XIII.
Così inoltra l'autunno, e il verno attende
Dietro l'alpe trentina ancor per poco;
Ma l'aquilon già scende,
E via con gran clamore,
Altisonante araldo, in ogni loco
Trapassa a volo e annunzia il suo signore.
Già piove spesso e le giornate intere.
Più non olezza dei recenti fieni,
Come all'estive sere,
Ma si fa giallo il prato.
A rivederci a quest'altr'anno, o ameni
Giuochi sull'erba; or troppo là è bagnato.
Or bisbigli non più di nidi occulti
Fra le pallide foglie e i rami neri,
Ma del vento i singulti;
Fredda è la sera e lunga,
Si sta chiusi in salotto volentieri,
Finchè di coricarsi il tempo giunga.
Torna del San Martino allor la state;
La caccia delle allodole le brevi
Tepide mattinate
Ne allegra, e il dolce arrosto
Ne rallegra le sere, e insiem vi bevi
Il vin ch'hai fatto del miglior tuo mosto.
L'autunnali mestizie il nuovo vino
Tempera in parte, e affatto poi le scaccia,
Se appunto un bel mattino
Alcun rude mercante
Lombardo appare a cui quel vino piaccia,
E che tutto lo compri in poco istante.
Oh del bel sole estremi e dolci raggi!
Oh scampanìo che annunzia le gioconde
Sagre giù pei villaggi,
Che nella valle stanno!
Oh tristezza gentil che a noi s'infonde
Da quest'ultime gioie, ahimè, dell'anno!
Tu novembre, tu se' come colui
Che troppo tardi al bel convito arriva,
E poco tocca a lui.
Natura a te non serba
Che alcun raggio di sole, e non coltiva
Per te che grami fiori e inutil erba.
Ma come sopra il tuo breve orizzonte
Fosche nubi tu addensi e mesto sei,
Così sulla mia fronte,
Ch'io nella man sostengo,
Foschi dubbi s'addensano ed a miei
Casi pensando in triste modo io vengo.
Che faccio io qui nell'uniforme vita?
Fra non intere gioie e non interi
Affanni intorpidita
Si culla inutilmente
L'anima — e ciò mi piacque infino a ieri;
Oggi invece mi tedia orribilmente.
Pur come fuor della finestra invano
L'occhio tendo e null'altro io vedo in giro
Che nebbia ai monti e al piano
Solitudine bieca,
Così nel mio futuro io nulla miro
Fuorchè landa deserta, e nebbia cieca.
Che valse a me d'alcun mio dotto errore
Empire il dì solingo, e della notte
Sprezzare il don migliore
E consumar gran parte,
Chino le membra tormentate e rotte
Su libri avari e su infeconde carte?
Che mi valse o varrà? L'Italia amena
Fin nell'insigne cattedra imbandisce
Spesso ai ciuchi l'avena;
E dell'eguale alloro,
Tanto ad un suo poeta il serto ordisce,
Quanto a celar gli orecchi lunghi a loro.
Ma non da te l'ufficiai premio attesi,
O bell'arte dei carmi, che dal padre
Io fanciulletto appresi.
Per natural talento
Cerco dar forme al pensier mio leggiadre,
Di ciò sol, se riesco, assai contento.
Che sperar più? Spento è nel vate il dio;
Neppure il vate stesso anzi più esiste:
Che importa? Un uom son io,
Nè d'esser più mi cale;
Benchè d'esserlo ognun faccia le viste,
Non è sì facil cosa essere tale.
Se non che ratti, ahimè, volano gli anni!
Muore novembre e il verno gli succede;
Ma poi ripara ai danni
Primavera gentile.
Non così avvien di noi, chè più non riede
Quando fiorì una volta il nostro aprile.
Io rifeci la casa a poco a poco,
Che fu de la mia gente antico nido;
Or più non move il fioco
Suono dell'età spenta
Da queste mura, ma il giocondo grido
Dell'avvenir parmi che intorno io senta:
«Or che rifatto è il nido, a che la bella
Sposa non meni e la dimora antica
Dei padri di novella
Famiglia non allieti?» —
Così intorno m'ascolto in voce amica
Susurrar le domestiche pareti.
«Bada a' tuoi casi finchè in tempo sei;
Piglia una bella giovine in isposa,
Fa all'amore con lei,
Ed abbi dei figliuoli;
Aver donna e fanciulli è degna cosa
D'ogni uom dabbene, e guai quaggiuso ai soli!
Miseri a lor che per non darsi cura
D'una famiglia, solitari stanno!
Voi per goder Natura,
Voi per soffrir compone,
E la vita è nel gaudio e nell'affanno,
Non nell'ignavia che a nulla s'espone.
Folle se tu di sdruccioli e di piani
Versi tutta la vita occupar vuoi.
Non isfuggir gli umani
Più comuni destini:
Fa d'esser pria buon uomo, e sii da poi
Buon poeta, se proprio in ciò t'ostini.» —
Così talor nella stagione immite
Odo sonarmi queste voci in cuore
Fra le ringiovanite
Mie domestiche mura.
Oh solitudin tetra, oh eterno amore,
Oh voci della santa alma Natura! —