IX.
Poggi e valli d'un nembo di verzura,
E d'alma luce e bionda
Il divo maggio inonda
L'aura turchina e pura,
Nella quale s'immerge schiamazzando
La pazzerella rondine;
Io tosto, messa ogn'altra cura in bando,
Salgo alla villa antica
E a la natura amica
Conforto e oblio domando
Della città che m'ha seccato assai
Co' suoi costumi pessimi.
La danzatrice egizia che adorai
Volle aver più mariti;
Son nostri e vecchi riti,
Nè ancor mi ci addestrai.
Ma questo è nulla: a fin di carnovale.
Per troppo al gioco perdere,
(Fin su i capegli alto il rossor mi sale)
Restai corto a quattrini,
Onde a certi strozzini,
Per farla meno male
In giorni a lesinar poco opportuni,
Duopo mi fu ricorrere.
Oh del viver civile acri e importuni
Bisogni! — Basta, intorno
All'ultimo soggiorno
Che in città feci, alcuni
Guai vi dirò me l'hanno reso amaro.
Ora i campi mi accolgono.
Maggio tripudia, e tu del tempo avaro
Compensami, o Natura;
Sanami d'ogni cura,
E il verdeggiante e caro
Grembo mi schiudi ove riposo io prenda...
E il raccolto dei bozzoli
Fa ancor che abbondi, e che ben lo si venda.