— Due spranghette di legno e fasce di lino.

— Senti, Rosa, disse Grifo, il prigioniero mi rimette il braccio; vediamo, aiutami ad alzarmi: — sono di piombo.

Rosa presentò al ferito la sua spalla; ed egli abbracciò il collo della giovinetta col braccio sano, e facendo uno sforzo, rizzossi, mentrechè Cornelio per risparmiargli di muoversi, tirò verso lui una seggiola. Grifo vi si assise, e poi volgendosi alla sua figlia, le disse:

— Hai bene inteso? Va’ a cercare ciò che ci vuole.

Rosa scese e ritornò poco dopo con due doghe da barile e una gran fascia di lino. Cornelio si era intanto occupato a levare il vestito al carceriere e a rovesciargli le maniche.

— Va bene così? domandò Rosa.

— Sì, mia fanciulla, le rispose Cornelio gettando un’occhiata sugli oggetti portati; sì, va bene. Intanto accostate cotesta tavola, mentre che io sorreggo il braccio di vostro padre.

Rosa accostò la tavola, su cui Cornelio stese il braccio rotto, e con una perfetta abilità, raggiustò la frattura, adattovvi l’incannucciatura e strinse le fasce.

All’ultima stretta il carceriere si svenne per la seconda volta.

— Andate a cercare dell’aceto, mia cara giovine, disse Cornelio; gli bagneremo le tempie e riavrassi.