D'Artagnan discese dal suo cavallo, infilò le redini nel braccio di Planchet, e si allontanò rapidamente avviluppandosi nel suo mantello.
— Mio Dio! che freddo che ho! gridò Planchet, tostochè ebbe perduto di vista il suo padrone.
E, ansioso come egli era per riscaldarsi, si affrettò di battere alla porta di una casa adorna di tutti gli attributi di una bettola.
Frattanto d'Artagnan, che si era gettato in un piccolo sentiero di traverso, aveva continuata la sua strada ed era giunto a Saint-Cloud, ma invece di seguire la strada maestra, voltò dietro al castello, entrò in una specie di viottolo molto appartato, e si trovò ben presto dirimpetto al padiglione indicato. Esso era posto in un luogo del tutto deserto. Un gran muro all'angolo del quale era questo padiglione, si innalzava di fianco a questo viottolo e dall'altra una siepe difendeva dai passeggieri un piccolo giardino nel fondo del quale si innalzava una trista capanna.
Egli era giunto al luogo dell'appuntamento e siccome non gli era stato detto di annunziare la sua presenza con alcun segnale, egli aspettò.
Nessun rumore si fece intendere, si sarebbe detto che erano a cento leghe dalla capitale: d'Artagnan si appoggiò alla siepe, dopo aver dato un colpo d'occhio dietro a se. Al di là di questa siepe, di questo giardino e di questa capanna, una folta nebbia avviluppava l'immenso spazio su cui dorme Parigi; immensità vuota, rumoreggiante, ove brillavano alcuni punti luminosi, stelle funeree di questo inferno.
Ma per d'Artagnan tutti gli aspetti rivestivano una forma felice; tutte le idee avevano un sorriso; tutte le tenebre diafane, l'ora dell'appuntamento stava per suonare.
Infatti, in capo a qualche istante, il martello di Saint-Cloud lasciò cadere lentamente dieci colpi sulla larga campana.
Vi era qualche cosa di lugubre in questa voce di bronzo, che si lamentava in tal modo nel mezzo della notte.
Ma ciascuno di quei colpi che componevano l'ora aspettata, vibrava armoniosamente sul cuore del giovane.