A forza di aprire gli occhi, di riguardare, di ascoltare, Van Baerle cominciò a comprendere questo: Che monsignor Guglielmo principe di Orange, temendo senza dubbio che le diciassette libbre di sangue, che Van Baerle oncia più oncia meno aveva nel corpo, non facessero traboccare la bilancia della giustizia celeste, aveva avuto misericordia del suo carattere, compassione della sua innocenza.
In conseguenza di che sua Altezza aveagli fatto grazia della vita. Ecco perchè la spada, che erasi alzata con reflesso sinistro, aveva volteggiato tre volte attorno la sua testa, come l’uccello di malaugurio attorno a quella di Turno; ma non l’aveva percosso e perciò ne aveva lasciate intatte le vertebre.
Ecco perchè non aveva sentito nè dolore nè scossa. Ecco ancora perchè il sole continuava a ridere nell’azzurro slavato, è vero, ma sopportabilissimo delle volte celesti.
Cornelio che aveva sperato Dio e il panorama tulipanico dell’universo, rimase un poco sconcertato, ma si consolò della sua non trista avventura con le risorse intellettuali di quella parte del corpo, che i Greci chiamavano trachelos, e che noi Francesi modestamente nominiamo collo.
E poi Cornelio sperò che la grazia fosse completa, e che si liberasse e si rendesse alle sue caselle di Dordrecht.
Ma Cornelio prese un qui pro quo; come diceva verso il medesimo tempo la signora di Sévigné, eravi un post-scriptum alla lettera, e la parte più importante della lettera era nel post-scriptum col quale Guglielmo Statolder d’Olanda condannava Cornelio Van Baerle a una perpetua prigionia.
Egli era poco colpevole per la morte, ma troppo colpevole per la libertà.
Cornelio ascoltò dunque il post-scriptum, poi dopo la prima contrarietà sollevata dalla decezione, che recava il post-scriptum:
— Eh! pensò egli, non è tutto perduto; che nella risoluzione perpetua avvi del buono: vi ha Rosa, sonvi ancora i miei tre talli del tulipano nero.
Ma Cornelio dimenticava che le Sette Province possono avere sette prigioni, una per provincia; e che il pane del prigioniero è d’altronde meno caro all’Aya che in una capitale.