X.

Io dall'uom non rifuggo, e meno ancora

Dalle donne se belle e sagge sono;

Ma domando perdono,

La compagnia degli alberi talora

Sotto più d'un aspetto

Mi dà maggior diletto.

Mai, per esempio, non s'udì che avesse

Il pero a sdegno il suo non vil mestiere

Di fare delle pere,

E ch'egli a un tratto il cedro si credesse,

Come dell'uom si vede

Che sovente succede.

Chi nano e storto nespolo sarebbe

O sorbo sciocco o frutto anche peggiore,

Fra noi pretende onore

D'ananasso o di dattero che crebbe

Orgoglio d'oasi amene;

Pretende e spesso ottiene.

O vanità malnate, o stroppi intenti,

O bassezze del picciolo mortale,

O invidie abbiette, o male

E pettegole lingue, o brute menti

Io vi aborro vi aborro,

Però ai campi ricorro.

In campagna per tempo ogni mattina,

Se nuvolo non è si leva il sole;

Codesto avvenir suole

Anco in città, ciascun se lo indovina.

Ma chi concluder osa

Che sia l'istessa cosa?

Come ogni vel donna al marito in faccia

Toglie e si mostra in sua bellezza intera,

Ad un'egual maniera

D'ogni vapor tosto che il sol s'affaccia

D'orïente alla soglia,

La terra si dispoglia.

Di baci il sol, fervido eterno sposo,

E di tremule gemme il sen le inonda,

E l'abbraccia e feconda

Con mille raggi e mille, in glorïoso

Miracoloso amplesso.

Al tempo istesso

Si desta il tutto e portan l'aure intorno

Suoni indistinti, a guisa di messaggio

Col quale in lor linguaggio

Tutte le cose dannosi il buongiorno;

Ed io che a questo attendo

Occulti fatti apprendo.

Chiede l'olmo se bene ha riposato

Alla vite; il frumento aureo sospira

Sommessamente e gira

Il capo in atto estatico e beato

Perchè la molle brezza

Lo molce e lo accarezza.

Il giovinetto augello alto la lieta

Canzone della vita all'aure invia;

Quel non ha la mania

Ond'è tocco fra noi più d'un poeta,

Che disinganni e danni

Sogna e piange a vent'anni.

Senza pretesa aver che dal Fanfulla

O dall'Antologia siano lodate,

Come ogni nostro vate

Pretende s'egli fa cosa da nulla,

Le cicale fan versi

Sugli alberi diversi.

I fioretti del prato arcani accenti

Van susurrando, e narransi fra loro

I propri sogni d'oro

Onde infiniti traggono argomenti:

Ma il pino, ahimè, crollando

Va il capo a quando a quando.

Il papavero lungo e scimunito

Si pavoneggia in abito scarlatto,

E a la modesta a un tratto

Margarituccia avventa un motto ardito,

Che tutta in sè raccolta

Lo sciocco non ascolta.

Ma fra noi, Margarite e Ortensie e Rose,

Tutta la flora femminile, ovvero

Il calendario intero

Porge le orecchie sue poco sdegnose

Ai papaveri spesso

Che ci stan fitti appresso.