V.
Il giorno dopo il signor Carlo andò all’Hôtel Brun a vedere il Conte. Trovò un giovane di maniere cortesi, gioviale, facilone, all’apparenza sincerissimo. Sulla partita interesse, non ci volle gran tempo a intendersi, perchè la famiglia della moglie era larga nel concedere. Dal canto suo egli, dichiarandosi stanco di quella vita irregolare e desideroso di riunirsi a sua moglie, lasciò anche abbastanza travedere ne’ suoi discorsi che quelli dell’interesse, se erano forse i più forti, non erano però i soli argomenti che lo tiravano a riconciliarsi con la “sua cara Giulia„. Nell’abbandono del dialogo, il giovinotto disse al signor Carlo:
— Io riconosco di aver dei torti gravi verso mia moglie. E tanto più sono franco a confessarli e a dolermene, quanto maggiore è in me la sicurezza che Giulia mi ama e non ha mai cessato d’amarmi. Io ne ho la prova....
— Ah?!...
— Sì, ne ho la prova. Con avvocati e medici non si debbono aver segreti. Guardi....
E trasse fuori dalla tasca interna dell’abito una busta grande di carta, che porse sorridendo al signor Carlo. Conteneva parecchie lettere di Giulia inviate al marito durante i cinque anni della separazione, a intervallo di qualche mese ognuna.
L’avvocato, dissimulando l’emozione, si mise a scorrere quelle lettere.
Erano tutto un discorso malinconico sulla vita solitaria di lei. — Niente la divertiva, niente la distraeva. Le amiche la mortificavano coi compianti importuni e le domande indiscrete. Degli amici poi, alcuni la seccavano facendole la corte, alcuni altri offrendosele a confidenti e perfino a mentori!... Poi, di tanto in tanto, un pensiero fugace alla felicità perduta, una gentile sollecitudine di donna per la vita raminga e disordinata ch’egli menava; una espressione di tenerezza temperata di riserbo e di rimprovero.... Un vago accenno di speranze per l’avvenire. — Tra le lettere c’era anche un ritratto di Giulia in fotografia. Quello stesso che ella aveva donato al signor Carlo e che egli teneva, inquadrato, nella sua stanza. Glie lo avea mandato, scrivendogli che era l’unica copia, che l’aveva ordinata esclusivamente per darla a lui, e che aveva obbligato il fotografo a distruggere la negativa....
Non volle più vedere oltre, e rimise lettere e ritratto nella busta, masticando qualche frase di complimento. Il Conte con ogni cortesia lo ricondusse fin sullo scalone e all’atto d’accomiatarsi gli disse, ridendo:
— Ma sa lei che Giulia s’è fatta molto più bella in tutto questo tempo? L’ho vista ieri al Giardino Pubblico e ne sono rimasto proprio incantato.... Tanto meglio, non è vero?....
E lo lasciò con una lunga stretta di mano.
Quell’ultima rivelazione fu pel signor Carlo più che un dolore. Essa metteva un acre risentimento d’offesa nell’animo dell’amante ingannato. E in lui principiò a ribollire sordamente il desiderio vendicativo.
E pensava; quella voce interiore che gli aveva imposto d’accettare un così strano e doloroso ufficio, era dunque stata una voce profetica! Era dunque fatale che egli arrivasse a vedere tutta e nuda la miserabile verità intorno a Giulia, intorno alla donna per la quale egli, cieco, tante volte avrebbe dato con gioia la vita!... E questa verità, senza aver forza di uccidere la passione, era come un caustico mordente che la ricercava tutta e struggeva quanto era in essa di morbido, di mite, di sottomesso; e la riduceva ad una specie di scheletro animato, forte, fiero e minaccioso.
Entrato nella sua stanza ruppe il cristallo del quadro che conteneva le fotografie; prese quella di Giulia e la fece in quattro pezzi. Cavò poi da uno stipo un grosso fascio di lettere e, messo ogni cosa sul caminetto, vi appiccò il fuoco. La fiamma azzurrognola ardeva silenziosa nella luce del giorno. Il signor Carlo stette a guardarla fino all’ultimo; e intanto gli pareva di sentirsi risuonare dentro una voce:
— Vai avanti, giustiziere!