La Zaffeta ha serrato ogni balcone.
In casa stassi, come fusse morta.
Il suo rio non fa piu reputatione.
Non aprirla al Prencipe la porta.
Non mangia o dorme; e trista in un cantone
S'è post'al scuro, et mai non si conforta;
Et quando che di Chioggia si ricorda,
Si lascia cader giu come balorda.

I Signor cinque e i capi de i sestieri,
À cui n'ando la querela volando,
Ridendo de i carnefici cristeri,
Di far l'esecution la van soiando;
Onde i terrieri e tutti i forestieri
Del bene merto suo vanno parlando,
Tal che per tutta Italia ognuno canta
Numero otto, id est numero ottanta.

L'Angela stassi peggio che romita
In cordoglio, in silentio, sobbria e casta.
Passan sei giorni, è presso che guarita.
Altro non dice, co i suspir, che: Basta.
Gia la vergogna l'è di mente uscita.
Non sentendosi piu ne i sessi guasta,
Piu sfacciata che prima, ladra e ghiotta,
In su'l balcon fa la Regina Isotta.

Forse che pensa diventar migliore,
Non soiar, non tradire et non rubbare?
Forse che pensa al suo perduto honore,
Ch'una puttana farla vergognare?
Ma pensa piu che mai cavare 'l core
À quelli che la corron'à adorare,
Et per una vestura in nuova foggia,
Vol far la pace col trentun da Chioggia.

Io non mai ho parlato à la Zaffetta,
Et l'havea per Signora alta e divina.
Ma 'l conte Urluro in ca di Vienna, letta
M'ha la ribalda sua vita assassina,
Ond'io tengo piu buona et piu perfetta
La mia Errante Helena Ballarina;
Et se l'Errante è da ben piu di lei,
Iddio Cupido, miserere mei.

Hor le puttane, c'han l'arlasso inteso,
Si risseraron sbigottite tutte,
Fra lor pensando s'han qualch'uno offeso,
Che caccan di mangiar di quelle frutte;
Et s'un cento ducati havesse speso,
Non mai di casa fuor l'havria condutte;
Ne à Lio, ne à la Zuecca, o in barca vanno,
Tanta paura di quel trentun'hanno.

Ma Dio volesse, puttane mie care,
Che l'esempio di lei vi fosse in core,
Che saria cosa santa il puttanare,
Et ci s'acquistaria spasso et honore.
Se, quando un gentilhuom vi vol chiavare,
De la Zaffa pensaste al dishonore,
Dicendo voi di si l'osservereste,
Et le vie d'ingrandirsi sarian queste.

S'un che v'ama, superbe cortigiane,
Trovasse in voi punto di cortesia,
Discretion ne la bocca et ne le mane,
Et stimare colui che vi disia,
Con dir il vero anchuo, come domane,
Et non follate e soie tutta via,
Senz'essergli ricchiesto, ei vi darebbe
L'anima e 'l core, e poco gli parrebbe.

Saria pur gran piacere à dir': Io amo
Una donna ch'accetto ha'l mio servire,
La qual vien sempre à me quand'io la chiamo,
Ne mi vol ingannar ne far fallire,
Et senza lite ognihor d'accordo siamo.
S'io le do, piglia, et non ardisce à dire:
Dammi, fammi, se non ti faccio e dico,
Ne à la taglia mi pon, come nimico.

Saria ben spilorcio e ben furfante,
Un che la sua morosa ognihor chiavasse,
E 'l suo bisogno vedendol' inante,
Come la vita sua non l'aiutasse.
Ma gliè 'l bordel quest'esser vostro amante,
Et credo, se 'l thesoro un di v'amasse,
Fallirebbe de l'altro, com'ha fatto
Per girvi dietro al cul questo e quel matto.