Si fissarono in volto, emunti, lividi

Per insonnia, per fame e per dolore,

Stanchi di lotta.—E l'uno disse, torbido:

—A che scopo?... si muore.—

E un altro disse: I miei bambini languono

Di stenti.—E un altro: Inferma a l'ospedale

È la mia donna.—Su le teste un brivido

Passò, nero, glaciale.

Bracia e favilla il guardo, irruppe un Ercole

Di vent'anni: No: mai!—Tutti dobbiamo

Sino all'ultimo dì, tutti, resistere....

Non bruti, uomini siamo!...—

.... Si fissarono in volto, emunti, lividi

Per insonnia, per fame e per dolore.

Un pensiero tremò nel gran silenzio:

—A che scopo?... si muore.—

E, maestosi ne le vesti lacere,

Singhiozzi di vergogna in cor frenando,

Severe e desolate ombre, tornarono

A l'opre.—Fino a quando?

[pg!113]

[PER LA BARA]

A tramonto salìa

Breve schiera di femmine pallenti,

Chino lo sguardo, a passi gravi e lenti,

Su per montana via.

Tornavan da la valle.

Ombrate il volto da una triste idea:

E ciascuna una lunga asse tenea

Sopra le curve spalle.

Io chiesi: «Che portate,

Donne, al paese vostro, e qual pensiero

Vi cruccia, che pel brullo, erto sentiero

Fra pianti e preci andate?...»—

Ed elle, a voce bassa:

«Del curato è doman la sepoltura.

Poi che mancan, rechiam da la pianura

I legni per la cassa.

Egli era buono.—Oh, quanta,

Quanta dolcezza ne le sue parole!...

Quasi parea fiorissero vïole

Da quella bocca santa:

Per ogni afflitto cuore,

Per ogni piaga un balsamo egli avea,

E compatire e perdonar sapea,

Ed insegnò l'amore!...»

.... Dissero: e, miti orando,

Le gentili sparir dietro gli abeti,

De la montagna pei recessi queti

Funèbri echi destando.

«De profundis clamavi....»

.... Pace a l'anima tua, pace, o vegliardo,

Che Dio portasti nel clemente sguardo

E nei detti soavi

Che ai solitari, ai mesti,

Ai deboli, ai fanciulli eri sostegno

Che, molto amando, lo spregiato regno

De gli umili scegliesti!...

«De profundis...» Le cime

L'ultimo sole illuminò di rosa.

Palpitò nel silenzio d'ogni cosa

Una pietà sublime;

E tutto in alto parve

Raccogliersi in un pio senso di morte:

Poi da le cime inesplorate, assorte

Luce e pensiero sparve.

[pg!119]

[NATIVITÀ]

Egli aperse l'azzurro occhio innocente

Ne l'ospedal d'un carcere.—Le mura

D'una casa d'infamia e di sventura

Udiron prime il suo vagir dolente.

Dibattè, dibattè le membra stente

Il bimbo, come avesse onta o paura:

Forse comprese.—E abbrividì l'impura

Beffarda ombra su lui, sinistramente;

Ma a sè lo strinse con gelose braccia

La madre: labbro a labbro, core a core

Stettero, ne la notte algida e muta.

Quando il giorno spuntò, la macra faccia

Di lei, chinata sul dormente amore,

Parve di santa e non d'una perduta.

[pg!123]

[VIOLA DEL PENSIERO]

Da l'agile coppa ove i petali

Di giallo velluto carnoso

Dischiude in silenzio, una pallida

Vïola mi fissa con guardo pensoso.

Io vidi altre volte due supplici

Cari occhi guardarmi così:

Quegli occhi per sempre si chiusero,

Con essi un amore nel vuoto sparì.

Se è vero che i morti risorgono

Dei tronchi nei vividi umori,

Nei fili dell'erba, nei pòllini.

Nei calici freschi, ridenti dei fiori,

Vïola che triste mi affascini

Col supplice sguardo ch'io so,

In te vive un brano dell'anima

Di chi nel lontano passato mi amò!...