L'Angela piange e dice: O sventurata,
Come comparirai fra le persone?
La mia grandezza in tutto è ruinata.
Son'io da strapazzar con un trentone?
Monaca mi vo far per disperata,
Ne fin ch'io vivo piu farmi al balcone.
Et cio dicendo il corpo le fa motto,
Ond'ella ando sospirando al condotto.

Nel render le borsette parse un frate,
Che di minestre scaricasse 'l ventre,
Et una squadra d'anime non nate
Convien che ne la bocca al condotto entre,
In mandragole, in rane trasformate,
In scorpioni, in tarantole; e mentre
Il suo bisogno al condotto facea,
L'oglio favale per tutto correa.

Col suspiramus lachrimarum valle
Rivestissi levata dal condotto,
Pregando il gentilhuom, con basse spalle,
Che del trentuno suo non faccia motto.
Il da ben sotio il giuramento dalle
Che solamente dira che fur otto,
Et cosi de fottenti il gran collegio
Le fe la gratia, e dielle 'l privilegio.

Poi trovossi una barca da melloni,
E piantataci su sua Signoria,
Fu menata à Venetia senza suoni
Che l'havrian tratta la meninconia.
Rimasti à Chioggia, quei compagni buoni
Scrisser per ogni muro e in ogni via
Come l'Angela Zaffa nel trent'uno,
À i sei d'Aprile, habbia havuto 'l trentuno.

Hor la Zaffetta è giunta in casa, e botta.
Subbia, chiama e bestemmia in voci ladre.
Di bastonar le massare borbotta,
Onde l'aperse la riva sua madre,
Et vedendo la figlia mal condotta,
Chiama Borrino, suo addottivo padre,
Et serrata la riva su le scale,
Stramorti la puttana universale.

Posta nel letto, d'aceto rosato
Bagnati i polsi, et di fresche acque il viso,
Lo spirto mariol l'è ritornato;
Et riguardando la sua madre in viso,
Disse: Quel traditor, che m'ha menato
A Chioggia, ch'ei sia arso et sia ucciso;
Dar m'ha fatto un trentuno il traditore.
Mio pare, i vo che gli mangiate 'l core.

Quando la madre l'alza i panni, e vede
Il suo quadro, e 'l suo tondo rosso, e rossa,
E l'uno e l'altro enfiato, certo crede
In fra due hore andarsene in la fossa,
Et con gran pianto il suo barbiero chiede,
Che venne presto, e sta in dubbio se possa
Guarirla o no, ma pur con certa ontione
L'unghie 'l seder, e l'unghie 'l pettiglione.

Lo sbisao bestial Borrin feroce,
Col pistolese in man, stringendo i denti,
In portico spasseggia, e ad alta voce
Dice mille: Vo farne mal contenti.
Fa su le ditta il segno de la croce,
Et su ci giura mille sacramenti
Che vuol far diventar sangue il suo rio:
Ah! poltron mondo! ah! benedetto Dio!

Gia per Venetia è 'l trentun divolgato.
De la Zaffetta è pieno ogni bordello,
Ne pur' un sol s'è in la cita trovato
Che non esalti chi l'ha dato quello.
In fino il buon compagno Gioan Donato,
Et Lunardo da Pesar, buono e bello,
Han caro ogni suo mal, perch'ella impari
Con le soie à burlar con i suoi pari.

Venner da Chioggia à Venetia di botto
I mastri che punir la volser bene,
Et per tutto notar numero otto,
Poi ch'ottanta notar non si conviene,
Che l'han promesso, e non l'havrebbon rotto
Il privilegio ch'ella appresso tiene;
Et ciascun che lo legge benedice
I mastri à castigar la meretrice.