Si avvide che aveva il braccio rotto; e costui sì duro per gli altri ricadde svenuto sulla soglia della porta, dove rimase inerte e freddo simile a un morto.

Per tutto quel tempo la porta della prigione era rimasta aperta, e Cornelio trovavasi quasi libero. Non gli passò per la mente neppure l’idea di profittare di quell’accidente. Egli aveva veduto nel modo, con cui erasi piegato il braccio, allo scatto che aveva fatto piegandosi, che v’era dolore; perciò non pensò ad altro che a soccorrere il ferito, per quanto male intenzionato gli fosse paruto costui a suo riguardo nell’unico abboccamento, che egli aveva avuto con lui.

Al fracasso che Grifo aveva fatto cadendo, al rammarico che erasi lasciato sfuggire, fecesi sentire un passo precipitoso per le scale, e alla apparizione, che seguì immediatamente lo strepito del calpestio, Cornelio cacciò una voce, alla quale rispose il grido di una giovinetta.

Aveva risposto al grido la bella frisona, che vedendo suo padre disteso in terra e il prigioniero chinato sopra di lui, aveva creduto dapprima che Grifo, di cui ella conosceva la brutalità, fosse caduto per una rissa attaccata tra lui e il prigioniero.

Cornelio ne comprese il pensiero; ma la giovinetta, essendosi al primo colpo d’occhio assicurata della verità, e vergognandosi d’averlo solo sospettato, alzò sul giovine i suoi begli occhi lacrimosi, e gli disse:

— Perdono e grazie, o signore. Perdono di ciò che ho pensato, e grazie di ciò chè avete fatto.

Cornelio arrossì, e rispose:

— Non ho fatto che il mio dovere di cristiano, soccorrendo il mio simile.

— Sì, e soccorrendolo stasera, avete dimenticato le ingiurie che vi ha detto questa mattina. Signore, è più che da uomo, è più che da cristiano.

Cornelio alzò gli occhi sulla bella fanciulla, tutto maravigliato di sentire dalla bocca di una figlia del popolo una parola al tempo stesso così nobile e così compassionevole.