Ma torniamo à l'Errante e à le cicale,
Che 'n giudicar si menano l'agresto,
Et hanno nel cervello manco sale
Che d'un'infermo non ha 'l polo pesto.
I l'ho fatt'io col proprio naturale,
Et perche vi chiarite presto presto,
Non havendo per hora altra facenda,
De la Zaffetta canto la leggenda.
Per due cagion, Zaffetta, in stil divino
Vengo à cantar l'historia de tuoi fatti:
Una per dimostrar che l'Aretino
I versi de l'Errante non m'ha fatti;
L'altra, ch'in far piacer son si latino,
Ch'è forza contentar parecchi matti,
Che mi stringono à dir in nova foggia
Di quel trentun che ti fu fatto à Chioggia.
Dio 'l sa, Signora, che mi dolse e dole
Il trentun vostro, perch'i v'amo e adoro.
Ma chi manca à gli amici di parole,
Manco gli impresteria gli scudi d'oro.
Voi pur sapete s'un chiavar vi vole,
Ch'ei pur vi chiava et nel fesso et nel foro.
Dunque che poss'io far, se vole ognuno
Ch'io canta la novella del trentuno?
Angela mia, dovete ben sapere
Ch'ogni Diva ha 'l trentuno o 'l mal francese,
O tardi, o presto, ad ogni modo havere,
Che 'l veggia et sappia ognun chiaro et palese.
Circa il trentun, con poco dispiacere
Sete uscita d'affanni à vostre spese.
Hor venghin via le bole, a ciò che voi
Non stiate più in pensier, co fatti suoi.
Et io, Signora Angela Zaffa, intanto
Che 'l mal francioso occulto scoprirete,
Di voi 'l trentun, qual vangelista, canto;
Et s'io punt'erro, mi corregerete,
Perche 'l fatto v'è noto tutto quanto;
Et meglio tutto à mente lo sapete,
Che non sa la Zaffetta, al trentun corsa,
Cavar l'anima e 'l core d'ogni borsa.
Puttane ladre, che vi disdegnate
Tener un gentil'huom per vostro amante,
D'un gentil'huomo un'arlasso ascoltate
Fatto à una gentil porca galante,
C'ha privilegio fra le nominate,
Qual fra le vacche la Puttana Errante;
Et finir senza dubbio vi prometto,
Come ch'i ho, quel ch'io vo dirvi, detto.
Signor, sono in Venetia, gratia Dei,
Tre legioni o quattro di puttane,
Ruine de patritii et de plebei,
Parte in gran case, parte in carampane;
Ma fra tante migliaia un cinque o sei,
Per forza di belletti e d'ambracane,
Copron si lor bruttezza stomacosa,
Che le poltrone paion qualche cosa.
Fra queste poche ce n'e una sola
Che tiensi prima in la fottuta setta.
Non è la Griffa, non è la Bigola,
Che le parole profuma e belletta.
Aiutatemi à scioglier la parola;
La sua altezza ha nome la Zaffetta,
Che si tien nata di sangue reale,
Poi che patrigno l'è Borrin bestiale.
Conta talhor la sua genealogia,
Et fassi figlia del Procuratore
Da ca Grimani, ch'à sua madre ria
Già fece a ch'ell'è dentro, a ch'ell'è fuore.
Ma viemmi grizzol ne la fantasia
Di cantar puntalmente in bel tenore
Il suo grado in minoribus, et come
C'ha guadagnato il puttanesco nome.
No'l vo dir no, perche de le puttane
Sempre giostran del par, principio e fine.
Cominciano a grandirsi con un pane,
Et con un pan finiscon le meschine.
Basta che la Zaffetta è d'ambracane,
Di seta e d'or, e in pompe alte e divine,
Non sua virtu, non sua bellezza o gratia,
Ch'ella nascendo nacque la disgratia.