CAPITOLO LVI. Sulla caduta dell'Impero romano.

L'Impero potè dunque inneggiare e Giove e Cristo perchè trovavasi un'altra volta salvato: ma il cancro ne rodeva gli organi vitali; e dismessa l'obbedienza, indisciplinati gli eserciti, esausto l'erario, un sentimento universale di stanchezza e di paura stringeva gli animi, e facea guardare con isgomento il compirsi del XII secolo di Roma, che, secondo i computi de' sacerdoti etruschi, reputavasi fatale alla durata di essa.

Educati da fanciulli ad ammirare Roma gigante, in una letteratura tutta piena della grandezza di lei, e sopra storie che, isolando la gloria dal diritto, la idolatrano, ne esagerano le virtù, ne giustificano le colpe, infondono idee false ed inumane della libertà, della gloria, del diritto di conquista; condotti poi a meditare quella legislazione, non solo ammirata ma seguita ancora in gran parte dopo tanti progressi della ragione e della pratica; circondati da mirabili avanzi di quella civiltà, e considerando come vanto patrio la magnificenza e i trionfi di coloro che godiamo chiamare nostri avi; qual meraviglia se con fatica deponiamo giudizj ricevuti senza discussione, e convertiti in sentimenti? se ci riesce ingrato chi ci strappa quelle illusioni, ed alle magnifiche frasi surroga i nudi fatti, allo splendore la giustizia, alla gloria l'umanità?

Sulla caduta maestà latina faccia elegie chi, avvinto alle reminiscenze di scuola, giudica col patriotismo di Tullio e di Catone. Un insigne scrittore inglese, stomacato di vedere il convento d'Ara-cœli sorgere a fianco al Campidoglio, e cantici di frati sonare là dove un tempo decretavasi lo sterminio d'intere nazioni, fra sardonico ed epigrammatico dipinse come declinasse Roma dal punto che fu inaugurata la nuova fede. Ma chi si affezioni agli oppressi, ai vinti, al popolo, sarà a stupire se giudichi diverso da chi ammira la violenza, il trionfo, gli eroi? sarà a stupire se, chi della Via sacra e del Campidoglio si occupa meno che della Suburra e delle catacombe, non preconizza tanto la Roma d'Augusto quanto medita sul suo deperimento? V'ha spettacolo più istruttivo che quello d'una società che si sfascia mentre un'altra si forma? e quando mai la storia offrì maggiore opportunità di considerarlo?

Un occhio umano e filosofico dovrà riconoscere che quella catastrofe, di lunga mano preparata, ritardata forse da accidenti che parvero accelerarla, tolse via una barriera ai progressi dell'umanità. D'altra parte l'agonia di dieci secoli dell'impero d'Oriente basterebbe a convincerci del come si sarebbe miseramente trascinata la sopravivenza dell'Occidentale.

Per imputare della caduta di questo le sole invasioni dei Barbari, bisognerebbe dimenticare come esse cominciassero fin dal tempo di Mario e di Cesare, e che cinque secoli urtarono l'Impero senza scassinarlo, fintantochè le corrosioni interne non ebber reso irreparabile un crollo, di cui la grande migrazione fu occasione e nulla più.

Le società moderne, anche traverso a quell'inumano avanzo che dicesi ragione di Stato, si fondano sull'amore; e più s'inciviliscono, più procurano la pace, estendono l'eguaglianza a maggior numero d'uomini, e infine a tutti. Le antiche in quella vece, non riconoscendo la fratellanza originaria nè la solidarietà del genere umano, si nutrivano d'odio, di guerra, dell'escludere ogn'altra gente dal piccolo numero de' privilegiati; libere nell'interno, tiranne e nemiche di chiunque non appartenesse alla loro aggregazione; il patriotismo era meno amor de' suoi che odio de' non suoi; il che fu espresso nel proverbio romano «L'uomo è un lupo per l'uomo»[295]. Di qui la necessità di tenersi sempre in armi per difendersi o per offendere; di qui la cura dei legislatori civili e religiosi nel conservare costumi e istituzioni che la loro tenevano distinta da ogni altra gente.

Però conquiste, alleanze, federazioni dilatavano questa società, col che scemavansi i nemici, e comunicavasi a maggior numero quella giustizia naturale, che è diritto, ma che guardavasi come privilegio. L'incivilimento e l'umanità ne vantaggiavano, ma ne rimanevano sconficcate le società parziali; il patriotismo, svigorito coll'allargarlo, riducevasi incapace di resistere ad altro popolo che ne conservasse la primitiva inesorabilità.

Greci, Pelasgi, Etruschi, gli altri popoli circumabitanti al Mediterraneo viveano in questo secondo stadio, allorchè Roma li colse e domò; Roma patriotica e guerriera per eccellenza. All'impeto suo, all'inflessibilità di que' patrizj, qual ostacolo poteva opporre l'Europa? Le nazioni di questa si trovavano press'a poco al medesimo livello di civiltà; date all'agricoltura, divise in popoletti secondo i territorj, tra loro frequenti in guerre, delle quali la minutezza impediva sino i vantaggi, soliti derivare da queste feconde malattie dell'umanità; non aveano una metropoli che primeggiasse; gelose dell'indipendenza, non s'univano se non a tempo per momentanei interessi o per calcoli d'equilibrio politico. Ma anche dove scarseggiavano i raffinamenti sociali, possedevasi la libertà; e mentre nei grandi imperi asiatici l'individuo andava perduto o sagrificato nelle convenienze dello Stato o nella volontà d'un arbitro, qui la suddivisione produceva quelle lotte, in cui l'uomo svolge ed esercita le proprie forze.

Ne profitta Roma, miscuglio anch'essa di genti diverse; e fra le popolazioni italiote costretta a sostenersi colle armi, introduce quel sistema che da tutte doveva distinguerla, l'assimilare gradatamente al suo Comune i vinti, mediante la potenza del diritto. Quest'assimilazione fu iniziata dai re: la cacciata de' Tarquinj la sospese, ed assodò l'oligarchia, nella quale la plebe soffriva orribile pressura; ma non che fiaccarsi alla tirannide, si agitava, e chiedeva pane e diritti. Come acquietarla? occupandola in incessanti guerre, donde i patrizj traevano infallibile vantaggio, perocchè vincendo arricchivansi, vinti trovavano d'aver decimato e punito i loro tiranneggiati. Delle perdite Roma si rifaceva coll'assorbire il fiore de' paesi soggiogati: mirabile costituzione, mercè della quale divenne padrona non istantanea del mondo.

Sottoposta la penisola, Roma si trovò a petto Cartagine; poi la Grecia e l'Asia, civiltà antiche; poi la Gallia, la Spagna, la Germania, civiltà esordienti: nella resistenza divenuta gigante, nella vittoria irresistibile, sulla meschina bilancia dell'altrui politica getta la sua spada; dà mano al debole, per opprimere con questo il forte, indi l'uno e l'altro soggiogare.

Guai ai vinti! I trattati portavano in capo la parola di pace, come testè vedevamo quelle di libertà e fratellanza; ma realmente erano patti d'un superiore ad inferiori, sottomettendo non solo i vinti ma gli alleati a più o men diretta dipendenza. Il feroce diritto patrizio considera nemici i popoli indifferenti, e di buona presa la roba e gli uomini di chi non sia alleato; con lunga arte cancella i caratteri nazionali; ovunque tocchi, abbatte le vetuste grandezze e l'industria di lunghi secoli; l'opulenta Corinto, Cartagine regina dei mari, Rodi sposa del sole, cadono immolate alla gelosa conquistatrice; pérdono fiore le mercantili città dell'Egeo, muojono le splendide della Grecia; il commercio, anima del popolo attorno ai mari interni, è strozzato fra gli abbracci della padrona.

Ad alcuni paesi vinti d'Italia e di Grecia lasciava essa qualche ombra di libertà; ma delle popolazioni di Spagna, delle Gallie, della restante Europa fa quello sterminio che crede necessario alla sua sicurezza; e sui cadaveri pianta colonie talmente efficaci, che giunsero fino a mutarne il linguaggio. Delle provincie conquistate dividevasi il bottino fra i soldati, il terreno fra i cittadini, che così diventavano barriera contro i nemici, ed estendendo fra i vinti il timore di Roma e il rispetto per le istituzioni sue, preparavano nuovi trionfi. Salvo i pochi che in alcuni paesi ottenevano in tutto o in parte il civile o il politico privilegio di Romani o di Latini, gli altri restavano esposti alle calunnie de' giudizj, alle estorsioni de' legulej, alla tirannide de' nobili, alla rapina de' proconsoli, sicchè il metter pace era un ridurre a deserto[296].

Tutto ciò importava quella necessità che più ripugna alle libere istituzioni, un grosso esercito. Le lontane conquiste obbligarono a prolungare i comandi, sicchè i generali si abituarono a potere ogni lor voglia fra le provincie schiave; gli eserciti, devoti ai capitani che gli aveano guidati alla vittoria, li seguivano anche contro la patria; e con essi Mario e Silla si fecero sanguinarj tiranni, con essi Cesare abbattè l'aristocrazia, Augusto la repubblica.

Non abbandoniamoci a quella sentimentalità, che nelle guerre vede soltanto capitali sperperati e sangue effuso. Non che speciale a Roma fosse la crudeltà, vedemmo anzi lodarla di moderazione: che se tal lode veniva dal concetto che gli antichi si formavano della conquista, è certo che essa sottometteva e inciviliva; fra società fondate sull'odio, sospendea la permanente ostilità che ne parea condizione necessaria; toglieva la libertà, ma dava un governo e i vantaggi della civiltà e dell'ordine; imponeva il patriotismo e la dignità romana; un secolo dopo la conquista, la fiera Spagna era trasformata, con grandi strade, acquedotti, terme, teatri, circhi, tempj, crescente popolazione, e viva industria, e coltura tale che mandava a Roma i maestri d'Augusto, d'Ovidio, di Nerone, i poeti Lucano e Marziale, i due Seneca, gli storici Mela e Floro, l'agronomo Columella; nella Gallia si spianano strade, si aboliscono con lunghi sforzi i sagrifizj umani, grandeggiano scuole d'eloquenza; l'Africa sale ad una floridezza, qual mai non ebbe o prima o poi; in Egitto è portato il lino, nella Gallia l'ulivo, la vigna sul Danubio e sul Reno, ove sorsero città, che fin ad oggi sono le meglio fiorenti[297].

E fu Roma la prima che le conquistate nazioni pensasse a governare. Il diritto pubblico stabilito dalla vittoria la rendea padrona, ma la civiltà diffusa mediante le colonie facea che assimilasse il mondo, divenisse centro d'incivilimento, e perpetuasse i risultamenti dell'invasione armata; sicchè non la violenza solo, ma l'autorità e la coltura congiungeva a Roma il mondo, la cui immensa varietà era diretta da spirito d'ordine, di regola, di stabilità. Anzi, al vederla fatta meta di tutti i desiderj, Roma somiglia un centro che attira, anzichè un vortice che ingoja; e che non essa ingoji il mondo, ma il mondo costringa lei a riceverlo nel suo grembo.

Questi miglioramenti eransi cominciati sotto la Repubblica; ma li perturbava la violenza, divenuta universale quando tanti anelavano a far propria la cosa pubblica colle ricchezze, coll'eloquenza, colle vittorie, cogli assassinj, cogli abusi di quella libertà, che è la parola più frantesa, giacchè valse perfino a scagionare i patiboli di Robespierre e i pugnali di nostri contemporanei. Il mondo n'era scagliato in preda alla forza brutale, quando gl'imperatori poterono sospenderne la caduta; e come la legge internazionale della repubblica era stata la guerra, così dell'Impero divenne la pace. La costituzione andò alterata, non tanto perchè il dittatore de' nobili o il tribuno della plebe avesse assunto il titolo imperiale, quanto pel cessare delle conquiste, ch'erano state l'alimento di Roma. La politica dell'accomunare di dentro l'eguaglianza cittadina, fuori i diritti dell'umanità, prese allora tutta l'ampiezza, avviando ad una grande unità, nella quale per conseguenza cessava la distinzione di nazioni, tutti potendo dar voti, tutti aspirare alle cariche, purchè aggregati all'estesissima cittadinanza.

La innovazione dell'Impero bisogna conchiudere fosse necessaria, poichè durò sì a lungo, nè mai fu seriamente tentato di ripristinare l'antica Repubblica. Ma da una parte venne operata colla forza, in aspetto di usurpazione militare, che imponeva un governo soldatesco senza freni civili; dall'altra le irruzioni, allora cresciute, de' Barbari costrinsero a continuar le guerre, non più di conquista ma di difesa. Sono i due modi per cui si consolida il despotismo.

Sebbene il sistema fosse fondato sulla violenza, già ne veniva indizio di quella spontanea associazione de' popoli, costituita sulla pace e sulla libertà, alla quale tende il mondo; intanto le idee si ampliavano, estendeansi la coltura e i miglioramenti materiali, ed il concetto d'una grande unità.

Di ciò s'avvidero già gli antichi, laonde, col nome di orbe, di universo, di genere umano intesero il popolo e l'impero romano; e al decadere di questo, Claudiano glorificava Roma perchè sola ricevette nel suo grembo anche i vinti, e tutti abbracciò col nome di cittadino, e, merito di lei, anche lo straniero godeva le pacifiche consuetudini come nella propria patria, atteso che tutti sono una sola gente[298].

Ma perchè siavi unità, son necessarj l'accordo degli interessi, la simpatia de' popoli. Qui invece Roma trovavasi fra due civiltà, la greca e la barbara, essenzialmente diverse, e che divenivano germe d'una divisione, la quale si pronunziò col distacco dei due Imperi. L'unità, cioè l'eguaglianza, non era possibile in società costituite sulla separazione, sulla disparità; nè dagli antichi era concepita se non come monarchia universale, cioè il sacrifizio di tutti i vinti al vantaggio del vincitore.

In fatti, dopo che la Repubblica avea cancellate le nazionalità, annichilò anche gl'individui, valutando il cittadino solamente in quanto giovava allo Stato, e scompagnando per tal modo l'interesse personale dal comune. Togli quei pochi che speravano dignità o impieghi, tutti gli altri non conosceano lo Stato se non per le oppressioni o le imposte.

In Roma repubblicana la patria era una religione: scopo supremo delle azioni pubbliche e private l'ingrandirla; per essa sprezzati l'oro, la vita, la pietà, la virtù; non accettata la pace che dopo la vittoria; e creati quegli eroi che formano l'ammirazione di chiunque osservi la grandezza indipendentemente dall'umanità.

Quel vitale sistema di Roma d'aggregarsi i vinti fu guasto dagli imperatori esagerandolo; e per togliere ogni ostacolo ai proprj arbitrj e impinguare il tesoro, estesero a sempre maggior numero di sudditi la cittadinanza, rintuzzando così il sentimento esclusivo dell'amor di patria. A misura che questa dilatavasi, quello s'indeboliva, e la pena dell'esiglio, terribile al Romano quando lo spingeva soltanto a Fidene o ad Ardea, parve sì mite ai tempi di Cesare, che convenne aggiungervi la confisca dei beni.

In un piccolo Stato libero, ove il diritto di suffragio dipende dalla proprietà, si comprende come tutti i privilegi e i poteri si devono concentrare nella città. Ragionevolmente dunque Roma tenne un governo di municipio, ove patrizj, popolo e cavalieri, senato, consoli e tribuni si bilanciavano per modo che una mano vigorosa poteva dirigerli in un bello ordinamento civile. Siffatto ella il mantenne anche ampliandosi, onde perdeva le proporzioni allorchè la città era estesa quanto il mondo. Altre Rome ottennero la forma della madre, ma della prisca non rimaneva che il fantasma; nè coll'aprirla a tutta Italia, poi all'Impero tutto, si produsse un vero ordine di cittadini, una nobiltà imperiale, che desse assicurazioni di libertà al popolo, di durata al governo, d'efficacia all'amministrazione.

Se Cesare, passaggio fra l'antichità conquistatrice e le moderne età civilizzatrici e vero fondatore dell'autocrazia, avesse potuto effettuare i grandiosi suoi divisamenti, ridurre ad unità l'Impero mediante la rappresentanza, accomunare alle provincie la cittadinanza, abolire il patriziato originario coll'accogliere nel senato il meglio d'ogni gente, poteva uscirne un governo bilanciato, che le forze diverse convergesse ad uno scopo, e quella mescolanza di Latini, Italici, nuovi Latini, municipj, coloni, provinciali, fondesse in un grand'insieme per la franchigia della nazione e l'incivilimento del mondo. Ma al piccolo ingegno e al piccolo cuore d'Augusto mancò la capacità o la generosità d'istituire un freno a se stesso e alla rea volontà de' successivi imperanti. Questi, all'ombra de' regolamenti con cui la Repubblica patrizia proteggeva i magistrati, poterono legalmente ciò che vollero, identificando in sè il popolo, armandosi dell'autorità tribunizia; e per logica legalità, al cieco amore di patria rimase sostituita la cieca obbedienza al despoto di essa. Tutto dipendeva dai capricci d'un solo, e questo dai capricci dell'esercito; laonde la monarchia arrotando la conquista, regolò l'ammirazione del mondo, ma riuscì tempestosa poco meno della repubblica.

Sotto le forme d'una grande unità, internamente nulla era fuso; razze, lingue, credenze, istituzioni, intenti, tutto rimaneva differente; un popolo ignorava l'altro; le comunicazioni non aperte che fra le capitali, cioè fra le varie stanze di cittadini di Roma; del resto avversione reciproca fra soggiogati e vincitori; le compresse nazionalità rialzavansi a tratti; le provincie, non che crescessero forza a Roma, la indebolivano reputandola nemica, e consideravano come propria libertà il perdersi della loro tiranna; sicchè quell'antagonismo, nulla avendo di legale, sconvolgeva lo Stato.

I comizj del popolo erano più possibili quando gente da tutto l'orbe potea prendervi parte? Perchè il senato avrebbe potuto frapporre qualche barriera, tutti gl'imperatori, buoni o malvagi, fiacchi o risoluti, accordaronsi nel decimarlo e avvilirlo. E ne restò sbrigliata la tirannide; tanto più che l'esecutivo non era, come nei moderni, separato dal potere legislativo; i principi faceano da giudici, pronunziavano in casi particolari, ed applicavano le pene da loro stessi decretate.

I buoni imperatori si temperavano nell'esercitare quest'illimitato e legale rigore: i malvagi ne facevano stromento a passioni, e coll'infame genìa delle spie spargevano tra il popolo la pessima delle corruzioni, quella che ti fa sospettare un nemico in ogni fratello. Ma a quei mostri che si succedettero sul trono d'Augusto, udimmo mai rinfacciare che trascendessero la legge? Nulla avea questa che restringesse i loro arbitrj; della religione erano essi i pontefici sommi; la moralità era una controversia di scuola, sottomessa alla ferrea parola della legge, per la quale chiamavasi diritto ciò ch'era comandato (jus jussum). Se l'eventualità della nascita, o il capriccio dell'esercito, o la venalità d'un'assemblea assidono un mostro sul trono del mondo, costui diffonderà tanto più la propria corruzione, quanto più in alto è collocato. Se poi la scarsa fazione de' buoni vi innalzi principi d'invidiabile virtù, questi allevieranno i mali di chi sta a loro più vicino, ma dovranno assecondare anch'essi le materiali inclinazioni che ormai allo spirito tolgono ogni possanza; giacchè le abitudini d'un potere sfrenato si connaturarono a segno da non lasciar discernere la giustizia, nè sentire l'umanità; e tutte le classi, disarmoniche e scoraggiate, sospingonsi a vicenda nell'irreparabile abisso.

Questo principe è proclamato superiore alla legge, eppure, come un balocco da fanciulli, è sollevato e abbattuto da frequenti rivoluzioni: non di quelle rivoluzioni, ove fra il sangue proceda la società, come la nave nelle tempeste; ma congiure di Corte o di caserma, che non fruttano nè franchigie nè esperienza, che uccidendo il tiranno assodano la tirannia.

Da qui, come da tutte le rivoluzioni, la prevalenza della forza armata. Costretti a tenersi in guardia men tosto contro nemici esterni che contro i sudditi, gl'imperatori crebbero la potenza de' pretoriani, e questi usurparono la facoltà di eleggerli e mescersi del governo civile, finchè Comodo strappò le ultime apparenze di franchigia rimaste al popolo e al senato, col porre accanto al trono il prefetto del pretorio. Insuperbiti dal sentirsi necessarj, i pretoriani occupavano i beni altrui senza tampoco mascherare colle formole l'usurpazione; svilirono il senato coll'aggregarvi ogni feccia, purchè pagasse; vendettero i decreti; crearono venticinque consoli in un anno; che più? posero all'asta l'Impero.

Quel che i pretoriani in città, pretesero farlo gli eserciti fuori, conferendo il diadema a quel qualunque, cui fossero disposti a sostenere. Dopo Massimino cominciano le gare fra il senato e l'esercito per l'elezione; e poichè il secondo preponderava, sceglieva gl'imperatori da nazioni differenti; Roma, invece di dar il padrone agli stranieri, lo ricevette da essi; e quale patriotismo poteva attendersi fra capi forestieri e sudditi avviliti? Poi ciascun esercito pretendendo l'eguale diritto, ne vennero doppie e triplici elezioni, sostenute da guerre civili, tra cui si logoravano le armi che sarebbero state necessarie contro i Barbari, e lasciavansi sguarnite le frontiere quando più era mestieri guardarle.

Nei censessant'anni descritti dalla Storia Augusta, settanta persone portarono il titolo imperiale; e, dove conferivasi a quel modo, manca ogni criterio per distinguere il legittimo dall'usurpatore, se non sia l'esito. Effimeri monarchi potevano attenersi ad una politica uniforme? Ogni nuovo venuto vi mescolava alcun che di personale, compiacevasi operare a rovescio del predecessore; nessuno proponevasi un gran disegno, nè aveva il tempo d'effettuarlo.

La divisione dell'Impero fatta da Diocleziano agevolava il pronto riparare agli invasori, e terminò le sommosse dei soldati: ma ne venne sterminato aumento alle spese delle Corti, non più semplici come al tempo d'Augusto, ma emule della vanità persiana; alle forze mancò l'accordo, e massime l'Italia nostra ne patì, cessando d'essere il capo e il cuore di quel corpo gigantesco.

Costantino conobbe la necessità d'una monarchia regolare, comunque irrefrenata, e di separar il potere che dirige da quello che eseguisce; ma non ebbe arte o volontà di fondere i diversi elementi. Poneva un termine all'anarchia militare, facendo prevalere l'ordine civile; fiaccò la guardia pretoriana; ai capi de' soldati non assegnò che gl'infimi gradi della nuova gerarchia; quattro prefetti del pretorio e quattro eserciti si tennero l'un l'altro in rispetto; i soldati si cernirono solo fra proletarj, e perchè non disertassero, marchiavansi a fuoco sul braccio o sulla gamba. Restavano da ciò prevenute le turbolenze e le insurrezioni, ma fiaccata la robustezza militare allora appunto quando il bisogno ne cresceva; e disperse le legioni che difendevano i passi, lasciavansi a sbaraglio le provincie.

I successori suoi abbandonaronsi alla corruttela d'una Corte asiatica, e i palazzi dov'essi ricoveravano la minacciata maestà, divennero officine d'intrighi, d'iniqui giudizj, di basse turpitudini, surrogate ai macelli dei primi Cesari. Fra cortigiani ed eunuchi, gl'imperatori non contraevano che avidità di godimenti, non gustavano che la beatitudine del far nulla; negligendo di vedere le cose coi proprj occhi, sulla guerra e l'amministrazione, sui lamenti e i bisogni dei popoli acquetavansi alle relazioni d'un confidente scaltro, brigante o venale. Che la traslazione della sede fosse opportuna alla durata dell'Impero, l'attestano i dieci secoli che Costantinopoli sopravisse: ma fra le due metropoli entrò gelosia; Roma indispettivasi di vedere diviso il diadema, e le ricchezze e gli ornamenti suoi passar ad abbellire la figlia rivale; Costantinopoli recavasi a sdegno che Roma pretendesse ancora il primato: sul Tevere ricoveravansi le reliquie del paganesimo in grembo all'aristocrazia; sul Bosforo versavasi sangue per le dispute cristiane: dei reciproci pericoli parevano esultare, anzi talvolta l'una dirigeva sopra l'altra i nemici o per rancore o per salvare se stessa.

Vedemmo i Romani, sempre mal pratici in fatto di finanze, dapprima cercare la prosperità col tener basse le fortune, poi non conoscer la ricchezza che nel cumulo di metalli preziosi; e dopochè col cessar le conquiste cessò l'affluenza di questi, nessun modo si conobbe d'agevolare i cambj, e provaronsi tutte le angustie della mancanza di numerario. Neppure troviamo che in quegli estremi si ricorresse ai prestiti forzati e ai viglietti di banco, come erasi usato ai tempi d'Annibale; e l'arte riducevasi a smungere i sudditi col divisare un raffinato concatenamento di vessazioni. Man mano che l'Impero declina, cessano gli eventuali ristori che la sua potenza recava; e sempre più bisognoso d'uomini e di denaro, maggiormente domanda ai sudditi quanto meno si occupa del loro benessere; anzi, per soddisfare alle sue necessità, incatena le persone ed i possessi. Qui v'avea servi affissi ai padroni, là coloni affissi alla gleba, artigiani affissi alla manifattura, decurioni affissi al municipio colla persona, le sostanze, i figliuoli, l'eredità, l'amore[299].

L'artigiano non paga le tasse? le dovrà la maestranza cui egli spetta. Ai sudditi le imposte riescono esorbitanti? ebbene, soddisfino per essi i decurioni. Abbandonano i terreni? ebbene, siano obbligati gli altri possessori a comperarli. I decurioni, aborriti perchè tiranni, aborrenti perchè tiranneggiati, sottraggonsi a quella carica? ebbene, vi si obblighino a forza; la assumano i bastardi, gli Ebrei, i sacerdoti indegni, i soldati fuggiaschi, i debitori insolvibili. Pertanto i municipj non erano che un sistema di più vasta e più immediata oppressura; le corporazioni d'arti equivalevano ad una galera; il titolo di cittadino romano, dianzi stimato e compro a gran valuta, era fuggito come un supplizio, era ripudiato quasi infame[300].

Ne' mali più gravi i rimedj stessi aggravano; perfin la giustizia diviene un'occasione di danni. L'accomunamento della cittadinanza, reclamato dall'equità e dalla politica, non fece che spopolare l'Italia, traendone a Roma tutti i ricchi e gli scioperati: questo gentame seguì a Costantinopoli il pane e i piaceri, lasciando l'Italia vuota, deserti i suoi campi, le città senza patrimonio, senza capi. Allora la patria nostra perdette le esenzioni, fin là godute come terra sovrana; restò gravata dalle tasse comuni, appunto quando cessavano d'affluirle quelle di tutto il mondo; la migrazione dei ricchi e le rapaci correrie dei Barbari desolavano d'abitanti le sue città, di frutti le campagne, che, da giardini dei grandi com'erano prima, si conversero in letto di fiumi, in asilo di belve e di ladroni.

Come prendersi cura alla difesa d'uno Stato, a cui non erano attaccati altrimenti che pel sanguinoso legame del tributo? Quei Greci, quei Galli che avevano profuso milioni di vite per la propria indipendenza contro Roma, veruna resistenza opposero agl'invasori. Il modo d'esazione dei Barbari, semplice per quanto arbitrario, men rincresceva che non il lento sanguisugio di un governo, che non pareva essersi raffinato se non a danno de' sudditi: le migliaja di schiavi sospiravano l'ora di mirare umiliati i burbanzosi padroni, e lanciar loro in viso i ceppi che aveano sin allora portati: i coloni, sottoposti all'enorme capitazione e ad opprimenti servigi di corpo, offrivansi a chiunque promettesse un sollievo, od almeno una mutazione di mali: il cittadino si divincolava in quella inestricabile rete di tirannia che avviluppava tutti, dall'imperatore sino all'infimo schiavo.

Tra siffatti come suscitare il patriotismo? e tolto questo, qual movente rimaneva nelle antiche società? la legislazione? la filosofia? la religione? La prima fu il vero vanto degli ultimi secoli dell'Impero, consolidando ed appurando la famiglia e la proprietà, sicchè il furore de' tiranni violava quegli ordinamenti, ma non li cambiava: e questo rispetto alle leggi valse a prolungare l'esistenza di Roma, il cui decadimento venne lentissimo perchè il sistema era buono, nè facilmente si cancellava la grandezza del nome suo.

Ma se, vedendo imperatori dispotici, moltitudine adulante, menzogna perpetua nelle apparenze e nel linguaggio, le anime nobili s'indignavano, non sorgeano però ad alto scopo, limitandosi a ribramare il passato; sicchè non mirando a un avvenire, ne seguiva sterilità d'intelligenza e di cuore. Una religione fondata sopra la credenza d'un Dio solo, se anche travii, può revocarsi a' suoi principj, avendo un punto saldo da cui prender le mosse. La latina, senza base una e solida, senz'intima moralità, contraddicente alla ragione e ai bisogni spirituali di quel tempo, non poteva restaurarsi, sconnessa che fosse. Inutili dunque gli sforzi di Augusto per rintegrarla come elemento d'ordine. Tentarono gli Antonini rinsanichirla innestandovi la filosofia stoica, e ne sorsero benefici regnanti e vigorosi magistrati: ma quella scuola, oltre gl'intimi difetti, non potea mai divenir popolare, come dev'essere una religione. Tanto peggio riuscirono i tentativi di ringiovanirla colle dottrine neoplatoniche, coi riti teurgici, colle iniziazioni mitriache.

Rimedj organici portava il cristianesimo, destinato a compier l'opera di Roma, cioè unificare il mondo nel diritto, ricevere tutti nella gran città, reggere coll'impero i popoli senza abolirne l'indipendenza e l'autonomia, e non solo i popoli tra l'Eufrate e il Danubio, ma fin di là da mari, di cui neppure l'esistenza conoscevano gl'imperatori: dentro, virtù cittadine e private rifiorivano; un clero che la legge romana esimeva dai tributi oppressivi e dalle odiose cariche curiali, mentre la legge cristiana gli toglieva d'imbrutalire nell'ozio e ne' bagordi. Ma i monaci nel deserto e i sacerdoti nelle città, non che tutelare l'antico, invocavano il giovane mondo. Perocchè il dire che una società si discioglie, significa che un'altra cova nel suo seno, il cui fermentare scompone gli elementi dell'anteriore acciocchè entrino in nuove combinazioni. Insinuarsi nell'Impero la nuova dottrina non poteva se non iscomponendo l'ordine, di cui l'apparenza durava.

Se n'accorsero fin dall'origine i giureconsulti e gli imperatori, laonde bandirono guerra a questi sudditi riottosi; e i Cristiani, ridotti a considerare per nemico un governo che in guise spietate voleva inceppare la più libera delle cose, la coscienza, se ne sceveravano stringendosi fra sè; disobbedivano ed erano puniti per colpe che non si giudicavano disonoranti, sicchè la disciplina andava a fasci, mentre fiaccavasi il sentimento morale; ne' magistrati onesti lottavano la coscienza e la legalità; entro le stesse mura, nella casa stessa, uno trovavasi nemico dell'altro, e lentavasi ogni legame di società e di famiglia.

Il cristianesimo, sapendo che la resistenza è colpa quando cessa d'essere un dovere, per non provocare i tiranni, aveva dapprima offerto il collo tacendo e perdonando: invigorito poi ne' tormenti e nelle maschie voluttà dell'astinenza e della solitudine, alza la voce di mezzo al fragore dell'armi; da credenza personale e interiore s'è mutato in istituzione, con governo e rendite, rappresentanza ed assemblee, talchè può svincolarsi dagl'impacci della società civile. L'unità, scopo della politica romana, perì allorchè questa a doppio interesse si dirizzò, alla patria cioè ed al cristianesimo; e la società che finiva non avendo più l'autorità, la nuova non avendo ancora la potenza, venne ad accelerarsi lo sfacelo.

Ogni nuova rivoluzione religiosa noceva allo Stato; poichè o Costantino alzasse il làbaro, o Giuliano riaprisse i delúbri, o Gioviano tornasse alla croce, sottraevansi all'Impero le braccia o il senno di alcuni, che faceansi coscienza di coadjuvare a chi adorava altrimenti, o non v'erano sofferti dall'intolleranza: le istituzioni introdotte e quelle abolite dal cristianesimo traevano il crollo di altre, su cui la vecchia società era sistemata: ai municipj non restò più che miseria quando Costantino applicò i loro possessi alle chiese: dalla milizia e dalle magistrature molti forti e pensatori si stornavano per darsi all'eremo o al sacerdozio, e tornavano di aggravio ai laici le esenzioni concedute al clero.

Nella teologia antica il perire degli Dei faceva perire la nazione: sicchè Roma dovea cadere perchè caduti i suoi numi, finir l'Impero perchè era finita quella teologia. La nuova avrebbe potuto rivolgersi tutta a riformare i costumi mediante i precetti morali e le leggi civili: ma ne fu sviata per l'inciampo delle eresie. Perocchè, se la morale era la conseguenza, la premessa era il dogma: e quella senza di questo sarebbe soccombuta nell'urto della barbarie, non potendo dalla sola filosofia cominciarsi una civiltà duratura. Bisognò dunque chiarire, precisare, mettere in sodo il dogma: ma che la morale e l'attuamento di essa nelle leggi non fossero neglette, il palesano la motivazione delle migliori costituzioni imperiali, tutti gli scritti dei santi Padri, e quella folla di sacerdoti e di monaci che coll'esempio e colla parola proclamavano la virtù, pur lamentando che tanto restasse annebbiata dalle antiche abitudini.

Efficacia pubblica scemò alla religione l'essere la società civile rimasta ancora pagana di fondo, d'istituti, di leggi, di costumi, qual era sorta e cresciuta. Essa possedeva tutte le istituzioni opportune al progresso delle idee e all'ammiglioramento degl'intelletti; mentre la religione nuova ne mancava: e tutto dovea dedurre dalla propria volontà, dalle credenze, dall'impero di queste sugli animi, dal bisogno che aveano di propagarsi e d'occupare il mondo.

L'esito del conflitto non restò a lungo dubbioso, e la società antica fu trafitta nel cuore: ma siccome certi paladini del medioevo si favoleggiò che persistessero a combattere tre giorni dopo morti, così quella si reggea per la propria mole, e pagana nelle midolle anche dopo fatta cristiana nell'esteriore, prolungò una vita affatto artifiziale; posto il dogma della Trinità e della Redenzione in fronte alle leggi, pure l'impero progrediva in un ordine diverso, se non anche opposto al Vangelo. Nè il cristianesimo proponevasi d'abbatterlo, suo scopo essendo il migliorare gli uomini acciocchè s'immegliasse la società, non già il correggere quelli per mezzo di questa, come fin allora avevano i savj praticato. Non fa dunque cessar di colpo le intime ostilità, la schiavitù, la passiva obbedienza; con quali forze l'avrebbe potuto? non determina le relazioni di coscienza fra re e popoli, perchè nazioni cristiane non v'aveva ancora, ma soltanto individui; al governo siedono imperatori, che sono capi degli eserciti e dello Stato, pontefici e Dei, con un senato disposto a tutto confermare, un esercito a tutto eseguire: ma la Chiesa intuona che gl'imperatori dipendono anch'essi da un Dio, il quale a suo grado li solleva ed abbatte; che la rigidezza parziale ed esclusiva della legge romana deve piegarsi alla comprensibilità cristiana, cioè alla moralità e alla giustizia, uniformi per tutti; i cesari non sono sbalzati dal trono, ma dall'altare e dalla sedia pontifizia; e accanto alla società peritura ne viene alzata per modello una nuova, diversa all'intutto, fondata sull'eguaglianza degli uomini, con una gerarchia elettiva, dove non nobiltà, non privilegi ereditarj, dove gli onori, la considerazione, il potere si piantano sull'unica base legittima, il merito.

Frattanto i ministri della parola consigliavano a garantirsi dalla corruzione col ridursi nella solitudine, nella preghiera, nel celibato: del che i Pagani li rimproverano, quasi tendessero a rompere ogni legame, fin quelli della famiglia, e il cristianesimo fosse incompatibile con qualunque civile assestamento. Sant'Agostino, che vedeva qual partito potrebbero i nemici della religione trarre da principj, dei quali soltanto l'esagerazione era pericolosa, assumeva a dimostrare che il Vangelo non proibisce nè di portar le armi, nè di sostenere le cariche pubbliche, ma aspira a formare magistrati integri e soldati docili alla disciplina; e — Quelli che pretendono la dottrina di Cristo contraria alla repubblica, ci diano un esercito composto di soldati quali essa dottrina li vuole; ci diano magistrati provinciali, mariti, spose, genitori, figli, padroni, schiavi, re, giudici, debitori, esattori, quali la legge di Cristo comanda che sieno; e allora vedremo chi oserà dire che essa è nemica della repubblica; nè si esiterà a riconoscere quanto la salvezza dello Stato sarebbe meglio assicurata qualora si ascoltasse alle nostre esortazioni».

Tal era il vero spirito del cristianesimo; ma non tutti i dottori cristiani lo comprendevano sì chiaro come Agostino, e la divergenza d'opinioni dava appiglio ai rimbrotti dei Pagani. Ad ogni modo, società cristiana non poteva dirsi fintanto che i depositarj della nuova dottrina non fossero riusciti ad impadronirsi dell'uomo dalle fasce, eliminare le idee dell'ordine antico, divenute seconda natura, ed istillar quelle del nuovo, insieme coi precetti ricevuti sulle ginocchia della madre.

Benchè dunque sembrassero riconciliate la società civile e la religiosa, sussisteva la contraddizione d'origine e d'essenza, e comprendeasi che non bastava mutare le costituzioni romane, ma bisognava per tutt'altra via dirigere il Governo, se si volesse lo scampo non dell'Impero ma della società. La nuova fede non era discesa dal cielo pel Romano soltanto, come il Palladio e gli Ancili; ma nella giustizia e carità sua abbracciando il genere umano, sostituiva l'amore universale all'angusto patriotismo antico: d'altra parte, non vedeansi già i Barbari combattere nelle file di Roma, e governare, e talora anche sedere sul trono? Lontani adunque dal compiangere la rovina d'una società esclusiva, l'invasione dei Goti consideravano come un estendersi dei diritti umani, un necessario risanguamento[301]; e le macerazioni di Roma come un giusto giudizio delle sanguinose sue iniquità.

Pertanto non rinvigorirono il patriotico egoismo e l'odio contro tutte le nazioni: parevano fino esultare ai disastri della città terrena, i quali tornavano a glorificazione della città celeste. Di ciò movevano loro acerba accusa i Gentili, e ne restavano più sempre lentati i vincoli sociali, e indotto quello spirito di diffidenza e persecuzione, che è effetto e diviene causa della sconnessione sociale. Qualora poi il pericolo stringesse, ambe le parti esagerando, gli uni ponevano ogni fiducia ne' martiri e nei miracoli, gli altri nelle viete osservanze; invece di cercar le cause presenti dei mali ed i rimedj, i Gentili ripeteano, — Ecco come si vendicano quei numi abbandonati, sotto i quali era giganteggiata la romana fortuna»; di rimpatto i Cristiani sulla nuova Babele intonavano le minaccie de' profeti contro l'antica, e ne' disastri scorgevano l'avviso o la punizione di Dio, il trionfo della verità, la legge della Provvidenza. Nel più sublime de' loro carmi essi leggevano le maledizioni contro di Roma: «Uno dei sette angeli venne, e disse al veggente di Patmo: — Ti mostrerò la condanna della gran meretrice, che siede sopra le grandi acque. E lo trasportò nel deserto, e vide una donna seduta sopra una bestia color porpora, piena di nomi di bestemmia, con sette teste e dieci corna; ed era vestita di porpora e di grana, fregiata d'oro, di gemme e di perle, e teneva in mano un vaso d'oro, e sulla fronte portava scritto Mistero. E l'angelo gli disse: — Perchè stupisci? io ti dirò il mistero della donna e della bestia che la porta, e che ha sette teste e dieci corna. Le sette teste sono i sette colli sopra cui ella è posta: le acque che tu vedi, sono i popoli, le genti, le favelle: la donna è la gran città, che regna sopra i re della terra. Tutte le nazioni furono sedotte da' suoi prestigi; i mercadanti della terra si arricchirono degli eccessi del suo lusso; essa si elevò nell'orgoglio suo e tuffossi nelle delizie, dicendo in suo cuore, io son regina, e mai non cadrò in lutto; e divenne una Babilonia madre delle fornicazioni e d'ogni abominio, e inebbriò i re della terra col vino della sua prostituzione, e nella stessa coppa fece bevere tutti i popoli del mondo. Dai quali comperò preziosità, ed essi esclamarono: Qual città fu mai pari a questa? Ma guaj a lei, che s'ubriacò del sangue de' santi, del sangue dei martiri di Gesù. I mercadanti della terra gemeranno e piangeranno sopra di essa, perchè non fia più chi compri le loro merci, le merci d'argento e d'oro, di pietre, di perle, di bisso, di porpora, di seta, di grana, d'ogni sorta legni odorosi, e mobili d'avorio, e gemme preziose, e rame e ferro e marmo, e cinnamomo ed incenso, vino, olio, fior di farina, biada, bestie da carico, agnelli, cavalli, carri, schiavi ed anime d'uomini. In un giorno le verrà lutto e morte, fame e incendio, perchè forte è il Signore che la giudicherà»[302].

Che vediamo dunque a Roma negli ultimi suoi tempi? sul trono un fasto imbelle e snervante; usurpatori che si disputano le provincie senza saperle difendere; confische e procedure moltiplicate dai sospetti; le pubbliche cose in mano di schiavi, di stranieri, d'eunuchi; cortigiani che rinterzano intrighi; vescovi in lite e scisma tra sè; provincie quali perdute, quali in tentenno; gli eserciti composti di barbari soldati, comandati da barbari generali; decurioni per forza; magistrati che procurano, come nei naufragi, raccogliere qualche brano di potere e di ricchezza; molti ribellatisi alle leggi, che fanno guerra alle vie e ai campi; una plebe ignorante, scostumata, inerme, che, oppressa da sciagure, pretende dall'avvenire ciò che questo non le potrebbe dare, e con odio sovente ingiusto trabalza quelli che con inconsiderato entusiasmo elevò; finchè, caduta nella prostrazione d'animo che consegue alla servitù ed alla diuturnità dei mali, guarda impassibile lo sfasciarsi d'un ordine di cose che nè teme nè ama, e, per sottrarsi ai mali incalzanti, desidera fin i disastri gravi ma passeggeri della guerra. Pertanto l'impronta degli ultimi anni dell'Impero è la vigliaccheria; è una personalità inerte, a cui le irruenti sventure non istrappano che querele, e del passato non ritiene se non un residuo di idee pagane, che rende necessaria la distruzione di quel cadavere, la cui putrefazione avrebbe appestato la terra.

A distruggerlo ecco i Barbari. La Germania era divisa fra cento popolazioni, da nessun legame od interesse congiunte nell'impresa; e non appena le aquile latine aveano fitto in una l'artiglio, una nuova sottentrava con integre forze e diverso metodo di guerra; sicchè per quattro secoli, da Basilea sino alle foci del Reno e del Danubio, durarono aperte ostilità o pace armata, nè le guerre profittavano ad altro che a respingere l'assalto. Ma ormai che valeano le barriere poste dalla natura e dall'uomo, quando d'ogni dove i nemici irrompevano, o per naturale desiderio d'avventure e pericoli, o per avidità di preda, o per vendetta, o per impulso d'altri Barbari, o per sollecitazione d'alcun ambizioso?

Que' Germani venivano tutt'animo e spiriti guerreschi, colle virtù domestiche, e coi vizj della forza. Capi, eletti per merito e nel fiore dell'età, servivano di raffaccio agli accidianti augusti; le assemblee generali sotto cielo aperto, agl'intrighi de' gabinetti romani; gli eserciti ignudi e baldanzosi, alle truppe comprate e insofferenti della disciplina; i Germani robustamente sistemati nelle loro tribù, ai Romani svigoriti dallo spegnersi del patriotismo; il governo semplice e spicciativo di quelli, ad uno di fiscali e legulej, al quale, come al vampiro, non rimaneva fiato se non per suggere il sangue. La brutalità barbarica era meno obbrobriosa che non l'affinata dissolutezza de' Romani che aveano abusato di tutte le dottrine, di tutti i godimenti: que' caratteri vigorosi sapeano obbedire, sapeano sacrificarsi, possedevano istintivamente quel sentimento d'onore che l'antichità classica non conobbe, e di cui il cristianesimo dovea poi valersi per formare la coscienza pubblica, e costituire l'obbedienza ragionevole. I Germani agognavano acquistare una patria: i Romani non curavano difendere la propria. Fra i primi le donne stimolavano al valore ed alle imprese: le nostre svogliavano dalle pubbliche cure, talvolta ancora tradivano, come dicesi che la moglie di Stilicone invitasse Alarico, Onoria conducesse Attila, Genserico Eudossia. Quelli erano animati da religione sanguinaria, che assegnava il paradiso in premio delle stragi: questi divisi tra una voluttuosa che sfasciavasi, e una nuova che, avendo il suo regno in altro mondo che questo, insegnava ad offrire la guancia sinistra a chi la destra avea percosso.

Il popolo di Marte come poteva ritardar la sua caduta altrimenti, che col rinfrescare l'elemento suo primo, la forza? Tanto si vide allorchè sedette a capo dell'Impero una serie di prodi, cresciuti fra l'armi e sollevati dal valore: ma i più, giunti alla porpora, deponevano l'usbergo, o ignari d'ogni altro studio fuor della guerra, mandavano a precipizio l'amministrazione. Nell'esercito, cernito per forza, la disciplina, nerbo di Roma, pervertivasi; si voleva ragionare l'obbedienza: era bisogno di trasportare le legioni su remoto confine? ricusavano, pronte a salutare augusto il primo che promettesse riposo e donativi; lagnavansi del peso delle armadure, e prima la corazza, poi il caschetto vollero deporre; preferivano il comodo dei cavalli alla fermezza della fanteria; cessarono di fortificare ogni volta gli accampamenti, sicchè, esposti senza difesa, più non poterono confidare che ne' turpi passi della fuga.

Che se ancora il desiderio di passare dalla classe degli oppressi in quella degli oppressori faceva ad alcuni desiderare la condizione di soldato, in cui potessero saccomannare le provincie, esigere lauti donativi dagli imperatori, deporli e crearli a talento, cambiossi il caso dopo Diocleziano e Costantino, quando una regolata gerarchia ridusse l'esercito alla vera sua natura di macchina. Allora il fasto della Corte attribuiva i titoli della milizia a chi avesse, non meritato in opera d'arme, ma prestato servigi al principe; sicchè trovossi più comodo intrigare in palazzo che combattere sul campo: ogni gloria era riservata all'imperatore; dall'arbitrio di questo gli onori e le dignità. Nulla dunque allettava alla pericolosa e non necessaria carriera dell'armi; e tanto meno dacchè, forse per impedire le frequenti sedizioni, Gallieno escluse i senatori dal capitanare eserciti. Allora i patrizj infingardirono, e fuggendo dall'Italia, s'andavano a rimpiattare nella Macedonia, nella Dalmazia, nella Tracia, per sottrarsi alle dignità e alla milizia che recava gravissimo peso e scarsi onori. Il popolo minuto rifuggiva dal servizio a segno, che per sottrarsene molti si amputavano il pollice[303].

Quando Italia fu invasa, non si trovò chi ostasse: Stilicone offrì due monete d'oro a qualunque schiavo si arrolasse, mentre un tempo costoro venivano accettati appena in pericoli stringentissimi: città folte di popolo e munite resistettero solo qualche istante a bande di scorridori, ignari dell'arte degli assedj, e incapaci di perseverare ad un'impresa. Inetti a resistere coll'armi, i figli di quel Camillo che volea la patria salvata col ferro non coll'oro, chetano i nemici a denaro, prima palliato col nome di soldo, poi preteso apertamente siccome tributo. L'Impero ne resta smunto, e costretto a gravare più sempre i sudditi, mentre i nemici se ne rifacevano, per tornare più vigorosi a nuove pretensioni, perduto il rispetto che ispira una nazione domabile sol dopo lunga resistenza. Che se quel soldo fosse tardato o disdetto, i Barbari venivano a ripeterlo colle armi, più baldanzosi quanto più i provinciali divezzavansi da queste.

Fu dunque forza rimettersi affatto a braccia straniere: riempiute le schiere di così fatti, anche il comando se ne affidò a Barbari, che per tal via ascesero alle supreme magistrature. Grandi capitani ne trasse Roma, non mossi però da carità di patria, o da quel sentimento che è padre del vero coraggio, bensì da cupidigia di tesori e di gradi, o da ambiziose gelosie: Rufino sommoveva i Vandali e i Goti per contrariare Stilicone; questo lasciavasi fuggir di mano i Goti perchè non si cessasse d'aver bisogno di lui; Ezio non esterminava Attila per impedire gl'incrementi di Torrismondo. Gli imperatori non poteano riporre piena fiducia in eroi prezzolati: i cortigiani invidiavano ed aborrivano cotesta genìa, potente solo per le spade: la vanità latina si teneva oltraggiata dalla superiorità di quelli che continuava a chiamar barbari: e Stilicone, Ezio, Romano, Nigidio cadevano sotto al pugnale di maligni eunuchi o d'emuli imbelli.

Eppure a svecchiare l'Impero, o almeno a difenderlo da nuove invasioni, unico partito sarebbe stato il fondere i Romani coi Goti, gente da gran pezzo abituata agli ordini de' Romani, tra cui o presso cui viveva, non isnervata dai vizj della civiltà, e capace di riceverne i vantaggi, come ne fanno prova i regni dove si piantò. Ma da una parte vi si oppose l'antipatia nazionale, inasprita dai disaccordi religiosi; dall'altra la sleale politica credeva sottigliezza d'accorgimento il seminare zizzania fra i popoli assalitori; e col violare i patti e con turpi tradimenti gl'irritava, e toglieva la possibilità d'onorevoli accordi.

Disgustati, essi rivoltavansi contro quelli che dianzi aveano difesi; tornando d'aver servito nelle legioni, rivelavano le ricchezze e le delizie de' paesi romani, e la facilità di conquistarli; e ricomparivano più baldanzosi e più forti. Al crescere del pericolo scemavano i mezzi di ripararvi; ogni provincia che i Barbari invadono, cessano le contribuzioni di generi e d'uomini all'Impero; si ritirano dalle frontiere le guarnigioni e i magistrati, abbandonando le antiche conquiste agli assalitori ed a se stesse. Allora si scioglie il solo legame che unisce a Roma i varj municipj; e tutti si smembrano senza un pensiero al bene del corpo, al quale erano appiccicati, non congiunti. Solo in governi federativi, o dove le libertà provinciali sono profondamente radicate ne' costumi, le nazioni possono sussistere anche con un governo debole, e fin senza governo: qui invece erasi voluto ridurre ogni cosa al centro, e sfasciavasi l'intero corpo quand'era minacciato il capo.

Qualche imperatore s'avvisò di riscuotere il patriotismo coll'avventurare, fra quello scompiglio, alcun elemento di libertà; il diritto di tener armi, levato dall'ombroso Augusto, fu restituito ai sudditi[304]; Graziano esortò le provincie a formare assemblee, ove discutere sopra oggetti di pubblico interesse, non impedite o ritardate da verun magistrato[305]; Onorio suggerì perfino una specie di governo federativo che raccogliesse quei divisi, ma niuna provincia o città ne approfittò[306]: tanto al sentimento affatto locale di quelle società riusciva incomprensibile e repugnante il sentimento dell'unione. Pertanto ciascuno, uomini e corpi, restringendosi in se stessi, non rimase chi difendesse l'Impero: i Barbari lo sovvertirono a loro voglia, finchè risolsero d'abolirlo.