La più grave arte(717) che sia si è la lettera, e la più sottile e la più profonda e la più innorata(718); e si è signora e maestra dell'altre arti; e non si chiama arte anzi senno, per coloro che guadagnano delle loro mani dello scrivere. E lo scrivere è la più grave e la più travagliosa e la più noiosa, che niuna arte che sia al mondo. E non è arte che l'uomo non potesse lavorare e pensare, e parlare altro, e ridere e ascoltare; e(719) nell'arte della scrittura l'uomo non può fare(720); chè quelli che iscrive, travaglia tutto il suo corpo e gli occhi e 'l cervello e le reni, e sì non puote pensare nè parlare altro, nè ridere nè guardare nè cantare, se non solamente gli conviene avere la sua mente allo scrivere. E chi non sa iscrivere, non potrebe credere che cosa lo scrivere sia. Ella non è arte, ma è arte e travaglio, più che niuna altra arte; e non si potrebe fare grande pagamento allo scrivano(721).
(717) Il C. L. ha: cosa. Ma poichè in tutti gli altri Codd. leggesi arte, abbiamo creduto di poter fare questa correzione.(718) onorata C. R. 1., C. R. 2.(719) ma C. R. 1.(720) non può l'uomo ciò fare C. R. 1.(721) Forse queste ultime parole sono state aggiunte o mutate dal povero amanuense fiorentino. Esse non leggonsi nè nel C. R. 1., nè nel C. F. R., nè nel T. F. P.
Cap. CXII.
Lo re domanda: quelli che si travagliano e non sanno aiutare(722), perchè non fanno eglino? Sidrac risponde:
Quegli che si travagliano, e non sanno adagiare sè, son servi a quello avere che è d'altrui, e muoiono in servitudine, e altri gode quello avere. L'uomo non dee nimica follemente guastare lo suo avere, nè lasciarsi avere disagio; ma dee ispendere a misura e a ragione, quando eglino ànno tenpo, ed agiare quelli che non ànno. Di che, quelli fa bene e a diritto che così fa.
(722) ceulx qui travaillent et ne se osent ayser pourquoy le font ilz? T. F. P. — Aiser significa tanto donner de l'aise, soulager, che aider, securir: indi l'errore del testo. Il quale più sotto traduce bene aiser per adagiare, nel senso di prendere i suoi agi. — Questo adagiare, di cui la Crusca registra un solo esempio, pare che piaccia al nostro volgarizzatore, che l'ha usato anche pochi capitoli indietro.
Cap. CXIII.
Lo re domanda: come infolliscono le genti? Sidrac risponde:
Le genti si infolliscono in molti modi. Uomini sono nati molti senplici, come folli. Altri perdono lo senno per malizie; altri della fralezza del cervello; altri de' rei omori, per tropo perdere sangue; altri per grande alore; altri per rie onbre, che si dimostrano loro e gli spaventa; altri di tropo digiunare e di tropo veghiare, che loro secca lo cervello; altri per danno ch'egli ricevono, per grande dolore e per molti altri modi. E di tutti questi modi di follie ciascuno porta lo suo danno; ch'apena farebono mai male ad altrui. Ma altre maniere di folli sono, che sono molte rie per loro e per altrui; cioè a sapere di coloro che mangiano e beono e tolgono l'altrui, che inbolano e uccidono la gente, e che falsamente giurano e peccano in molti modi, quelli che dicono false testimonianze. E di cotali folli l'uomo si dee molto guardare; che per la loro follia e malvagità fanno molti altri mali a molte altre genti. E l'altre follie inanzi dette non gravano la gente, anzi loro medesimi portano la loro pena(723).
(723) portent leur somme et leur peine avecques elles T. F. P.