—Oh! meno male. Chi ha studiato un po' la nostra storia, sa che, all'indomani della pace, esercito e Congresso entrarono in lotta: vincitore dello straniero, l'esercito aveva la velleità di rappresentare una parte all'interno; lo spirito pretoriano s'infiltrava nei ranghi dei soldati, gli ufficiali volevano conservare e gradi e paghe, e vivere sul bilancio; essi mantenevano l'agitazione mentre il Congresso, il quale aveva imparato dalla Storia come si svegliano le nazioni che s'addormentano fra le braccia dei militari, voleva licenziare l'esercito. Due volte l'esercito si ammutinò, rifiutando di riconoscere l'autorità del Congresso. E due volte Giorgio Washington, suo capo supremo, approfittando della sua influenza e del culto fanatico che l'ultimo dei soldati professava per lui, lo fece tornare al dovere.

—Se non c'era lui!

—Un giorno un proclama anonimo chiama l'esercito a un meeting e lo invita a offrire la dittatura al suo capo; Giorgio Washington accorre e rivolgendosi ai suoi soldati, grida: «Non crediate che io acconsenta ad accendere la discordia e la guerra fra l'esercito e l'autorità civile. L'Europa ha ammirato il vostro coraggio e il vostro patriottismo; distruggerete voi in un istante una riputazione acquistata con tanta fatica? In nome della vostra patria comune, in nome dell'onore vostro che deve esservi sacro, in nome dell'umanità, se ne rispettate i diritti, in nome dell'onore nazionale e militare dell'America, esprimete l'orrore che deve ispirarvi l'uomo, il quale con speciosi pretesti tentasse di distruggere i fondamenti della nostra libertà, di suscitare la guerra civile e di annegare nel sangue un impero appena nato.» Fu in questi termini che Washington rispose all'offerta di un trono appoggiato sull'esercito.

—Se egli fosse stato un avventuriero, un ambizioso, addio libertà nord-americana!

—L'istituzione della repubblica negli Stati Uniti si deve realmente in gran parte all'onestà di un uomo. Passato quel pericolo, si dovette lottare cogli interessi differenti e spesso contrari degli Stati e con le varie teorie degli uomini politici. Dal 1783 al 1789 l'America del Nord visse schiacciata dai debiti, senza unità all'interno e senza prestigio all'estero. Invitato da Henry Lee ad accorrere per salvare la patria, Washington rispondeva invariabilmente che bisognava fare una costituzione, la quale conservando l'indipendenza degli Stati, creasse l'unità dei popoli nord-americani, la forza federale. E fu solo quando si diede retta a Washington e gli Stati nominarono un Congresso incaricato di redigere quella costituzione, che l'America trovò la pace. Non si venga a dire, dunque, che la repubblica degli Stati Uniti si è fatta facilmente e senza disordini, quando per venti volte corse pericolo di fallire.

—Negli Stati Uniti il federalismo ha costituito l'unità del paese, e in Europa c'è un partito numeroso che lo respinge come pericoloso per l'unità nazionale!

—È l'osservazione precisa fatta da Jacolliot a Jackson Davis, il quale gli rispose che questo partito è quello che tenta continuamente di far l'avvenire con l'aiuto della leggenda del passato, e che, erede delle dottrine dei giacobini, sogna una repubblica autoritaria con un presidente dai poteri estesi. Ora è stato precisamente questo partito che coi suoi eccessi ha ucciso il movimento pacifico delle idee dell'ottantanove: è questo partito, che, con la sua ignoranza, con la mancanza di spirito politico e col sangue sparso inutilmente e stupidamente, raggruppò la Francia intiera e l'esercito intorno a Cesare. Fu ancora questo partito che perdette la Francia nel giugno 1848, il 4 settembre 1870 e il 18 marzo 1871. Esso non respinge il federalismo (il quale creando l'indipendenza e l'autonomia completa dello Stato-Provincia e del Comune per tutte le questioni d'amministrazione interna, distruggerebbe per sempre l'idea monarchica) se non che per governare a sua volta il paese, imponendogli le sue idee.

—Ma chi le insegna al popolo queste cose?

—Eh! pur troppo, son pochi gli onesti e i disinteressati che vogliano presso voi farsene banditori. Jackson Davis dice che c'è una storia da rifare in Europa per il popolo ed è quella della rivoluzione dell'89. La massa, nel suo insieme, ignora il lavoro di preparazione di tutti i grandi spiriti del secolo decimottavo; essa non sa a che punto le idee di eguaglianza e di libertà avevano fatto strada nel mondo, e che la maggior parte dei troni erano occupati da principi molto più liberali della maggior parte dei loro sudditi; essa non sa che il lavoro delle riforme era finito il 4 settembre 1791 e che la Convenzione, innalzando la forca sulle pubbliche piazze e terrorizzando, uccise la libertà. Ebbene, se il popolo ignora queste cose, se è sempre pronto a imitare gli eccessi della Convenzione, se la Comune fucila e incendia, se migliaia di poveri diavoli sono morti sotto la mitraglia nelle giornate di giugno come in quelle di maggio, di chi la colpa, se non di quegli uomini che per quindici o vent'anni hanno lusingato la folla per farsene un piedestallo, parlandole continuamente della sua sovranità, dei suoi diritti imprescrittibili, dei principî della immortale rivoluzione, senza farle conoscere che tutti questi diritti hanno come corollario altrettanti doveri e che nulla si acquista nè si conserva senza la saggezza e la moderazione?

—Ah! i demagoghi: ha ragione Dario Papa che li odia tanto.