— Ah! mio signore, scusatemi; non oserei fare cotale distinzione alla presenza di un uomo che, io lo ripeto a Sua Altezza, non lo conosco che di vista.
— Al fatto, mormorò il giovane; aspettiamo e vedremo.
L’officiale piegò la testa in segno di assentimento e si tacque.
— Se questo Bowelt gli è un bravuomo, continuò l’Altezza, riceve scimunitamente la domanda, che gli fanno questi arrabbiati.
E lo scatto nervoso delle mani sue, che agitavansi suo malgrado sulle spalle del compagno, come avrebbero fatto le dita di un suonatore sulla tastiera di uno strumento, tradiva la sua ardente impazienza sì male mascherata in tali momenti, e specialmente in questo sotto l’aria gelata e scura della sua fisonomia.
Intendevasi allora il capo della deputazione paesana interpellare il deputato, perchè dicesse, dove trovavansi gli altri deputati suoi colleghi.
— Signori, rispose per la seconda volta il Bowelt, vi ripeto che in questo momento io sono solo col signor d’Asperen, e solo non posso prendermi la responsabilità della decisione.
— L’ordine! l’ordine! ripeterono migliaia di voci.
Il Bowelt volle parlare, ma non s’intesero le sue parole, e videsi solo l’agitar delle braccia in disperata maniera.
Perlochè vedendo di non potere farsi intendere, si volse verso la finestra aperta e chiamò l’Asperen; che comparve alla sua volta al balcone, dove fu accolto con grida anche maggiori di quelle, che fosse accolto dieci minuti fa il signor Bowelt.