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[L'ORA]
Cala qual nembo sul mio cor di vergine
L'ora sacrata de la passïone:
È notte e ne la tenebra
Cova un incanto di perdizione:
È notte e tu non sai,
Tu che dormi da me così lontano,
Ch'io, bianca in volto e con le mani in croce,
Chiedo il tuo bacio in vano.
Mai più, mai più ne' miei grand'occhi il raggio
Di questa prorompente giovinezza
Sorriderà sì fulgido,
E le mie labbra avran questa dolcezza:
Mai più l'acceso spirto
A te verrà con vïolento grido,
Come augel che trillando ai boschi, ai cieli,
Ebbro si slancia al nido.
Il desiderio mio ne l'ombre tacite,
Rogo e martirio, lampeggiando avvampa:
Ma l'ora passa—e spegnesi,
A poco a poco, la solinga vampa.
L'alba, triste nei veli,
In un pallore di sudario spunta:
Perduta è l'ora de la nostra ebbrezza:
Essa morì consunta.
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[È MALATO]
È malato, è malato, e a sè mi chiama
Forse, laggiù, su l'inclemente suolo.
Il tetro annuncio il mar passò di volo,
E mi s'infisse in cor come una lama.
Ne le notti di febbre insonni e lente
Forse ei mi cerca presso il capezzale,
E grida fra gli spasimi del male
Il mio nome, il mio nome, infantilmente.
Oh, s'io potessi corrergli d'accanto;
S'io gli posassi la mia pura mano
Un sol minuto, su la fronte, piano,
Guarirebbe, lo so!... come d'incanto.
E pur qui resto, fiacca, immota, inerte:
Non ho coraggio di lasciar la mia
Casa, la madre veneranda e pia,
Per affrontar le strade erme ed incerte,
Il procelloso mare e le mugghianti
Città, folle, sublime, a l'avventura,
Fra nove razze, per monte e radura,
Su treni scatenati e sibilanti,
Fino al letto ov'ei giace!...—E il pianto ingoio
Perchè la madre mia dal suo riposo
Non si desti, il tumulto angoscïoso
Degli urli miei, de' miei singhiozzi ingoio.
E, il corpo su la terra arida prono,
Giunte le mani sul petto fremente,
A lui mormoro, a lui che non mi sente,
Che non vedrò più mai, forse: Perdono.—
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[TI VIDI IN SOGNO]
In sogno ti vidi.—La plaga
Ov'io t'incontrai m'era ignota:
Gravavan su l'aria silente ed immota
Le nubi d'un rosso di piaga.
Un'ansia mortale, un mortale
Dolore pei cieli passava.
Un'eco di squilla lontana oscillava,
Qual fioco lamento spettrale.
A me tu venivi.—Volea
Io moverti incontro, ma invano:
Un peso insoffribile, un incubo strano
Avvincermi al suolo parea.
E dirti io voleva: Tornato
Qui presso il mio cor, finalmente,
Sei tu dal solingo vïaggio dolente?...—
Ma il labbro rimase serrato.
Tu m'eri lontano e vicino
A un tempo.—Te quasi toccavo;
E pure, stendendo le braccia, tremavo
Di stringere un'ombra.—Il divino,
Dolcissimo sogno nudrito
Tant'anni, tant'anni nel core,
Svaniva in un senso di vago terrore,
Svania ne l'affanno infinito.
E tu di baciarmi tentasti;
Ma sopra la squallida plaga
Le nubi d'un rosso di labbro e di piaga
S'avvolsero in nembi nefasti:
Parea che un divieto solenne
Partisse dai campi infecondi,
Da l'algida angoscia dei cieli e dei mondi....
E il bacio, il tuo bacio, ah!...—non venne.—
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