CAPITOLO LVII. Ultimi imperatori.
Gl'imperatori stessi, inetti a sostenerlo, davano il crollo all'Impero. Valentiniano III, trionfante senz'aver combattuto (450), si scapestrò dopo la morte di Placidia; e preso in odio e in sospetto Ezio, salvatore dell'Impero, ad istigazione de' suoi eunuchi gl'immerse in cuore quella spada che mai non avea saputa impugnare contro de' Barbari. Con pari viltà furono assassinati gli amici del patrizio: al quale, come all'uomo che soccombe, furono attribuiti ambiziosi disegni, accordi coi nemici, macchinate rivolte. Vili che applaudissero all'imperiale assassino non mancarono; ma un Romano osò dirgli: — Tu facesti come chi colla sinistra si amputasse la destra».
A scorno della virtuosa moglie Eudossia, Valentiniano lasciviva fin sopra le dame principali. La moglie di Petronio Massimo, ricco senatore di casa Anicia, gli resistette; ma un giorno al giuoco l'imperatore vinse a costui l'anello, e di questo si valse per mandar a chiamare la casta donna in nome del marito e se ne sbramò. Massimo propose tergere l'oltraggio nel sangue, e due fedeli di Ezio, improvvidamente accolti fra le guardie imperiali, gli prestarono il braccio per scannare Valentiniano (455 — 16 marzo). Massimo non durò fatica a erigersi imperatore; ma quest'atto fu il termine delle prosperità e delle virtù, di cui egli era stato fin allora un modello (455). Quanto non dovette egli sospirare la privata onorevole tranquillità allorchè si trovò a capo d'un Impero che uom del mondo più non era capace di rinfiorire! Coll'amico Fulgenzio, al cadere di giornate tempestose e di notti insonni, esclamava: — Fortunato Damocle, il cui regno cominciò e finì nel pranzo istesso!»
Volle puntellarsi sul trono coll'impalmare a suo figlio Palladia, primogenita dell'ucciso imperatore; ed egli stesso, mortagli la virtuosa donna, menò a forza la vedova di Valentiniano. Costei, per vendicar sè ed il marito, si dirizzò al terribile Genserico, che con robusto armamento di Vandali e Alani dall'Africa sbarcò alla foce del Tevere. Massimo rimase ad aspettarlo con una freddezza che non era coraggio; ma dal popolo fu tolto a sassi, e gettato nel Tevere (12 giugno).
Tre giorni dopo, Genserico era alle porte di Roma, la quale, sapendo assassinare, non difendersi, limitavasi a piangere ed orare. La religione di nuovo la coprì col suo manto; e Leone papa, che l'avea schermita da Attila, uscì col clero in processione, e coll'autorità d'uomo venerato e colla santità del ministero indusse Genserico a risparmiare le stragi e il fuoco; del resto tutto fu abbandonato ad un saccheggio di quattordici giorni. Al tempio di Giove in Campidoglio fu tolto fin il tetto di bronzo dorato, salvandone però le statue dei numi e degli eroi. In quello della Pace aveva Tito deposti gli arredi del culto giudaico, la tavola e il settemplice candelabro d'oro; e questi pure furono rapiti. Nè le chiese cristiane restarono immuni; e le ricchezze sfuggite ad Alarico vennero accumulate sulle navi africane, che parevano vendicare Cartagine. Eudossia medesima, avanzatasi incontro all'invocato liberatore, si vide strappar di dosso le gioje, e con due figliuole fu imbarcata fra migliaja di schiavi, scelti per bellezza o vigorìa. Prospero vento portò a Cartagine le prede e le persone, alle quali alcun ristoro diede il vescovo Deograzia, ricoverandole nelle chiese, soccorrendole cogli ori di queste, e coi conforti che la carità sola conosce. Il poeta Paolino, allora vescovo di Nola, convertì in questo pio uso tutte le ricchezze ecclesiastiche; e nulla più restandogli, per riscattare il figliuolo d'una vedova, diede schiavo se stesso[307].
Anche da altre parti i Barbari irrompevano, e le provincie scotevano il giogo di Roma. Franchi ed Alemanni procedettero fino alla Senna; alle coste portavano assalto i Sassoni; i Goti aspiravano a durevoli conquiste. A frenare costoro, Massimo aveva destinato Flavio Avito, nobile d'Alvergna, che in sua giovinezza attese alle lettere e al diritto, combattè a fianco di Ezio, meritò d'essere prefetto al pretorio della Gallia; poi dal ritiro villereccio presso Clermont chiamato generale della fanteria e cavalleria, non si ricusò al bisogno della patria, tenne in rispetto i Barbari, ed egli medesimo andò a trattare con Teodorico II re dei Visigoti. Costui, udita la morte di Massimo, esibì assistere Avito per succedergli (10 luglio); e Roma e l'Italia nol poterono ricusare, solo pregandolo a por sua sede nell'antica capitale del mondo.
La virtù di Avito non resistette alle blandizie d'un grado, cui, perduta la potenza, restavano le seducenti vanità; e molti mariti inimicò. Lo scontento non tardò a prorompere; e il senato, che nella debolezza degli augusti aveva ricuperato alcuna autorità, pose in campo il suo diritto d'eleggere l'imperatore. A nulla però sarebbe riuscito se non v'avesse dato appoggio il conte Ricimero, uno de' principali comandanti dei Barbari ausiliarj in Italia. Distrutte sessanta galee vandale nelle acque della Corsica, era costui stato salutato liberatore d'Italia: del quale trionfo imbaldanzito, intimò ad Avito di deporre la porpora (456 — 16 8bre). Questo cercò sicurezza col farsi ungere vescovo di Piacenza; ma quivi pure perseguito dalla vendetta del senato, mentre fuggiva verso la natale Alvergna, morì o fu ucciso.
Vacato alquanto l'Impero, fu conferito a Giulio Valerio Magioriano (457 — 1 agosto), degno di migliori tempi. In voce di coraggioso, liberale e accorto, sotto Ezio militò con tanta gloria, da eccitarne la gelosia; degradato per ciò, fu riassunto alla morte di quello, e Ricimero, divenuto patrizio d'Italia, lo costituì generale della cavalleria e della fanteria; e poi ch'ebbe in quel grado respinto gli Alemanni che erano proceduti fino a Bellinzona di qua dall'alpi Lepontine, lo collocò sopra un trono, di cui disponeva a suo talento. Dell'elezione Magioriano fece saputo il senato e l'esercito[308]: — A sostenere il colmo del principato, non per volontà mia m'accostai, ma per ossequio della pubblica devozione, onde non vivere a me solo, o ricusando non parere ingrato alla repubblica per cui nacqui. Or favorite al principe da voi creato, e partecipate con noi alla cura degli affari, acciocchè l'impero, datomi per vostra istanza, cresca per le concordi attenzioni. La giustizia varrà al tempo nostro, e la virtù potrà prosperare sotto la tutela dell'innocenza. Nessuno temerà gli spionaggi, che già da privati noi detestammo, e che ora specialmente condanniamo: delle calunnie abbia paura soltanto chi le porti. Col padre e patrizio nostro Ricimero, vigilantissimo delle cose militari, avremo cura di serbare il mondo romano, che in comune assicurammo da esterni nemici e da domestica discordia. Spero che della elezione nostra voi serberete tal memoria, quale io, consorte una volta dei vostri pericoli, mi riprometto senza manco dall'amor vostro; e se il Cielo m'assista, mi sforzerò, con autorità di principe e riverenza di collega, che non abbia a spiacervi il giudizio che di me recaste».
Il linguaggio costituzionale de' primi anni dell'Impero, disusato da tanto tempo, suona ancora in questo editto, e per l'ultima volta.
Nelle poche sue leggi Magioriano mostrava i sentimenti generosi e generosamente espressi d'un padre di popolo infelice, che ai mali di questo soccorre ove può, se non altro li compatisce. Le fortune dei provinciali, «attrite dalla varia e molteplice esazione di tributi, e dagli straordinarj pesi fiscali», sollevò alquanto depennando i vecchi crediti del fisco; e toltala alle commissioni straordinarie[309], tornò ai provinciali la giurisdizione sulle tasse. I senati minori, cioè i corpi municipali, «viscere delle città e nervi delle repubbliche», erano tanto sviliti dall'ingiustizia de' magistrati e dalla insaziabilità degli esattori[310], che i cittadini se ne sottraevano coll'esigliarsi lontano od ascondersi. Magioriano gli esorta a tornare, alleviandone i pesi; e scioltili dall'esser garanti del tributo nel loro distretto, esige da essi soltanto un esatto conto del ricevuto e dei debitori morosi. Ai difensori della città restituisce la tutelare potenza, confortando ad eleggere a quel grado persone incorrotte, capaci e coraggiose di sostenere il povero e combattere il prepotente, ed informare l'imperatore de' soprusi, col suo nome ammantati. Provvide anche agli antichi edifizj, o per negligenza crollanti, o che abbatteansi onde avere materiali a nuove fabbriche. All'adultero, confisca de' beni ed esiglio; se tornasse in Italia, poteva essere ucciso impunemente. Nessuna si consacrasse a Dio prima dei quarant'anni: le vedove minori di quest'età si rimaritassero, o perdessero metà dei beni. Annullati i matrimonj disuguali. Di quel che vi si scorge d'eccessiva minutezza, di sproporzionato rigore e di rimembranze pagane, lo scusi la buona intenzione.
Sconfitto Genserico che era sbarcato in Italia, Magioriano meditava ricuperare l'Africa; ma non potendo restituire il coraggio e la disciplina nelle legioni, assoldò Barbari, e a capo loro (458) passate le Alpi di fitto inverno, vinse Teodorico II visigoto, e lo accettò in alleanza; intanto che negli arsenali di Miseno e di Ravenna faceva allestire navigli, sicchè prontamente ebbe raccolte a Cartagena trecento grosse galee e adeguato numero di sottili. Ma Genserico ridusse a deserto la Mauritania, e sorpresa la flotta mal guardata nel porto, vi fisse il fuoco. Magioriano si trovò allora ridotto ad accettare una tregua, durante la quale accelerò nuovi preparativi: ma gli scontenti prodotti dalle sue riforme toccarono il colmo per la presente disgrazia, e il sollevato campo l'uccise a Voghera (461 — 2 agosto).
Ricimero allora ingiunse al senato d'eleggere Vibio o Libio Severo, oscuro lucano: poi, appena gli riuscì incomodo, il tolse di mezzo (465 — 15 agosto), e per venti mesi governò, non assumendo verun titolo, ma facendo tesoro, armi, alleanze in proprio nome. Protestavano contro la sua dittatura Marcellino ed Egidio. Il primo, letterato e fedele all'antica religione, era stato caro ad Ezio, perseguito da Valentiniano, da Magioriano messo a governare la Sicilia e l'esercito ivi disposto contro i Vandali; dappoi, occupata la provincia della Dalmazia, si intitolò patrizio dell'Occidente, e andando in corso per l'Adriatico, infestava le coste d'Italia e d'Africa. Egidio, maestro della milizia nella Gallia, si chiarì nemico agli uccisori di Magioriano, e con forte esercito si rese formidabile: presso Orleans sconfisse gl'imperiali e minacciò l'Italia: nè forse Ricimero seppe disfarsene altrimenti che col veleno.
Anche Beorgor re degli Alani era sceso in Italia (464), ma sotto Bergamo toccò una sconfitta sì piena, che dopo d'allora più non trovasi mentovata quella gente. Genserico, non fiaccato dalla grave età, usciva ogni primavera con grossa flotta dal porto di Cartagine, e se il piloto gli chiedesse ove drizzar la prora, rispondeva: — Ove soffiano i venti, che ci porteranno al lido cui la divina giustizia voglia punire». Quanto bagna il Mediterraneo fu infestato da' costui ladroni, i quali, non avidi di gloria ma di bottino, sfuggivano d'affrontare eserciti in campagna, o assaltar fortezze; e sui loro cavalli battuto il litorale e rapitone il bello e il buono, si rimbarcavano. Ricimero, sprovveduto di forze navali, dovette lasciare che gl'italiani ricorressero alla mediazione dell'imperatore di Costantinopoli.
Questi spedì ambasciatori a Marcellino, che, pago di vedersi con tal atto riconosciuto sovrano della Dalmazia, promise restar quieto. Genserico, al contrario, alzava le pretensioni, e pretendeva che suo cognato Olibrio fosse elevato augusto; ma in vece sua, dopo diuturna vacanza, fu gridato Procopio Antemio (467 — 12 aprile), galata di nazione, uno de' più illustri privati dell'impero Orientale, e genero dell'imperatore Marciano. Mosso da Costantinopoli con molti conti e con piccolo esercito, entrò in Roma trionfalmente, e senato, popolo, federati approvarono la scelta. Ricimero, che nella vacanza avea continuato da padrone, volle gli sposasse una sua figlia, e splendidissime celebraronsi le nozze. Antemio, lasciando Costantinopoli, avea ceduto la sua casa per farne un bagno pubblico, una chiesa, un ospizio pei vecchi: pure in Roma tollerò sì gli avanzi del paganesimo, sì gli eretici, e nel fôro Trajano rinnovò l'antica cerimonia del manomettere i servi colla guanciata, «pronto (diceva il suo panegirista) a sciogliere gli antichi schiavi e farne di nuovi»[311].
Leone imperatore d'Oriente adoprò allora le sue forze e centrentamila libbre d'oro per isbrattare dai Vandali il Mediterraneo; il patrizio Marcellino, colle sue navi avvezze a corseggiare, li snidò di Sardegna; Basilisco, fratello dell'imperatrice d'Oriente, comandava la flotta di mille centredici navi, e più di centomila fra soldati e ciurma: ma Genserico trovò ancor modo di gettar le fiamme nella flotta, sicchè i due Imperj videro andar col fumo un armamento che gli avea spossati. Basilisco, con appena mezze le navi, fuggì a Costantinopoli; Marcellino si ritrasse in Sicilia, dove cadde assassinato; e Genserico tornò despoto del mare, aggiunta anche la Sicilia al suo dominio, mentre l'Impero perdeva tutte le provincie d'oltr'Alpe.
Ricimero, non trovando Antemio abbastanza ligio, si ritirò da Roma a Milano, e intendendosela coi Barbari, minacciava guerra civile, se Epifanio vescovo di Pavia non fosse riuscito a conciliare l'imperatore di nome con quello di fatto. Ma il barbaro patrizio covava l'astio; e raccolto un grosso di Borgognoni e di Svevi, negò di più obbedire all'impero greco e all'eletto di quello, e proclamò Anicio Olibrio. Questo senatore, della più illustre famiglia romana, avendo sposata Placidia, ultima figlia di Valentiniano III, vantava ragioni al trono; e come cognato di Genserico, aveva l'appoggio di questo: lasciati gli ozj di Costantinopoli, dove era fuggito da Roma dopo il saccheggio di Genserico, sbarcò in Italia, e fu portato da Ricimero verso l'antica metropoli. Il senato e parte del popolo stavano per Antemio, e sostenuti da un esercito goto o gallo, tre mesi resistettero; ma una forte fazione repugnava a quell'imperatore, greco d'origine e poco zelante della fede; talchè Ricimero prevalse (472 — 11 luglio), fece trucidar l'imperatore suo suocero, e col saccheggio satollò le milizie.
Dopo poche settimane Ricimero stesso moriva, cessando di sovvertire l'Impero, e lasciando l'esercito al nipote Gundibaldo principe de' Borgognoni. Olibrio anch'esso non sopravisse che sette mesi; e l'imperiale corona fu usurpata da un Flavio Glicerio (473), non sappiamo quale; poi da Leone imperatore di Costantinopoli data a Giulio Nepote, successo allo zio Marcellino nella sovranità della Dalmazia (474). Condottosi in Italia, e quivi agevolmente mutato in vescovo il competitore Glicerio, riconfortò di qualche speranza l'Impero cadente. Ma da lontano Eurico re dei Visigoti lo costrinse a cedergli l'Alvergna; da vicino i Barbari federati, insorti sotto Oreste, marciarono da Roma a Ravenna (475 — 28 agosto). Fuggì al loro avvicinarsi Giulio, e abdicandosi d'un trono che fa meraviglia come ancora trovasse aspiranti, visse nel suo principato della Dalmazia, ove quattro anni appresso fu assassinato da due cortigiani di Glicerio.
Oreste, figlio di Tatullo, avea servito da segretario ad Attila e da suo ambasciadore a Costantinopoli. Morto il terribile padrone, ricusò obbedire ai figli di esso nè ai Visigoti; e raccozzato uno sciame dei Barbari che seguivano il Flagello di Dio, massime Eruli, Scirri, Alani, Turcilingi e Rugi, li menò al soldo di Roma col nome consueto di federati. Gl'imperatori per paura e necessità lo contentarono di regali e di gradi, fin a intitolarlo patrizio e generale. Infido ajuto, poichè, acquistata autorità su quella sua banda, come uomo sicuro ch'egli era e loro compatrioto e vivente al modo stesso, gl'indusse a scuotere l'obbedienza, e gridar imperatore suo figlio Romolo Augusto (476 — 28 8bre), vezzeggiato in Momillo Augustolo.
Quelle ciurme raccogliticcie, recandosi a vile un imperatore ch'era loro creato, pretendevano facesse ogni loro talento, aumentasse paghe e doni; anzi, invidiando i Barbari che aveano già acquistato ferme stanze nella Gallia, nella Spagna, in Africa, domandarono anch'essi un terzo delle terre italiane. Oreste negò contentarli della domanda; ma essi trovarono chi gliela esaudì.
Collega di Oreste nell'ambasceria d'Attila a Costantinopoli era stato un Edecone, il cui figlio Odoacre, senz'altro retaggio che il proprio valore, l'adoprò alla rapina e a servire chi lo pagasse, pensando farsi buona parte fra le tempeste d'allora. Errò qualche tempo nel Norico; poi calato nel bel paese, e udito i federati mormorare pel rifiuto d'Oreste, — Io v'accorderò quanto bramate, purchè a me vogliate sottomettervi». Accorsero a gara sotto le bandiere di esso (476), che senza contrasto giunse fino all'Adda; preso Oreste in Pavia, lo mandò a morte; avuta compassione o disprezzo dell'imbelle Augustolo, sol notevole per giovanile bellezza, gli assegnò seimila monete d'oro l'anno; e Luculliano, villa sul delizioso promontorio di Miseno, fabbricata da Mario, abbellita da Lucullo con tutte le arti di Grecia, poi gradita campagna degl'imperatori, indi nelle invasioni mutata in fortezza, diveniva asilo dell'ultimo successore d'Ottaviano.
A che serviva omai questa dispendiosa dignità d'imperatore? Adunque, sotto dettatura del Barbaro, il senato scrisse all'imperatore Zenone a Costantinopoli: — Non intendiamo continuare più oltre la successione imperiale in Italia; basta la maestà d'un solo monarca a difendere l'Oriente e l'Occidente; sia dunque Costantinopoli sede dell'impero universale; a tutelare la repubblica romana rimarrà Odoacre, cui ti preghiamo concedere il titolo di patrizio e l'amministrazione della diocesi italica». Zenone esitò; e nel giovane figlio di Oreste, in cui per bizzarro caso si univano i nomi del primo re e del primo imperatore romano, terminò l'impero d'Occidente, 476 anni dopo Cristo, 1229 dopo la fondazione della città, 507 dopo che la battaglia d'Azio vi stabilì il dominio d'un solo. Roma aveano governata in prima sette re, poi quattrocentottantatre coppie di consoli, infine settantatre imperatori.
E qui si chiude la storia di Roma: storia la più importante del mondo, non solo per noi, che viviamo sul suolo stesso, e che possiamo ed affacciarla a chi ci chiama nazione molle, e tenercene obbligati ad essere grandi noi pure, sebbene in modo diverso; ma anche per le lezioni, di cui l'incremento, la grandezza, il dechino di essa sono fecondi a chi guarda l'uomo, e la potenza di lui ammira meno nelle violenze della forza, che nelle lente conquiste del diritto. Poi quella storia si mescola a tutte le posteriori, giacchè gli Stati successivi d'Europa sono romano-germanici, e molti fatti trovano in quella o la spiegazione o l'esempio. E noi, credenti e speranti che l'uman genere progredisca imparando e migliorando, noi severi scrutatori delle virtù romane, noi proclameremo come una delle più belle glorie italiane l'immensa efficacia che Roma esercitò agli avanzamenti di quello.
Dalla rupe Tarpea i Romani guardavansi come una gente privilegiata che non si conosce alcun obbligo morale colle altre, tutte barbare, predestinate al ferro de' guerrieri e all'ingordigia de' proconsoli, i quali, tra un parco di schiavi, in una miniera di denari qual è il mondo straniero, procedono come il dio Marte lor progenitore, intimando — Guai ai vinti». Un popolo che non intendeva la proprietà, non la libertà; che disciplinato soltanto per la guerra anche nella pace, lottava onde ripartirsi la preda; che il patriotismo riponeva non tanto nell'amar la propria, quanto nell'odiare le altre nazioni; che facevasi gloria dello sterminio; che unico mezzo di sussistenza considerava la dilapidazione, la rapina, la schiavitù, parve ad alcuni null'altro che abbominevole, mentre altri ne deducevano falsi concetti di gloria, e il vanto delle guerre ambiziose e dei colpi robusti, e la giustificazione dell'esito.
Ma colla smania o piuttosto la necessità delle conquiste, i Romani arrestavano l'indefinito suddividersi dei popoli, introducevano qualche ordine nel caos delle genti antiche; per modo che quelle che prima non si conoscevano che per cozzarsi e distruggersi, si trovassero strette nell'unità della forza prepotente, poi della legge e dell'amministrazione.
In tutta la società antica non si erano vedute fin allora che comunità di pochi, o accidentale aggregazione di molte comunità, dominate da una sola, e pronte a sconnettersi: Roma sola faticò all'opera eminentemente italiana di unire; ed organizzatrice anche al tempo di sua decadenza, colla spada ravvicina elementi disparati; per conservarli introduce unità di governo, principj di equità, nozioni di diritto; vuole assimilarsi il mondo, impresa mai più tentata, e formare una patria, una città; allo sfrazionamento de' Comuni sostituisce l'idea di nazione; agl'individui surroga un popolo, un popolo re; spezza mille barriere, frapposte alle genti; innesta civiltà dissomigliantissime, sicchè l'una all'altra profitti. In quell'espansione il Britanno del pari e l'Etiope si trovarono concittadini; si estesero la lingua, l'arte, la legislazione romana; anzi ne' paesi sottoposti quasi d'altra civiltà non ci fu tramandata memoria che della romana; e i Balbi di Napoli, i Virj e i Plinj di Como, i Nepoti e i Catulli di Verona, i Severi di Trieste, i Fabj di Brescia, i Sergj di Pola sono romani; come sono inglesi tutti i nomi segnalati nell'Unione americana.
Ma fondere non poteva Roma, essa medesima mancando di quell'unità, superiore alle contingenze umane, nella quale soltanto possono i popoli affratellarsi, e costituire una dinastia di nazione, non più regnante per la forza ma per l'intelligenza. La necessità di questo grande eguagliamento non era predetta dalle Sibille, non l'avvisavano filosofi nè statisti, irritavansi anzi coi Cristiani che la predicavano; sicchè Roma moriva persuasa della propria immortale sovranità; moriva per la forza, essa che di forza era vissuta.
Moriva, ma dopo che, venendo ultima degli antichi popoli, seppe profittare dell'esperienza di tutti, sistemarla col senso legale, sublimarla col cristianesimo; moriva, ma un immenso retaggio lasciando all'avvenire. La sua supremazia assicurò il primato dell'Europa sul resto del mondo, giacchè, in qualunque parte essa arrivò, stabilì città donde s'irradiava l'incivilimento, e che dapprima fissarono al terreno l'onda dei Barbari, più tardi coi vescovi e coi Comuni poterono frangere la tirannide feudale. I reggimenti municipali dall'impero istituiti o regolati, restarono, almeno ne' paesi non occupati dai Longobardi; e sebbene si restringessero a semplice amministrazione, misti ad elementi settentrionali, e vivificati dalle ecclesiastiche immunità produssero i Comuni del medioevo e la più gloriosa età dell'Italia. Già era non solo nata, ma svolta la più parte delle idee destinate a vivere nella società nuova; il primato pontifizio, la solitaria operosità de' monaci, il rinnovamento dell'arte, la lingua vulgare, perfino la scolastica, perfino la filosofia della storia con sant'Agostino. La letteratura latina, per quanto di fioritura breve, più di qualsiasi ebbe durata ed estensione, perocchè si collocò accanto ad ogni altra nazionale, educando i nuovi popoli europei, che tutti ne desunsero qual più qual meno il carattere: l'Omero dei mezzi tempi facevasi guidare da Virgilio traverso al miracoloso viaggio, col quale esordiva al volo delle letterature moderne.
Quell'idioma, universale alla Chiesa universale, depositaria privilegiata della civiltà e del sapere, viepiù veniva opportuno nell'ignoranza, e nelle scarse comunicazioni d'allora; e modificando i prischi dialetti, generò le nuove favelle, che sono un latino corrotto, rigenerato da spirito analitico e flessibile; più logiche se meno maestose, più limpide se meno poetiche.
Le leggi di Roma, perchè dirette al mondo intero, aveano meno dell'arbitrario e del particolare; e in canoni generali dominano i costumi e le credenze tutte; tutti i fatti sociali, tutte le differenze riconducono ad unità di principj. In conseguenza si adattano anche all'avvenire, e mantenute in prima e modificate nella Chiesa, poi introdotte nelle scuole e nella società secolare a dar norma agli atti, alle transazioni, ai contratti, offrirono grandiosi modelli d'ordine e di equità; la legislazione moderna s'affisse al diritto romano come al suo principio, spesso come a suo testo; man mano che si scioglie dai vincoli feudali, la proprietà torna a regolarsi alla romana; il nostro ordinamento amministrativo è istituzione romana acconciata a governi temperati: sebbene sia vero che talvolta quegl'istituti divennero ceppi a coloro che non sanno ammirare senza voler imitare.
Il concetto di un potere centrale, che tutto muova e governi, fu trasmesso da Roma, parte coll'amministrazione sopravissuta, parte nelle ricordanze: i popoli barbari l'ammiravano, pur senza forza o sapienza bastante a raggiungerlo; e di esso fu merito se un impero cristiano rivisse sotto Carlo Magno, se alle sfrantumate giurisdizioni feudali riuscirono legisti popolani ad opporre la liberale perchè tutrice preponderanza d'un'autorità suprema.
Così Roma, perduto lo scettro della forza, afferrerà quello del pensiero; dopochè per cinque secoli fu centro dell'unità materiale e della forza politica, lo diverrà della forza spirituale e dell'unità intelligente; papi e imperatori aspireranno alla primazia per memoria di Roma, mentre il servo invocherà nell'emancipazione d'essere dichiarato cittadino romano; sicchè quella città per nuova via tornerà a mettersi a capo dell'incivilimento, in una grande unificazione, che non abolisca le nazionalità particolari, le provincie, i Comuni, ma dia vita alla nazione cristiana, la quale sarà la più civile; e fondata sul dogma dell'eguaglianza delle anime, cioè sull'unità d'origine, di redenzione, di fine, più non retrocederà, e nella quale la potenza che regola i corpi non potrà nulla sugli spiriti. Stupendi frutti della romana sapienza, dacchè fu fecondata dal cristianesimo, che, cancellando le idee ingiuriose a Dio, cancella pur quelle ingiuriose all'uomo.
FINE DEL TOMO QUARTO E DEL LIBRO QUINTO