VII.

Ma il moto urge e governa

Ogni terrestre cosa;

Sol la Vicenda eterna

È in terra, e mai non dorme

E mai non si riposa

Dal mutar nomi e forme.

Tutto quaggiuso muta

E nulla pêre intanto:

L'uom, l'opra sua compiuta,

Sotterra il genitore

Raggiunge, ma per tanto

L'umanità non muore.

Il suolo ampio nasconde

Genti morte infinite,

Più assai che in selva fronde

Non copran esso il verno:

Ma di fronde e di vite

È il riprodursi eterno.

Ravviva il sacro Aprile

L'albero irrigidito

E dà virtù gentile

Al seme che si trova

Dentro terra smarrito,

E messi e fior rinnova.

E Amor ripara il danno

Che dal recar non cessa

Morte ogni dì dell'anno;

E la culla prepara

Pur nella casa istessa

Ond'esce or or la bara.

Quante abitaron genti

Questo mio colle aprico?..

Io sotto ai fondamenti

D'un muro che atterrai

Stretti nel suolo antico

Molti giacer trovai.

Pria che il muro costrutto

Certo fur là sepolti,

Ed era quel ridutto

Per vetustà a cadere;

Figuriamci se molti

Anni doveano avere!

Chi fossero è mal noto:

Narrasi che un convento

Fu qui in tempo remoto;

Nulla s'oppon che quelli

Scheletri nel trecento

Non fosser fraticelli.

O buoni e saggi frati,

Che qui viveste e siete

Morti qui e sotterrati,

Chieggovi umil perdono

Se a romper la quiete

Vostra venuto io sono.

D'ogni cosa mortale

La varia vece e questa.

Così alla monacale

Famiglia è poi successa

Qui la mia gente onesta

Nell'egual sede istessa.

Ma dei frati di pria,

La cui folla s'ignora,

E della gente mia,

Che di padre in figliuolo

Tre secoli dimora

Qui tenne, resto io solo.

Pur l'avvenir son io;

Io sono il germe ascoso,

E attendo il maggio mio.

Ma come sulla rasa

Gleba, l'infruttuoso

Verno or mi siede in casa.