— Un agnello! — esclamarono i prossimi al banco. — Un agnello! — l'agnello! — Si rideva; si applaudiva.

E Biscaglia salì e quindi discese dal palco; pallido come chi ascende al patibolo senza speranza di discendere.

— Bravo! — ripetè più forte e contento il collega, a vederlo col cesto nelle mani.

Fu quel «bravo», venutogli da un uomo di spirito, che assumendo quasi il valore di una lode meritata per un'ardua prova rianimò il professore. E di animo ne aveva bisogno: ella era lì dinanzi e sorrideva un po' triste; diceva con gli occhi: «Perchè l'ha vinto lei e non io?»; e: «Lei gli vorrà molto bene, è vero?»; mentre la mano senza guanto, bella, ripassava sul capo dell'agnellino; e gli occhi e la bocca del professore, che pareva una balia col fantolino in braccio, non dicevan nulla.

— Sei stato fortunato, tu! — fece il collega; aggiungendo la presentazione:

— Il professore Biscaglia...; le signore Crocchi.

— La sorte le ha favorito l'innocenza, il candore — disse la mamma.

— Quanto l'invidio! quanto è bellina questa bestiola! — disse la figlia.

Bèee....

Allora cesto e agnello per poco non caddero di mano a Biscaglia, tale fu l'urto che l'amico gli diede col gomito per suggerirgli l'idea che, del resto, era venuta anche a lui.