[pg!127]

[L'ORA]

Cala qual nembo sul mio cor di vergine

L'ora sacrata de la passïone:

È notte e ne la tenebra

Cova un incanto di perdizione:

È notte e tu non sai,

Tu che dormi da me così lontano,

Ch'io, bianca in volto e con le mani in croce,

Chiedo il tuo bacio in vano.

Mai più, mai più ne' miei grand'occhi il raggio

Di questa prorompente giovinezza

Sorriderà sì fulgido,

E le mie labbra avran questa dolcezza:

Mai più l'acceso spirto

A te verrà con vïolento grido,

Come augel che trillando ai boschi, ai cieli,

Ebbro si slancia al nido.

Il desiderio mio ne l'ombre tacite,

Rogo e martirio, lampeggiando avvampa:

Ma l'ora passa—e spegnesi,

A poco a poco, la solinga vampa.

L'alba, triste nei veli,

In un pallore di sudario spunta:

Perduta è l'ora de la nostra ebbrezza:

Essa morì consunta.

[pg!131]

[È MALATO]

È malato, è malato, e a sè mi chiama

Forse, laggiù, su l'inclemente suolo.

Il tetro annuncio il mar passò di volo,

E mi s'infisse in cor come una lama.

Ne le notti di febbre insonni e lente

Forse ei mi cerca presso il capezzale,

E grida fra gli spasimi del male

Il mio nome, il mio nome, infantilmente.

Oh, s'io potessi corrergli d'accanto;

S'io gli posassi la mia pura mano

Un sol minuto, su la fronte, piano,

Guarirebbe, lo so!... come d'incanto.

E pur qui resto, fiacca, immota, inerte:

Non ho coraggio di lasciar la mia

Casa, la madre veneranda e pia,

Per affrontar le strade erme ed incerte,

Il procelloso mare e le mugghianti

Città, folle, sublime, a l'avventura,

Fra nove razze, per monte e radura,

Su treni scatenati e sibilanti,

Fino al letto ov'ei giace!...—E il pianto ingoio

Perchè la madre mia dal suo riposo

Non si desti, il tumulto angoscïoso

Degli urli miei, de' miei singhiozzi ingoio.

E, il corpo su la terra arida prono,

Giunte le mani sul petto fremente,

A lui mormoro, a lui che non mi sente,

Che non vedrò più mai, forse: Perdono.—

[pg!135]

[TI VIDI IN SOGNO]

In sogno ti vidi.—La plaga

Ov'io t'incontrai m'era ignota:

Gravavan su l'aria silente ed immota

Le nubi d'un rosso di piaga.

Un'ansia mortale, un mortale

Dolore pei cieli passava.

Un'eco di squilla lontana oscillava,

Qual fioco lamento spettrale.

A me tu venivi.—Volea

Io moverti incontro, ma invano:

Un peso insoffribile, un incubo strano

Avvincermi al suolo parea.

E dirti io voleva: Tornato

Qui presso il mio cor, finalmente,

Sei tu dal solingo vïaggio dolente?...—

Ma il labbro rimase serrato.

Tu m'eri lontano e vicino

A un tempo.—Te quasi toccavo;

E pure, stendendo le braccia, tremavo

Di stringere un'ombra.—Il divino,

Dolcissimo sogno nudrito

Tant'anni, tant'anni nel core,

Svaniva in un senso di vago terrore,

Svania ne l'affanno infinito.

E tu di baciarmi tentasti;

Ma sopra la squallida plaga

Le nubi d'un rosso di labbro e di piaga

S'avvolsero in nembi nefasti:

Parea che un divieto solenne

Partisse dai campi infecondi,

Da l'algida angoscia dei cieli e dei mondi....

E il bacio, il tuo bacio, ah!...—non venne.—

[pg!139]