Ma un pugno più o meno non poteva accrescere il dolore che provava allora Boxtel. Volle correr dietro alla carrozza che portava Cornelio co’ suoi talli; ma nella sua furia non vide un lastrone, inciampicò, perdette il suo centro di gravità, ruzzolò a dieci passi di distanza, e non rialzossi che calpestato, ammaccato, solo quando tutto il fangoso popolaccio dell’Aya gli ebbe passato di sopra.

Anco in questa circostanza Boxtel, che era in vena di malanni, ebbe pure tutti gli abiti stracciati, il dosso ammaccato e le mani sgraffiate.

Sarebbesi potuto credere che tutto ciò fosse assai pel nostro Boxtel; ci si sarebbe ingannati.

Rizzatosi, stracciossi a tutta possa i capelli, e gettolli in olocausto a quella divinità feroce e insensibile che chiamasi Invidia.

La fu senza dubbio un’offerta gradita a quella divinità che non ha, dice la Mitologìa, che serpenti per capigliatura.

XIV I piccioni di Dordrecht.

Era già un grande onore per Cornelio Van Baerle d’essere recluso precisamente in quella medesima prigione, che aveva ospitato il sapiente Grozio.

Ma una volta giunto alla prigione, un onore ben più grande attendevalo. Si combinò che la stanza abitata dall’illustre amico di Barneveldt era vuota a Loevestein, quando la clemenza del principe d’Orange v’inviò il tulipaniere Van Baerle.

Questa stanza aveva una ben pessima reputazione nel castello, dacchè grazie all’inventiva di sua moglie, Grozio se n’era fuggito nella famosa cassa da libri, che si era trascurato di visitare.

Dall’altro canto ciò parve di buono augurio a Van Baerle, che quella stanza gli fosse data per alloggio; perchè alla fin fine, secondo la sua maniera di vedere, non avrebbero mai dovuto fare abitare ad un secondo piccione la colombaia, donde un primo si fosse facilmente involato.