XI.
Ma poi che il sol più eccelso a mezzo il giorno
Fiamme dardeggia intorno,
E fatta l'atmosfera
E tutta intera
Un infinito incendio,
Il villanel dal mieter si riposa
Sotto la pianta ombrosa:
D'un solco s'accontenta,
Là s'addormenta
E insetti invan lo pungono:
Cheta lo sugge la zanzàra e sozze
Mosche fan chiasso e nozze
Sopra il suo volto bruno;
Ei spesso alcuno
Schiaffo s'avventa e scuotesi;
Non si desta però; con moto eguale
Scende il suo petto e sale
Ch'ei mostra ignudo, e i denti
Bianchi e lucenti
Fra le sue labbra appaiono.
Or se anch'io nel più fresco nascondiglio
Della mia casa piglio
Libro o giornal fra mano,
Un subitano
Sopor tutto mi domina.
Sull'ora calda in villa è dolce, è bello
Stiacciare un sonnerello;
Poi s'ha più lena a rudi
Opere e studi...
E anche meglio si desina.
O eterni numi e santi, a voi non piaccia
Mai che altra vita io faccia
Da questa mia tranquilla
Ch'io meno in villa,
Del mondo imbuscherandomi.
Vita mia, tu se' fatta della lieta
Fatica del poeta,
E d'ozio il più sereno;
Oh così almeno
Durassi un mezzo secolo!
Or poscia il carro sul finir del giorno,
Fa dai campi ritorno
Carico dei covoni,
Ed i coloni
Tutti presso lo seguono.
Lento in fondo alla corte il carro passa;
Più giù si stende bassa
La valle e quindi il colle
Sorge, che il molle
Roseo tramonto imporpora.
Come in un nido, in cima al tremolante
Acervo è la festante
Frotta dei fanciulletti:
I buoi gl'insetti
Con la coda si scacciano;
Col pungolo in ispalla e ignudo il piede
Primo il bifolco incede,
E le spigolatrici
Dalle pendici
Cantando ultime scendono.