Dicea la Zaffa forsi a una Signora,
Ch'in Venetia ciascun la prima tiene,
Ch'è fanciullina el latte hà in bocca ancora;
A dar questo Trent'un non sarà bene.
Oh Dio! Dio mio! volete voi ch'io muora,
Magnifico Missier dolce e da bene?
Se sta notte salvate l'honor nostro,
Questo dritto e roverso è tutto vostro.
E i doi sessi squinterna, in cui le frappe
Qualcun che l'ama ogni virtù colloca.
Ma il Trent'un, che le tocca e coscie e chiappe,
Disse ch'ell'hà le carni di grue e d'occa,
Ricamata di broze, come cappe,
E nere, e schife in morbidezza poca.
Non puzza, nò, perche caccia i fetori
Della bocca e de i piè con mille odori.
Il giovin nuntio del Trent'un gentile,
Ch'a la libera vive per natura,
La conforta a far animo virile,
Talche la Zaffa strega entra in bravura,
E chiama un atto di persona vile
Chi vendetta di far con donna cura;
Ond'ei, ch'entrava in corso in stil giocondo,
Disse: Voltate in là, sporgete il tondo.
Voltossi in là col capo humile e basso
Sua Signoria, et ei, drizzato il stocco,
Dietro la porta gliel messe per spasso,
Non da lussuria, ma da un grizzol tocco.
E quì, Signori, è da notare un passo,
Per cui hà a Chioggia invidia Malamocco.
Non sò se è ben tacerlo o meglio il dirlo,
Ma serri gl'occhi chi non vuol udirlo.
Lo stocco di quel giovanotto amico,
Che per durezza somigliava a un sasso,
L'ostriche ch'ingiottì la Zaffa, dico,
Andavan vive pe 'l suo corpo a spasso,
A quello s'aggrappar con forte intrico.
Sentendo questo il gentil'huomo, un passo
Tirossi in dietro, e 'l stocco dischiavato,
D'ostriche il vidde tutto riccamato.
E cosi, com'egl'era, uscendo fuora,
Il miracolo a i suoi dimostrò chiaro.
Le risa che di ciò fur fatte alhora,
Non le raccontarebbe un calendaro;
E mentre le reliquie la Signora
Tenea scoperte, e facea pianto amaro,
Eccoti un pescator pazzo e bestiale,
Che grosso e lungo haveva il pastorale.
E senza dir: Ben mio, ne dar conforto,
La lancia in un momento assoda e arresta,
E con un guardo villanesco e torto
Le coscie l'apre, e incartola et assesta.
Gridò la Zaffa: Ah! cane, tu m'hai morto;
E su la sponda inchinando la testa,
Stette tanto in angoscia et in dolore,
Che venne un altro in cambio al pescatore.
Questo, quanto al chiavarla, parse a lei
Pur pescator, ma di natura pia,
E in ginocchioni se li lanciò a i piei,
Dicendo: Huom da ben, qual tu ti sia,
Se mi scampi di man de farisei,
Facendomi scampar per qualche via,
Queste gioie e catene vuò donarti,
E dieci e venti volte contentarti.
Non voglio gioie, non voglio catene:
Vuò fotter, disse Marcone alla pace;
E voltatala in giuso con le rene,
La balestra scarcò due volte in pace.
Doppo costui un barcaruol ne viene,
Che 'l chiavar di buon cuore più li piace,
Che la merenda non fa su la barca,
Se bee senz'acqua al boccal vin di Marca.
Mentre che 'l barcaruol facea i suoi fatti,
Ecco a la porta una question'appare,
De la camera dico, perche ratti
I Chioggioti son corsi per chiavare.
Come su i tetti di Gennaro i gatti
Corron con incazzito sgaolare;
E la Zaffa infelice ahime dicea,
E 'l gentil'huom di fuor le rispondea: