VIII.

SEMPER ET UBIQUE

L'amour pleure en tout temps et triomphe en tout lieu.
VICTOR HUGO

A GIOVANNI CAMERANA

*

A me, stupito, apparve un giovinetto
Coronato di rose il crin ricciuto.
Mi sorrise e guardò, ma stette muto
Al mio cospetto.

Pareva, fatto ver, sogno d'artista
Da ingelosir Pigmalïone o Apelle;
E gli occhi suoi parean due nere stelle
Senz'ombra trista.

Pieno d'incanto era il suo bel sorriso,
Fatte pei baci le sue labbra rosse,
Armonïose le leggiadre mosse,
Fulgido il viso.

La sua tunica bianca a liste aurate
Lasciava nude le marmoree braccia;
Sul volto suo non si vedeva traccia
D'ore passate.

Vuote le mani, senza flauto o lira,
Pur silente sembrava ch'ei cantasse
Con la presenza sua—e l'alme lasse
Togliesse all'ira,

Alle lotte, ai dolori, ai desìr vani
Con la purezza del sereno sguardo.
—E compresi ch'egli era a parlar tardo
Per gaudi arcani.

Ed ei lieto tacea. Ma alfine io lessi
—Interpretando l'occhio che parlava
I segreti dell'alma allegra e schiava
Sul fronte impressi.

E diceva il suo sguardo: È senza inganni
La vita, e il cielo ognor ride ai mortali!
Più non invidio ai cherubini l'ali:
Ho diciott'anni.

Il mondo è mio, il piano e la foresta;
I vezzosi giardini e i verdi colli
Già mi donaron tutti i fior che volli
Per farmi festa.

Mai non si stanca questo piede e varca
Il monte che conduce all'alta mèta;
E non invidio alcun, prence o poeta,
Dotto o monarca.

Ed ignoro le voglie ambizïose,
Non mi curo d'imperio o di potenza,
Sprezzo i tesori, e d'oro so far senza
Perchè ho le rose.

Parlo tacendo e regno senza spada
E rinnegar la gioia mia non voglio,
Ma il segreto svelare dell'orgoglio
A ogni contrada:

Sono superbo perchè sono vinto
Dalla fragile man d'una fanciulla;
E mi tien quella man che si trastulla
Di fiori avvinto.

Ella è candida e bionda, alta e sottile
Nella maestà delle nascenti forme,
Divine son de' brevi piedi l'orme
Sul suolo vile.

Lo sguardo suo celestïale è pieno
Di ricordi di cielo e di speranze,
E le vïole acquistano fragranze
Sovra il suo seno.

E nel sentiero ombroso ed appartato,
Sotto le piante antiche ed indulgenti,
Passiamo uniti lungi dalle genti
A lato a lato—

Ciò diceva il suo sguardo, e lo splendore
Crescea della pupilla e del sorriso…
Aprì la bocca alfine, e d'improvviso
Mormorò: «Amore…»

* *

Obliai questo sogno. I giorni grigi
Uniformi passavan senza eventi;
E stetti a lungo ascoltando i concenti
Del perenne tumulto di Parigi.

Vivevo assorto tra i rumori strani
Della vita febbrile affaccendata,
Dimenticando l'ora, il dì, la data,
Noncurante dell'oggi e del domani.

Era bel tempo—ed il cangiante smalto
Del ciel verdastro e grigio verso sera
Facea parer tutta la folla nera
Che passava serrata sull'«asfalto».

Un dì, seduto in mezzo al gran frastuono
Dell'ampia via su cui l'ombra scendea,
Sognavo senza concretar l'idea
Mentre coi lumi già cresceva il suono.

Sorgevan vaghe imagini riflesse
Dalla svariata scena a me davanti:
Studïavo la storia dei sembianti,
Le intere vite in un sol gesto espresse.

E quella via era teatro e specchio.
Ma a un tratto si fissò la mia attenzione
Sovra d'un uom che fra tante persone
Umil passava e dispregiato: un vecchio.

La barba grigia avea lunga ed incolta,
E come giunto a qualche passo estremo
Stanchissimo pareva e quasi scemo,
Qual chi non parla mai e rado ascolta.

Smorte, scarne le guancie, incerto il passo,
A brandelli le vesti, e tremolanti
Le magre mani, ei si fermò davanti
A noi, guardando indifferente e lasso.

Lo spingeva la folla ed i monelli
Al cencioso beon davan la baia,
Si scostava la dama e l'ambubaia,
L'insultavano i ricchi e i poverelli.

Ei non se ne accorgeva, e tra le rozze
Spinte d'ognun mangiava un po' di pane,
Proprio sul passo delle cortigiane,
Tra il continuo rumor delle carrozze.

Mi vide, mi fissò nel viso, e fosse
Ch'egli scorgesse in me pietà od ingegno,
Si raddrizzò, guardò, cambiò contegno,
Sorrise mestamente, e non si mosse.

Oh! qual tristezza in quello sguardo spento!
Quanta miseria nell'aspetto affranto!
Quanta eloquenza in quelle rughe, e quanto
Dolore in quella bocca senz'accento!

Vi si leggevan vergognose doglie,
E forse—orrende malcelate impronte
D'anni passati tra rimorsi ed onte—
Ebrezze trangugiate e morte voglie.

Nella moderna ed acre poesia
Di quella strada pazza e fragorosa,
Quale contrasto nella orribìl prosa
Del misero che soffre e non desìa!

Tra la lotta malsana dei piaceri,
In quella gara delle immonde brame,
Null'altro egli sentiva che la fame
E non avea ne sensi nè pensieri.

Gli diedi una moneta e domandai
Più con lo sguardo assai che con un motto
Come si fosse in tal stato ridotto,
Per qual sequela di sventure e guai.

Allor la sua pupilla ebbe un bagliore,
Crollò il capo scotendo il bianco crine,
E con la rauca voce disse alfine
Una parola sola: «Amore, amore…»