A mezzanotte si odono in quella casa delle grida furiose, degli urli disperati. Tutti i vicini si svegliano; la vecchia signora, presso la quale il reporter dell'Herald abitava, corre alla stanza da cui proveniva il baccano, trova l'uscio chiuso, bussa, e non ottenendo risposta mentre le grida continuavano terribili, fa aprire da un fabbro la porta e vede il reporter che si rotolava in camicia sul pavimento, cogli occhi stralunati, con la schiuma alle labbra.
Interrogato, il reporter non risponde; urla sempre in modo compassionevole, e nei rari intervalli di calma non pronunzia che frasi insensate.
Si chiama un'ambulanza e il giovane viene condotto alle prigioni e rinchiuso in una cella delle Tombs—il carcere principale di New-York. Dopo tre giorni un medico constata che egli è pazzo, con accessi furiosi, e lo manda a quel tale manicomio municipale.
I giornali cittadini raccontano il fatto e deplorano con vivo dispiacere che un collega, così buono e valente, sia stato colpito da una simile disgrazia. Passano tre mesi: le voci che circolavano sui misteri del manicomio parevano svanite, quando una mattina il New-York Herald esce con una relazione in minutissimo carattere che occupava due pagine intiere, nella quale il reporter «guarito» narrava diffusamente ciò che accadeva nel manicomio: le voci corse erano vere ed egli raccontava storie di sequestri di persone sane, di torture, di fame, di sete, di patimenti atroci, inauditi.
La relazione finiva coll'invitare gli increduli a visitare il reporter stesso, il quale era uscito dal manicomio magro, pallido, sfigurato, che pareva un Ecce Homo. Non occorre dire che le rivelazioni dell'Herald provocarono una rigorosa inchiesta che pose fine agli abusi e ai mali trattamenti.
Il giornalismo americano ha molti difetti che facilmente si perdonano quando si vede che sua cura principale è di descrivere e raccontare tutto ciò che succede in modo imparziale, non preoccupandosi che dell'esattezza e della sollecitudine. Quelli che da noi si chiamano articoli di fondo e che spesso non sono che noiose tiritere e soliloqui di redattori che pretendono di giudicar tutti e di parlare di tutto, anche delle questioni che meno conoscono, nei giornali nord-americani si riducono a brevi e succose note, a commenti stringati, nei quali sono espressi sulle cose del giorno i pareri di uomini competenti. Negli Stati Uniti si crede che il giornale debba essere quasi unicamente un bollettino delle notizie di tutto il mondo, un resoconto preciso di ciò che succede: i giudizi devono essere lasciati al gran pubblico. Se il giornale ne vuole esprimere, devono provenire da gente che conosce a fondo l'argomento.
—In quanto ai commenti sulle questioni del giorno che non implicano speciali conoscenze—diceva un giorno il signor Dana, direttore del Sun, in una riunione di giornalisti—per dare efficacia alle note editoriali occorrono i seguenti ingredienti: buon senso; fede sincera nei principî democratici e in quella grande esposizione dei diritti dell'uomo che è la costituzione degli Stati Uniti; l'abilità di esprimere le idee chiaramente, senza ambiguità; il tutto condito da una dose abbondante di umorismo e di spirito.
Con lo sviluppo preso dalla stampa negli Stati Uniti è naturale che i giornalisti americani parlino con compassione dei loro confratelli d'Europa.
—Tutti i giornali parigini—mi diceva un redattore del Cornhill Magazine—pubblicano molte appendici e nessuno di essi dà una relazione esatta, imparziale, coscienziosa, di un meeting politico. Alcuni hanno adesso qualche reporter cosidetto all'americana. Ohimè, quale meschinità! Il sedicente reporter all'americana ha la specialità delle interviste colle celebrità del momento, di strappare i segreti dal petto dei diplomatici e degli uomini di Stato, e di corrompere i camerieri dei re in viaggio per sapere quello che il monarca mangia a colazione. Il reporter all'americana giunge certamente a sapere una quantità di fatti interessanti, ma i resoconti che scrive o che telegrafa sono troppo pieni della sua personalità.
Uno dei più giovani giornali di New-York che in pochi anni seppe raggiungere una tiratura media quotidiana di trecento mila copie, è il N. Y. World, fondato e diretto da Joseph Pulitzer, il quale, all'angolo di Park Row e di Frankfort Street, si è costruito un ufficio che costa due milioni di dollari, altissimo, di tredici piani, sormontato da una torre di cinque piani e del diametro di cinquanta piedi.