Solamente restava a sapersi se come al de Chalais, come al de Thou e ad altri iniquamente uccisi, il boia non serbasse più di un colpo, quanto dire più di un martirio al povero tulipaniere.
Non per questo Van Baerle montò meno risolutamente li scalini del suo patibolo. Vi montò orgoglioso, che che ne fosse, di essere l’amico dell’illustre Giovanni e il figlioccio del nobile Cornelio, che i furfanti accalcati per vederlo avevano spezzato e arrostito tre giorni innanzi.
S’inginocchiò, fece la sua preghiera e rimarcò non senza provare una viva gioia, che posando la sua testa sul ceppo e tenendo gli occhi aperti vedrebbe fino all’ultimo momento la finestra ferrata del Buitenhof.
Era venuta finalmente l’ora di venire a quell’atto: Cornelio posò il suo mento sul ceppo umido e freddo; ma in quel momento a suo malgrado gli si chiusero gli occhi per sostenere più risolutamente l’orribile fendente che era per cadergli sul collo e per rapirgli la vita.
Un lampo balenò sul tavolato del palco: il boia sguainava la spada.
Van Baerle disse addio al gran tulipano nero, certo di svegliarsi dando il buon giorno a Domeneddio in un mondo altramente illuminato, altramente colorito.
Tre volte sentì il vento freddo della spada passare sul suo collo rabbrividito; ma oh! sorpresa! non sentì nè dolore nè scossa; non vide nessun cambiamento di sorta.
Poi ad un tratto, senzachè egli sapesse da chi, Van Baerle si sentì rialzare da mani assai delicate, e bentosto ritrovossi ritto su’ suoi piedi un pochetto barcollanti.
Riaprì gli occhi. Qualcuno leggeva qualche cosa presso di lui sopra una cartapecora con un gran suggello di ceralacca.
E il medesimo sole giallastro, come conviensi a un sole olandese, splendeva in cielo e la medesima finestra ferrata lo guardava dall’alto del Buitenhof, e i medesimi marrani non più urlanti ma sbigottiti, riguardavanlo dal basso della piazza.