DCCCCLXVIII

Anno diCristo DCCCCLXVIII. Indiz. XI.
Giovanni XIII papa 4.
Ottone I imperadore 7.
Ottone II imperadore 2.

Ci resta la descrizione dell'ambasciata fatta da Liutprando vescovo di Cremona a Niceforo Foca imperadore di Oriente, a nome dei due Ottoni imperadori d'Occidente [Liutprandus, in Legation.], ed è un pezzo stupendo per que' secoli d'ignoranza, che fa più che mai conoscere quanto fosse spiritoso e lepido l'ingegno di questo vescovo. Giunse egli nel dì 4 di giugno del presente anno a Costantinopoli; fu mal ricevuto, maltrattato in varie maniere a quella corte. S'ebbe a male Niceforo Foca che Ottone s'intitolasse imperadore de' Romani, perchè, secondo lui, dovea chiamarsi solamente re, pretendendo riserbato a sè solo il titolo d'imperadore: pretensione che saltò fuori anche a' tempi di Lodovico II imperadore. Andò parimente in furia contra di papa Giovanni, il quale avea spedito anch'egli de' legati con lettere esortatorie per le nozze proposte con Ottone II chiamato imperadore. Ma quel che più scottava il greco Augusto Niceforo, a noi dipinto (non so se con tutta verità) da Liutprando come uomo a cui niun vizio mancava, era l'aver già inteso che i principi di Benevento e di Capua, in addietro vassalli e tributarii dei greci imperadori, si fossero sottomessi all'imperadore Ottone; e tanto più perchè era insorta paura che Ottone potesse e volesse anche toglier ai Greci gli stati dipendenti da essi in Puglia e in Calabria. Si vede da questa relazione che Adalberto e Corrado figliuoli del già re Berengario, erano ricorsi alla corte greca, e le faceano credere d'avere in Calabria o in Puglia sette mila corrazzieri da unire coll'armata navale che Niceforo pensava di spedire in Italia contro gli sforzi d'Ottone Augusto. Fra le molte insolenze, vanti e spropositate cose che Niceforo imperadore, o i suoi ministri dissero a Liutprando, il più ridicolo fu l'aver eglino preteso, che se Ottone voleva pure per moglie del figliuolo la regal principessa greca Teofania, avesse da cedere al greco augusto l'esarcato di Ravenna, Roma col suo ducato e il resto del paese, cioè Benevento e Capua, sino ai confini degli stati goduti dai Greci in Puglia ed in Calabria. Oppure, se cercava solo amicizia, senza trattar di parentela, che lasciasse libera Roma, cioè ch'egli si spogliasse del titolo e diritto imperiale sopra di Roma. Poichè per altro intendeva il greco imperadore di restituire ai papi tutto quel che loro era dovuto, purchè potesse ricuperare la sovranità sopra di Roma, e l'antica pretesa autorità nell'elezione dei nuovi papi. In questo mentre avvertito l'imperadore Ottone dell'indegno ricevimento del suo ambasciatore in Costantinopoli, e che Niceforo in vece di pace voleva guerra, e dava ricovero ad Adalberto e Corrado nemici suoi, e metteva in ordine una flotta, per inviarla contra di lui in Italia: vedendosi invitato al suo giuoco, senza perdere tempo, andò a mettere il campo sotto Bari, città allora sottoposta ai Greci. Di questo assedio fa menzione lo stesso Liutprando, ma con soggiugnere che alle sue preghiere Ottone l'avea poi levato:

Induperator enim Barium conscenderat Otto,

Caede simul, flammisque sibi loca subdere tentans

Sed precibus remeat romanas victor ad urbes

Inde meis:

Si dovea trovar in affanni Liutprando al veder cominciata la guerra, quand'egli era tuttavia in mano de' Greci che poteano voler vendicarsi sulla di lui persona. L'Anonimo salernitano [Anonymus Salern., P. II, tom. 1 Rer. Ital.] scrive che Ottone Apuliae fines venit, et valide eam dimicavit, et civitatem Bari aliquantulum obsedit, et quantum valuit undique constrinxit. Forse interpretando il Sigonio [Sigon., de Regno Ital. lib. 7.] alcune parole di Sigeberto storico, prese occasione di scrivere che i principi di Benevento e Capoa, ribellatisi ad Ottone, furono in aiuto de' Greci, e che dipoi astretti dalla forza tornarono all'ubbidienza dell'imperador latino. Ma Liutprando nella relazion della sua ambasciata, e i placiti di Pandolfo, da me rammentati all'anno precedente, fanno abbastanza intendere che esso Pandolfo e Landolfo suo fratello osservarono una buona armonia coll'Augusto Ottone, nè punto a lui si ribellarono in questi tempi. Cosa operassero in congiuntura di tali turbolenze i due figliuoli del fu re Berengario, non apparisce. Arnolfo storico milanese del secolo susseguente racconta [Arnulf., Hist. Mediolan., lib. 1, cap. 8, tom. 4 Rer. Ital.] che Corrado, si quietò, perchè Gotifredo creato dipoi arcivescovo di Milano nell'anno 975, oppure Ottone II imperadore gli dovette accordar qualche stato o pensione. Ma Adalberto non volle mai ascoltare trattato alcuno d'accordo, e finchè visse fu in armi contro gli Ottoni Augusti. Dei figliuoli di Berengario così scrive il suddetto Arnolfo storico: Quorum Widone interfecto, Conone pactione quieto, Adelbertus ceteris animosior diebus vitae omnibus factus est in diversa profugus. Contra di questi ebbe molta guerra il suddetto Gotifredo arcivescovo di Milano, siccome prelato molto fedele agl'imperadori Ottoni.

Appartiene all'anno presente, e non già all'antecedente, come immaginò l'Annalista sassone, una lettera scritta da Ottone primo Augusto ai baroni di Germania XV kalendas februarii in Campania juxta Capuam, e riferita da Witichindo [Witichindus, Annal., lib. 3. Annalista Saxo.], in cui fa loro sapere che aspettava gli ambasciatori del greco imperadore, con apparenza che venissero a chieder pace. Ma se altramente accadesse, sperava di tor loro coll'armi la Puglia e la Calabria. Che se poi si accordassero, e gli concedessero la moglie richiesta pel figliuolo, allora egli pensava di passare colle milizie sino a Frassineto, per isnidar di colà i Saraceni spagnuoli. Pareva che, secondo la relazion di Liutprando [Liutprand., Hist. lib. 5, cap. 5 et 7.], da noi veduta di sopra all'anno 942, avessero i Mori abbandonato quel sito; ma di qui si scorge che tuttavia ne erano in possesso, e che i lamenti dei popoli circonvicini aveano mosso l'animo di Ottone il Grande a liberarli da que' malandrini: il che poi non eseguì per la guerra insorta coi Greci, e per altri disturbi suoi. In fine d'essa lettera scrive Ottone: Filius noster in Nativitate Domini coronam a domno Apostolico in imperii dignitatem suscepit: parole che compruovano scritta quella lettera nel gennaio dell'anno presente. Nel dì primo di luglio parimente di quest'anno diede esso imperadore in favore del monistero di Monte Casino un diploma, accennato da Leone Ostiense [Leo Ostiensis, Chron., lib. 2, cap. 4.] e pubblicato dal padre Gattola [Gattola, Histor. Monaster. Casinens. P. I.], con queste note: Data die kalendas julias anno dominicae Incarnationis nongentesimo sexagesimo septimo, imperii vero domni Ottonis serenissimi Caesaris septimo, Indictione XI. Actum in Monte, ubi Staphulo Regis dicitur. L'anno VII di Ottone coll'indizione XI chiaramente indicano l'anno presente 968, e pure ivi si legge 967. Altro non si può pensare, se non che o il documento non sia autentico, e che l'antico copista sbagliasse scrivendo nongentesimo sexagesimo septimo in vece di dire octavo, oppure disattentamente copiasse il numero romano DCCCCLXVIII tal quale forse stava notato nell'originale; oppure che il cancelliere abbia fallato nell'anno, e forse anche nel nome del luogo il quale in un altro diploma, dato da esso Augusto al monistero di San Vincenzo del Volturno nel dì precedente di questo medesimo anno, vien chiamato Stabulum Regis. Le note di quest'altro diploma sono [Chron. Volturn., P. I, tom. 2 Rer. Ital.]: Data pridie kalendas julias, anno dominicae Incarnationis DCCCCLXVIII, imperii vero domni Ottonis serenissimi Caesaris septimo, Indictione XI. Actum in Monte, ubi Stabulo Regis dicitur. Di simili sbagli commessi nelle segreterie e cancelliere de' principi, ne abbiamo più di un esempio; ed io tengo un breve originale di Sisto IV papa, scritto pontificatus nostri anno tertiodecimo, die VII aprilis MCCCCLXXXXIIII, quando ha da essere MCCCCLXXXIIII. Sul fine di quest'anno tornò indietro dalla sua ambasciata Liutprando vescovo di Cremona, mal soddisfatto dei Greci, e più del loro imperadore. Venne anche a morte Landolfo III principe di Benevento a Capoa [Peregrinus, Hist. Princip. Langob., P. I, tom. 2 Rer. Ital.]. Benchè lasciasse figliuoli, suo fratello Pandolfo Capodiferro occupò tutti gli stati dianzi da lui posseduti, con che crebbe di molto la di lui potenza. In questi tempi fu creato duca di Amalfi Mastaro juniore, fratello del precedente Mastari, e tenne quel governo solamente quattro anni, come si ricava dalla Cronichetta amalfitana, da me data alla luce [Antiquit. Ital., tom. 1, pag. 120.].