«Gli propongo una partita a briscola?» si chiese, quella sera, don Giuseppe guardando padre Ignazio e riprendendo la bottiglia.
— Padre Ignazio, un altro gocciolo?
— Solo un gocciolo — disse il gesuita; il quale avanzò il bicchiere con la mano aperta; senza badarvi lo ritrasse pieno, e sorseggiò meditabondo. A che pensasse, non diceva; certo, non a cose per distrarsi dalle quali fosse opportuna una partita a carte.
Che amico! che faccia!: smorta, magra, arcigna. Ma un predicatore, ve', di prima forza; da metter terrore dell'inferno nel più accanito liberale. Onde a ragione don Giuseppe, che per essere un buon prete, gaio, grasso tecchio, abbonito e domesticato da vent'anni di cura, non riusciva a impaurire parrocchiani e parrocchiane, l'invitava a predicare lassù e a metter cervelli e coscienze a posto.
— Gran bella predica, padre Ignazio! Ce n'era bisogno! Perchè è proprio quel peccato il peccato in cui i miei fedeli pericolano di più.
— Non si assolvono. — Appena questo disse padre Ignazio, sempre con l'occhio alle sue idee e col mento alla palma sinistra, il gomito su la tavola.
Allora don Giuseppe sospirò; pensò che colui non era un amico meritevole di confidenza nè utile in ogni circostanza, e che gli sarebbe stato meglio non dir nulla. Infatti la risposta del gesuita lo spinse più a dentro in quei pensieri da cui altra volta avrebbe trovato scampo in una partita col sagrestano.
Proprio vero! Si può essere un po' goloso, un po' avaro o di non troppa carità, o invidiare il vescovo, invidiar magari un padre gesuita, o lasciarsi prendere dall'ira come padre Ignazio quando predica, e rimanere un prete quasi buono. Ma uno scappuccio in quel tal peccato, che pure non è il primo nè il secondo nell'ordine dei peccati capitali, e ti saluto! Cattivo prete! Addosso! Che se per questo il parroco non assolvesse i parrocchiani, i parrocchiani s'arrogherebbero loro il diritto di lapidare il parroco!
.... Quand'ecco:
— Raccontatemi qualche cosa, don Giuseppe.