— Perdinci! dalla parte opposta a quella verso la quale tu hai detto che io sono andato. D'altronde, non hai tu pure gran fretta di avere notizie di Grimaud, di Mousqueton e di Bazin, come ho io di sapere ciò che sia avvenuto di Athos, Porthos e Aramis?

— Sì, certamente, signore, ed io partirò quando vorrete: l'aria di provincia sarà migliore per noi, a quanto credo, in questo momento, di quello che l'aria di Parigi. Così dunque

— Così dunque, fa il nostro fagotto, Planchet, e partiamo; io me ne vado avanti colle mani in saccoccia, perchè nessuno dubiti di niente, tu mi raggiungerai alla caserma delle guardie. A proposito Planchet io credo che tu abbia ragione sul conto del nostro padrone di casa, e che egli sia decisamente una terribile canaglia.

— Ah! credetemi, signore, quando vi dico qualche cosa, io sono fisonomista: andiamo!

D'Artagnan discese pel primo nel modo che era stato convenuto; quindi, per non avere niente a rimproverarsi, si diresse una seconda volta verso l'abitazione dei suoi tre amici: non si era ricevuta alcuna notizia di loro; soltanto era giunta per Aramis una lettera tutta profumata con una soprascritta di un carattere molto elegante. D'Artagnan se ne incaricò. Dieci minuti dopo, Planchet lo raggiunse nelle scuderie della caserma delle guardie. D'Artagnan per non perder tempo, aveva già da se stesso insellato il suo cavallo.

— Sta bene, disse egli a Planchet, quando questi ebbe allacciata la valigia; ora in sella gli altri tre cavalli e partiamo.

— Credete voi che anderemo più presto con due cavalli per ciascuno? domandò Planchet con la sua aria furbesca.

— No, signor cattivo scherzatore, rispose d'Artagnan, ma coi nostri quattro cavalli potremo riconoscere i nostri tre amici, se tutta volta li troveremo vivi.

— Cosa che sarà una gran combinazione, rispose Planchet; ma finalmente non bisogna disperare della misericordia di Dio.

— Amen, disse d'Artagnan saltando sul suo cavallo.