Dicendo queste parole escì all’indietro, e il carceriere provvisorio affrettavasi a seguirlo chiudendo l’uscio di Cornelio, quando un candido braccio tutto tremante s’interpose tra quell’uomo e la porta pesante.
Cornelio non vide che la cuffia d’oro a orecchiette di merletti bianchi, acconciatura delle belle Frisone; ei non intese che un bisbiglio all’orecchio dello sbirro; ma costui mise le sue chiavi pesanti nella bianca mano a lui stesa, e scendendo alcuni scalini si sedette a mezza scala, da lui guardata all’alto, al basso dal cane.
La cuffia d’oro fece un volta faccia, e Cornelio riconobbe il viso irrigato di pianto e i grandi occhi turchini tutti bagnati della bella Rosa.
La giovine avanzossi verso Cornelio, appoggiando le sue due mani sull’affranto suo petto.
— Oh! signore! signore! diss’ella.
E non potè dirè altro.
— Mia bella ragazza, replicò commosso Cornelio, che desiderate da me? Ormai non ho da star molto su questa terra, voi già lo sapete.
— Signore, vengo a chiedervi una grazia, stendendo un po’ le braccia verso Cornelio e un po’ verso il cielo.
— Racconsolatevi, o Rosa, disse il prigioniero; imperciocchè le vostre lacrime mi commovono assai più della mia morte vicina. E, voi il sapete, più il prigioniero gli è innocente, più deve incontrare la morte con calma e ancora con gioia, dappoichè egli muore martire. Via, non piangete più e ditemi il vostro desiderio, mia bella Rosa.
La giovinetta si lasciò cadere in ginocchio: