Lo re domanda: come muore altressì il ricco come il povero? Sidrac risponde:

Iddio à fatto lo ricco e lo povero d'una natura e di quattro alimenti, e sono tutti facti l'uno come l'altro; dunque la loro conparazione(554) è tutt'una; e quello che più il serve e lo suo comandamento fa, più gli dà; ma al fatto della morte sono tutti uno. Altressì come uno vasello di quattro bocche, che n'escie di tutte, simigliantemente alena lo povero come lo ricco, e mangia e bee(555), e à gioia e dolore e sospiri, e dormire e veghiare e ingienerare, e mani e piedi, e altre cose ànno altressì i poveri come i ricchi. Ma lo povero àe più forte compressione(556) che lo ricco, per lo travaglio che egli soffera. Ma alla morte tutti sono comunali, e la sua riccheza no lo potrebbe canpare uno solo punto.

(554) Anche il C. R. 2. ha: comperazione. Manca questa parola ai Codd. R. 1. e F. R. Noi crediamo che abbia da correggersi complessione, perchè più sotto, dove il nostro ripete comparisione, il C. F. R. ha: complecion; e il C. R. 1.: compressione.(555) et mangia e beve, e sta famuloso e satollo C. R. 1. — La Crusca registra famulento, ma non famuloso.(556) comparisione C. L. — Abb. corr. col C. R. 1.

Cap. LXI.

Lo re domanda: dee l'uomo giudicare gli poveri come gli ricchi? Sidrac risponde:

L'uomo dee più forte(557) giustizia fare a' ricchi che a' poveri, e più gastigare; che della giustizia de' poveri i ricchi non ànno paura; anzi dice a sè medesimo: la giustizia è fatta sopra lo povero, ma io non potrei essere giudicato in questo mondo per la mia riccheza. E lo povero pensa e dice in sè medesimo: quando la giustizia istarà sopra lo ricco e possente, che farà sopra me, che sono povero uomo? E da l'altra parte aviene più volte che 'l mal fatto del ricco è magiore che quello del povero, perchè egli à più podere di malfare. E simigliantemente come Idio giudica così legiermente lo ricco come il povero, e più forte giustizia fare(558). Simigliantemente come quelli che crede più in Dio e falla verso lui, Idio gli dona(559) più che a colui che nol conoscie, e cui egli non à nulla comandato.

(557) rigorosa, severa.(558) A correggere questo periodo non possiamo giovarci del C. R. 2., dove il capitolo manca; nè del C. R. 1. dov'è brevissimo; nè del C. F. R. che è indecifrabile. Dobbiamo quindi star contenti a riferire la lezione del T. F. P.: Et pour ce doibt on faire plus grant iustice du riche que du poure, car il a plus grant coulpe de mal faire, comme il a plus grant povoir de bien faire tout. Ainsi comme Dieu a iuge et ordonne la mort au riche comme au poure, aussi doit on iuger le riche comme le poure.(559) Errore manifesto. — Il T. F. P. ha: demande.

Cap. LXII.

Lo re domanda: dee l'uomo avere mercè del suo nimico? Sidrac risponde:

L'uomo dee avere merzè del suo nimico, lo quale à fallato verso di lui, se elli gli chiede merzè e perdono, conciosia cosa ch'(560) egli gli avesse ucciso il padre e lo figliuolo; chè dalla bocca del figliuolo di Dio sarà comandato e detto: perdono avrà dal mio padre chi perdona egli medesimo; perdonerà a coloro che gli misfaranno, quando egli gli chiederanno perdono. Quelli ch'è possente e signore di tutto, e che vendicare si può a sua volontà, perdona a' ma' fattori, quando perdonanza gli chieggiono: bene lo dobiamo noi fare; chè questo farà egli per dare exenplo al suo popolo, che perdonino a coloro che misfanno verso di loro. Bene dobiamo noi perdonare a chi perdono a noi ne dimanda.