VIII.
Scrive la Sand che la miglior stagione
D'abitar la campagna è il verno; io dico
Il ver non ho codesta opinïone,
Eppur son della villa un grande amico.
Alla campagna io duro
Fino ad anno avanzato,
Ma quando è giallo il prato,
L'albero spoglio, oscuro
Il cielo, il giorno breve
Men peggio assai mi pare,
Quando viene la neve,
A Milano abitare.
Triste è abitar nel verno la campagna:
Bigia e folta la nebbia ai colli siede,
Lenta inesausta pioggia intorno bagna
Per quanto spazio abbraccia l'occhio e vede.
Che si fa, lungo il giorno,
Se non che sol l'infesta
Noia portar da questa
Seggiola a quella intorno?
Nè il mutar stanza o loco,
O seggiola o lettura
Soltanto mi procura
Ch'io muti noia un poco.
Tedio eguale mi rode il giorno intero,
Nè se il tempo è miglior m'annoio meno,
Correndo via per questo o quel sentiero,
Ch'ora è sì triste, e vidi già sì ameno.
Al sole ch'è malato
Certo il gelo è molesto,
E si corica presto,
Poichè s'è tardi alzato.
Con braccia scarne aiuto
Chiede il gelso, e il cipresso
Trema per freddo acuto
Nel suo mantello istesso.
Cascan le trine argentee crepitando
Giù dalle siepi dove fruga il vento;
E via dal fosco pian di quando in quando
Mover mi sembra un suono di lamento:
Dice quel mesto suono:
Poeta a che ti stai?
Della Natura ormai
Chiuse le feste sono.
Invan le giaci in seno
E amor di lei ti move;
È morta o poco meno;
Cerca tue gioie altrove.
Afflitto mi rincaso e penso io pure
Di rituffarmi tosto allegramente
Fra le tumultuose e dolci cure
E fra i piacer de la città frequente:
Chè certo sarei stolto
Se fra questo squallore
Tener volessi il fiore
Degli anni miei sepolto,
Mentre una molle egizia
Danzatrice brunetta,
Che fu già mia delizia,
A Milano m'aspetta.
Quando Amneris con la celeste Aida
Pel vago Radamés venne alle prese,
Quella danzar mirai tra preci e grida
Del sommo Phtà nel tempio, e amor mi prese.
Io so che nelle braccia
Ell'ha tutto l'ardore
Del sol d'Egitto e in core,
Quando stretto m'allaccia;
E or mentre i dolci istanti
Ch'ebbi da lei rammento,
I tizzi schioppettanti
Con le molle tormento;
Ma non così s'avviva e dà scintille
Il fuoco presso cui passo la sera,
Quanto il mio cor s'accende e di ben mille
Sfavillanti pensier l'anima intera
Si riempie, com'io
Sovvengomi di lei...
Oh pazzo ben sarei
Se in città, vivaddio,
Non ritornassi tosto!
Il verno qui mi scaccia,
E là ho sì dolce posto
Fra quelle care braccia!
Ma popolare la deserta stanza
Di larve benchè liete a me non giova,
Mentre di queste la real sostanza
Molto lontana ora da me si trova.
Più di me niuno apprezza
La virtù portentosa
D'imaginarsi cosa
Qual più l'alma accarezza:
Ma la sera invernale
Ha spazio sufficiente
Per darvi un piacer tale
A lungo e largamente,
E serba tanto spazio tuttavia
Da annoiarvi di poi senza confine;
Nè di bei sogni allegra compagnia
Fa che siate men soli alla fin fine.
Pertanto io sono solo,
Fuorchè alle serramenta
Percote e si lamenta,
Ovver passando a volo
Biascia parole amare
L'aquilone irritato
Perchè nol lascio entrare
A scaldarmisi allato.
Solo son io: bensì chiamare io posso
In aiuto il fattor, uom dotto e saggio,
E lasciar tutta arrovesciarmi addosso,
Come fecondatrice acqua di maggio,
L'illustre agricoltura,
Che in suo cervel s'addensa,
Pari a nuvola intensa
Sui monti, che assicura
Le messi esauste al sole;
Se pur grandin non sia,
Che nulla invece suole
Lasciare in cortesia.
Ma col verno non val saggezza o cura;
Sterile è il verno e a pormi l'alma in fiore
Or ci vuole ben altra agricoltura
Che non sia quella del saggio fattore.
Solo, solo son io;
Tu stesso, o picciol cane,
Posi or l'ossa lontane,
O Fido, amico mio,
Che sdraiato sovente
Al foco e a me dappresso
Russavi chetamente;
M'hai lasciato tu stesso.
Morto purtroppo sei, matto compagno
De' miei trastulli un dì, che vecchio e stanco
Adesso il giorno inter m'eri al calcagno,
E tutta sera mi dormivi a fianco.
Bello non fosti, è vero;
Can da pagliaio, onesto
Vissuto se' in modesto
E piccolo mestiero:
Sordo eri or poi; ma un giorno,
Lesto ad ogni romore,
Fama ottenevi intorno
D'ottimo abbaiatore.
Or tu pure se' morto, e un'amarezza
Grande io sento di ciò, come se un molto
Fedele amico, a cui l'anima è avvezza,
Stato mi fosse d'improvviso tolto.
Nè di te cosa alcuna
Or viva più rimane,
O buono ed umil cane?
Nè in qualche stella o luna
Più vive il saldo affetto
Che ti brillò nel fondo
Occhio finchè negletto
Passavi in questo mondo?
Altra vita alcun premio a te non serba
Dell'util opra tua, nè guiderdone
Di tue virtù modeste in meno acerba
Sorte e in altra miglior condizïone?
Misero in vita e in morte,
O mio povero cane!
Quante son bestie umane
Che han di te miglior sorte:
Non ti valgono in vita,
E tuttavia defunte
Trovan gioia infinita
Nel paradiso assunte!