LUCRETIA CUOCA A M. FULVIA BELINCINA.
Voi mi scrivete d'haver inteso che io hò un'unguento buono per le rappe che vengono alle vecchie, io non adoperai mai al mio vivente cotal cose, non tanto per non haverne havuto bisogno, quanto che sempre mi spiacquero le cose sophistiche & apparenti. sappiate pur M. mia che per levar le rappe non si levano gli anni se le ci sono, non si doverebbono ne anche togliere, acciò ne fussero un salutevole ricordo d'haver tosto a mutar albergo. Siamo pur nel vero insatiabili, non vogliamo morir giovani, & non vogliamo doventar vecchie. vedete che bestialità è la nostra: sapete quel che mi credo di queste madonne, che vorrebbono al dispetto del tempo parer fanciulle? credo io (& perdonatemi se vi offendo) credo che habbino voglia di vivere da giovanette & scapestratamente. Cosi dico d'alcuni galant'huomini che si tingono le barbe, pensate pur da voi stessa che se non sono fedeli nel pelo, cosa di si poco momento, quel che saranno nel resto, & quanto sia da fidarsi di loro? ma non voglio per hora predicar ne a voi, ne ad altri, io non sono la Contessa di Guastalla, ne la stigmatica Camilla, ma pur poi che tanto importunamente chiedete v'insegnarò quel ch'io hò ritrovato scritto ne libri di un eccellente Phisico. Pigliarete adunque quell'herba detta gladiolo, overo spada, & ne trarete succo, col quale ungeretevi la sera il viso: trovarete la mattina la cote elevata & alquanto rumpersi: hor questa rottura curarete voi con l'infrascritto unguento Dragontea munda, radice iari; parti uguali, tritatile nel mortaio, con la songia: distemperatele con acqua calda, & colatele per un panno, & cosi stia per ispatio d'una notte; rimovete poi quell'acqua la mattina, & ponetive l'acqua de fiori di Caprifollio: facendo questo che vi dico io, parerete una fanciulla di sedici anni, ne saracci alcuno che creda che habbiate passati li sessantasei: se altro per voi posso comandatime che pronta all'honore & servitio vostro mi troverete. Di Ferrara alli XIII.