigoti, già accasati nelle Gallie. Ma come Genserico mandò invitare gli Unni, Attila si difilò sopra le Gallie, dove lo chiamava anche l'alleanza dei Franchi, che colà avevano preso stanza dal Reno fin alla Somma.
Se occorrevagli un'ombra di diritto, gliel'offerse Onoria, sorella di Valentiniano III, che relegata per aver amato il ciambellano Eugenio, spedì un eunuco ad Attila, esibendogli l'anello e le ragioni ch'essa poteva offrirgli come moglie. L'Unno mandò a chiedere formalmente la mano d'Onoria, come già sua fidanzata, e con lei mezzo l'impero. — Le donne romane non hanno diritto alla successione», gli fu risposto: e la principessa venne maritata di nome ad un uomo oscuro, indi chiusa in perpetuo carcere. Attila allora aduna un nuvolo di popoli germani e di vassalli od alleati, stermina molte città della Gallia (450), ed assedia Orleans.
Ezio, non illudendosi nè alle insidiose profferte d'Attila, nè agli intrighi d'una parzialità che alla corte italiana favoriva la pace, per timida apprensione della guerra, fatto eroe per volontà, come sempre era stato per coraggio, avea raccolto le maggiori truppe che potesse, e massime gli ajuti dei Visigoti e de' costoro alleati, congiuntisi per respingere questi nuovi invasori d'un terreno, dov'essi cominciavano a gustare la dolcezza di stabili domicilj. Un generale romano, purchè riuscisse ad unire un esercito, poteva fare gran fondamento sulla superiorità che la tattica gli dava sopra di gente ragunaticcia, ricca soltanto di personale valore. Lo sentì Attila, il quale, ingombrato più che soccorso dalla moltitudine raccozzata, conobbe la titubanza, e levatosi d'attorno ad Orleans, e ripassata la Senna (451), attese il nemico nelle pianure Catalauniche sulla Marna, opportune ai volteggiamenti della cavalleria.
Ivi dunque s'accampava tutto il mondo asiatico, romano e germanico; quelli cui sfuggiva, e quelli che afferravano il dominio della nuova Europa. Con Roma schieravansi Visigoti, Leti, Armorici, Galli, Breuni, Sassoni, Borgognoni, Sarmati, Alani, Franchi, Ripuarj; con Attila altri Franchi ed altri Borgognoni, Boj, Eruli, Turingi, Gepidi, Ostrogoti: fratelli separati da lunga stagione, qui si rincontravano per trucidarsi. Nella battaglia, con poc'arte e assai furore travagliata, cencinquantamila cadaveri copersero le rive della Marna, ma ai Romani restò il vanto: e fu l'ultima gran vittoria che si riportasse in nome degli antichi signori del mondo. Attila si ritirò dietro la trincea de' suoi carri, e la notte cantava battendo le armi, a guisa di leone che rugge nella caverna dove l'hanno ridotto i cacciatori. Preparatosi alla difesa, accatastò le selle e le gualdrappe dei suoi cavalli, disposto a bruciarvisi vivo perchè nessuno potesse vantare d'aver preso od ucciso il sire di tante vittorie. Ivi aspetta un attacco; ma al silenzio della campagna s'accorge che il nemico s'era ritirato per arte di Ezio, ed anch'egli rivarca il Reno, e costeggiando il Danubio torna in Pannonia.
A primavera s'accinge a nuova invasione (452), e chiesta ancora la mano di Onoria col patrimonio di essa, e ancora disdetto, mettesi in marcia, valica le Alpi, e invade la pianura che l'Isonzo, il Tagliamento, la Livenza, la Piave, il Musone, la Brenta, l'Adige, il Sile avevano formata presso ai lenti loro sbocchi in mare. Era stata popolata dai Veneti Paflagoni[290], i quali colla caccia e la pesca viveano in quelle lagune, che offrivano breve tragitto fra Aquileja e Ravenna: vestiti alla greca con tuniche a maniche, larghi calzoni, il pileo in capo, e molto curandosi dei cavalli[291]. Il paese che con nome generico chiamavasi le Venezie, fioriva per le città di Concordia, Opitergio, Patavio, Altino, ridente di ville quanto il lido di Baja[292], e principalmente Aquileja.
A questa pose assedio Attila colle macchine fabbricategli da disertori, e col dispendio di vite incalcolate. Gl'Italiani nel difenderla mostrarono che l'antico valore non mancava in essi del tutto, qualora o non li disgustasse la dotta oppressione, o non gl'impedisse la gelosia degli imperatori. Dopo tre mesi di vani attacchi, Attila per disperato levava già il campo, quando nel girare vede una cicogna che s'appresta a fuggire coi pulcini suoi da una torre dove aveva posto nido. — La città sta per cadere, se l'abbandonano fin animali così fidi», egli dice; e con tale augurio ravvivato lo stanco coraggio de' suoi, li mena con superstiziosa foga all'assalto. S'apre la breccia, ed Aquileja ruina per più non risorgere. Altino, Concordia, Patavio vanno a strazio uguale; e gli abitanti sbigottiti, dal continente cercano rifugio tra le isolette della laguna, primo nocciolo della città e della repubblica che dovea conservare il libero imperio più a lungo che Roma[293].
Internatosi allora fra terra, Attila mandò a pari guasto Vicenza, Verona, Bergamo: Pavia e Milano si ricomprarono dal fuoco col cedere tutte le ricchezze e colla pronta sommessione. Attila, entrando nella reggia a Milano, e visto una pittura dove gl'imperatori erano rappresentati sul trono in atto di calpestar re barbari, sorrise, e vi fece istoriare i cesari, versanti sacca d'oro a' piedi di lui vincitore.
Tutta Italia, alle incalzanti notizie di replicati disastri, giaceva scarsa di consiglio, sprovvista di esercito, decimata d'abitanti. Ezio solo tenevasi in piedi: ma gli alleati che lo aveano soccorso di là dall'Alpi quando a quella dell'Impero andava congiunta la propria loro salvezza, allora vedevano con indifferenza dirigersi quella furia sopra l'Italia, come l'agricoltore quando il nembo, minaccioso a' suoi campi, si sfoga sopra gli altrui. Anche l'impero Orientale non seppe che promettere soccorsi; talchè a quel generale non restava che bezzicare di fianco l'esercito d'Attila. Valentiniano stesso non ben s'affidava nel suo generale, e tenendosi poco sicuro nel nascondiglio di Ravenna, era fuggito a Roma; poi vedendo anche questa abbandonata di soccorso e imperfetta di mura, meditava uscire d'Italia.
Nell'universale scoraggiamento, Leone papa ed Avieno romano consolare presero il partito di condursi supplichevoli al Flagello di Dio, e in nome della religione e delle antiche memorie implorare la salvezza di Roma. Lo scontrarono vicino a Peschiera, e accolti con rispetto, il pregarono a dar sosta, promettendogli immense somme qual dote d'Onoria.
Le leggende, che non poco s'esercitarono intorno a questo gran frangente, ricordano diverse battaglie avvenute sotto le mura di Roma, sì fiere che tutti i soldati perirono, eccetto i comandanti; ed anche esalate le anime, i cadaveri continuavano a pugnare tre giorni e tre notti come vivi[294]. Altri dissero che i santi Pietro e Paolo comparissero dal cielo, proteggendo la città dove riposano le loro ceneri, e minacciando Attila, il quale atterrito indietreggiò; miracolo perpetuato in colori da Rafaello, in marmo dall'Algardi.
Anche senza miracolo, può credersi che il rispetto all'antica metropoli del mondo gentile e alla nuova del cristianesimo rattenesse i Barbari: recente era l'esempio d'Alarico, di cui restarono spezzati i trionfi e la vita appena ebbe violato la gran città; i seguaci d'Attila, impetuosi negli attacchi, non reggevano alle lunghe prove degli assedj: erano decimati dalle malattie, con cui tante volte Italia punì i suoi invasori; infine, quale allettamento potevano avere i palagi per Attila, avvezzo a considerar libertà l'aria aperta, e prigione le case? Agognava prede? gli venivano offerte senza fatica.
Ripiegò dunque verso la sua città di legno; e tra via, alle tante mogli che l'aveano fatto padre d'innumerevole prole, aggiunse la giovinetta Ildegonda: ma nella gioja o nell'abuso delle nozze fu sorpreso dalla morte (453). Il cadavere di lui venne esposto in mezzo alla campagna fra due lunghe file di tende di seta; i suoi Unni si mozzarono i capelli, sfregiaronsi il volto, e gli offersero esequie di sangue umano. Chiuso in tre casse, una d'oro, una d'argento, una di ferro, nottetempo lo sepellirono colle spoglie più scelte de' nemici e coi cadaveri degli schiavi che aveano scavata la fossa, intorno alla quale i nobili Unni menarono dissoluti e intemperanti banchetti funerali. I molti figli di lui se ne disputarono gli ampj possessi; ma questi già erano perduti al lentar della mano che unica valeva a tenerli congiunti.
La costui corsa non recò all'Italia soltanto i passeggieri disastri d'un'irruzione. Il paese veneto era la linea di congiunzione fra l'impero Orientale e l'Occidentale: i Barbari vi si erano affollati rompendola a volta a volta, ma senza stabilità, finchè la dominazione astuta quanto violenta d'Attila non ebbe dissipato ogni prestigio della superiorità romana. Distrutta Aquileja, la piazza d'arme più rilevante e la piazza di commercio più considerevole nell'alta Italia, questa si trovò aperta a chiunque venisse; e da quel punto la Venezia rimase staccata dall'Impero.