Il biglietto cadde dunque nelle mani della balia di Van Baerle; imperò verso i primi giorni di febbraio, quando le prime ore di sera discendevano dal cielo, lasciando dietro a sè le stelle nascenti, Cornelio intese nella scala della torricella una voce che fecelo trasalire.

Si posò le mani sul cuore e stette in orecchi. Era la dolce e armoniosa voce di Rosa.

Confessiamolo, Cornelio non fu però così stordito dalla sorpresa e così fuor di sè dalla gioia, quanto lo sarebbe stato senza la storia del piccione; il quale aveagli recato in cambio sotto la sua ala una lieta speranza; e stava ogni giorno in espettativa, perchè, se il biglietto le fosse rimesso, conosceva Rosa, di aver nuove del suo amore e de’ suoi talli.

Si alzò, porse l’orecchio, chinando il capo verso la porta. Sì, l’era la voce che così dolcemente avealo commosso all’Aya.

Ma ora che Rosa aveva fatto il viaggio dall’Aya a Loevestein, che era riuscita, Cornelio non sapeva come, a penetrare nella prigione, giungerebb’ella così felicemente a penetrare fino al prigioniero?

Mentrechè Cornelio a tal proposito accatastava pensiero sopra pensiero, desiderii sopra inquietudini, lo sportello posto alla porta della sua cella si aperse, e Rosa brillante di gioia, d’aspetto, e bella soprattutto per l’angoscia che da cinque mesi aveva impallidito le sue guancie, Rosa accostossi alla ferrata di Cornelio, dicendogli:

— Oh! signore, signore, eccomi!

Cornelio stese le braccia, guardò il cielo, e cacciò un grido di gioia.

— Oh! Rosa, Rosa! esclamò.

— Zitto! Parliamo sotto voce, che mio padre m’è dietro, disse la giovinetta.