— Il padre della signorina affidata alle mie cure mi lasciò l'obbligo di non concederla in moglie a chi non esercitasse una professione; fosse anche milionario. Lei....
— Io sono ingegnere! — affermò Bicci con l'impeto di un naufrago che si salva.
— Dunque eserciti!
Ma come? ma dove? Gaspare smarrì l'animo di nuovo ricordando e avvertendo che erano brutti tempi, quelli, per gl'ingegneri.
Allora lo Squiti: — È indetto un concorso al Genio Civile. Perchè non concorre? La raccomanderò io a due deputati miei amici e otterremo ciò che vorremo.
Fu buono il consiglio; e Gaspare concorse; e attese confidando. Un mese passò; ne passaron due, tre. Ma non se ne doleva egli, che impaziente, fuor che un po' nell'amore, non era stato mai, e che giudicava non perduto il tempo del fare all'amore.
Provava, intanto, una gran voglia di lavorare; scopriva in sè una naturale disposizione a valutar terre, a costruire case e ponti, a tracciar strade, a riparar fiumi.... Ed ecco, dopo soli tre mesi e mezzo, cioè abbastanza presto, venir la notizia del concorso. Per i suoi giusti meriti Bicci era riuscito fra i primi. Si comprende dopo ciò che per quelle tali raccomandazioni non gli doveva riuscir difficile nemmeno l'ottenere il posto desiderato alla sede di Bologna.
*
E non con altro sentimento che una trepidazione di gioia, al giorno e all'ora prefissi, Gaspare Bicci entrò all'ufficio, su, in Palazzo Comunale. Ma ahi! con una trepidazione diversa guardò all'ingegner capo. Misericordia!
Quegli stava scrivendo; e mentre scriveva, aggrottate le ciglia, immoto il viso ferino, senza guardare, chiese: