Signora mia, il mondo è fatto a scale.
Non sempre ride del ladro la moglie.
A Chioggia scende chi a Venetia sale,
Anco tal hor la volpe ben si coglie.
Voi rideste di me di carnevale,
Quando ch'io havea del vostr'amor le doglie:
Hor di quaresim'io rido di voi,
E cosi il gioco pari và fra noi.
Ah! crudel', ingrataccio, ov', ove sono
Le berte date a me, quando volevi
L'arrosto, che parendoti ogn'hor buono:
Dammelo, cara mammina, dicevi?
Signor mio caro, vi chiedo perdono,
E se mi concedesti ch'io mi levi
Questo Trent'un d'adosso, che m'accora,
Vi sarò sempre schiava e servitora.
Rispose il gentil'huom da lei tradito:
Adesso vien ampla commissione,
Che il voto vostro havrà ben esaudito.
State col cor contrito in oratione.
In questo, uno ch'havea, come un romito,
La conscienza senza discrezione,
Da traditor, da turco e da giudeo,
Gl'aprì con la sua chiave il culiseo.
Con un carbon stav'un, segnando al muro
Tutte le botte ch'eran date a lei;
E quando alle sei volte giunte furo,
Gridò colui con alta voce: E sei.
Sen vien un hortolan col pinco duro,
Dicendo: Tu la mia speranza sei;
E senz'altro proemio compì presto
La sua facenda, fatta in luogo honesto.
E sette, gli dicea quel del carbone.
Via spacciatevi, giovani, ch'hò fretta.
Tocca la volta ad un fante poltrone,
Non uso a mangiar carne di capretta.
Costui in modo adosso gli si pone,
Che vomitar fece la poveretta
Quel ch'ella il dì mangiò, poi cheto cheto
Gli pianta il suo gran ravano di dreto.
Numero otto già nel muro appare.
Ma quì ne vien' il buon, comincia adesso,
De la comedia il second'atto appare.
Esce fuora un facchin soffiando spesso,
Che vuole un porro di dietro piantare
A colei, ch'ogni cosa a sacco hà messo,
E sentì tal dolcezza il buon compagno,
Ch'hebbe a morir sul buco, come il ragno.
Levando in piè fece un salto da matto:
Bergem, bergem, gridando alla facchina.
Par giusto il gallo ch'il servitio hà fatto
Alla sua bella morosa gallina,
Che, smontato ch'egl'è, scotasi a un tratto,
Canta una volta, et a beccar camina:
Cosi il facchin, dello sborrar satollo,
A legar ritornò non sò che collo.
La Signora fottuta a capo basso
Piangeva ad alta voce si dolente,
Ch'havrebbe humiliato un Satanasso,
E un mulo 'n bizzarria fatto clemente.
Dicea: Deh! perche il petto non mi passo,
Acciò non senta cianciar fra la gente,
A San Marco, e a li Bari, da ciascuno,
Ch'io degnamente havuto habbia il Trent'uno?
Hor sarà pur contenta questa e quella,
Invidiosa di mia buona sorte.
Come il Venier lo sà, farà novella,
Perche aprir non le volsi un dì le porte.
Già già ogni barcaruol di me favella,
E parmi udir da i putti gridar forte,
Sul ponte di Rialto, acciò s'intenda:
Chi vuol della Zaffetta la legenda?
Le lamentation di Geremia,
Volea seguir, quando giunser doi frati,
Dicendole: Chi è quella brutta Arpia?
Vogliam, Signora, de vostri peccati
Fornir di confessarvi, acciò non sia
L'anima vostra scritta tra i dannati.
E l'uno e l'altro alla Zaffa divota
Cacciar dietro e d'innanzi una carota.