IX.

GLI AMORI

*

O felice la Grecia! Sensüale
E puro insieme per la forma pura
Vi librava l'amor le rapid'ale.
Ignorando i tormenti e la paura.

O sereno l'amor che ingenuo assale,
Che Orazio canta in seno alla natura,
Scandendo il verso dolce ed immortale
E bevendo il falerno fuori mura!

Il cielo sorrideva e il lieto sole
Irradïava la beltà pagana,
E musica sembravan le parole.

Là nel bosco s'udia passar Dïana…
E Afrodite che regna dove vuole
Era indulgente per la stirpe umana.

* *

E nella ferrea età medioevale
Dalle barbare pugne e dai portenti,
Tra i fati avversi ed i furor cruenti,
Crescea pallido il fior dell'ideale.

Sostenea ne' perigli e negli stenti
Il giovin paggio una cura immortale;
Ei tenea chiusa nel cuore leale
La bella fede de' suoi dì ridenti.

Un sorriso bastava. Egli moriva
Per la divisa sovra il brando scritta,
—O se tornava alla natìa sua riva

Per più non ritrovar la derelitta,
Il vecchio cavaliero ancor sen giva
Con la corazza da uno stral trafitta.

* * *

Poi divenne l'amor falso, elegante,
Al dolore ribelle e insiem crudele;
E se restava un core ancor fedele
Pareva in uggia al secolo incostante.

Il convento s'apriva a qualche amante
Sconsolata, e chiudevasi.—E le vele
Verso Citera vôlte al suono de le
Vïole seguitava il trionfante

Tragitto il bel navilio pien di suoni,
Dai cordami di seta rispondenti
Come corde di cetra alle canzoni.

Le donne artificiose e sorridenti
Scordavano le labili passioni
Col core pronto ai capricciosi eventi.

* * * *

Nella vita moderna comprendiamo
La storia tutta degli amor passati.
—Dal dì che ingenuamente il motto: t'amo
Diciam, la prima volta innamorati,

Non sentiam solo in noi l'antico Adamo,
Ma insieme al suo l'amor di tutti i vati,
Il desir forte ed il languire gramo
Del mesto cor, dei sensi inacerbati.

Nell'estasi più pura che levarne
Può fino al cielo, pur sentiamo invisa
La colpevol memoria della carne:

Nel loto ove sguazziamo in bassa guisa
Un pensiero risorge a tormentarne,
E sogniam d'Abelardo e d'Eloisa.