VI.

Ma i morti sono morti e non ritorna

Nessun di lor per quanto l'alma vita

E la casa ove nacque abbia gradita

E la sua stirpe ch'ivi ancor soggiorna.

Ahimè l'avole mie son tutte morte,

E giacciono incomposte ossa a quest'ora

Nel suol costrette, non che sian talora

Per venirmi a veder giammai risorte.

Ma quai vapor ch'estiva notte aduna,

Piglian vaghi e fantastici sembianti,

Quasi d'arcani spirti in cielo erranti

Al novo raggio di crescente luna;

Così le pie memorie che man mano

Desta in me la dimora di mia gente

Antica, al raggio dell'accesa mente

Vita pigliano e voce e aspetto arcano.

Molto io t'amo o modesta antica villa

Che fosti ai miei placida stanza e amena,

Dove nacque alcun d'essi, oppur serena

Vita condusse, o morte ebbe tranquilla.

O buona casa, o vecchia casa io t'amo,

Sebben cadente sei, laonde il saggio

Muratore a consiglio e del villaggio

Il fabbro spesso e il legnaiuolo io chiamo.

Molte misure e ovunque son da noi

Prese su te, ch'io far di te vorria

La miglior casa che dintorno sia,

E non sol riparare ai danni tuoi.

Vorrei che il passeggiere il bianco e bello

Aspetto tuo mirasse da lontano,

E che sosta facesse il buon villano

Per vagheggiarti innanzi del cancello.

Ma assai fu detto e nulla s'è conchiuso

Co' mie' architetti, e tu mi sei rimasta

Vecchia, o mia casa, molto vecchia e guasta,

Qual d'esser da gran tempo hai preso l'uso.

Noi non potemmo intenderci al postutto;

Mi ci vorrebber venti mila lire,

C'intenderemmo allor, non c'è che dire,

Ma non ci son purtroppo, e questo è il tutto. —