In capo alla scala sulla porta la più apparente del corridoio, era dipinto coll'inchiostro nero un gigantesco n. 1; d'Artagnan battè un colpo, e sull'invito d'innoltrarsi che gli venne dall'interno, entrò.
Porthos era a letto, e giuocava una partita ai dadi con Mousqueton, onde esercitare la mano nel mentre che uno spiedo carico di pernici girava davanti al fuoco, e a ciascun angolo di questo cammino, su due treppiedi, due cassarole da cui esalava un odore di fricassea di conigli e di pesce alla marinara che consolava l'odorato. Inoltre l'alto di un secreter, e il marmo di una consolle erano ricoperti di bottiglie vuote.
Alla vista del suo amico, Porthos gettò un grido di gioia, e Mousqueton, alzandosi rispettosamente, gli cedè il posto, e andò a dare un colpo d'occhio alle due casserole di cui sembrava avere la particolare ispezione.
— Ah! perdinci! siete voi, disse Porthos a d'Artagnan con una certa inquietudine, saprete forse ciò che mi è accaduto?
— No.
— L'oste non vi ha detto niente?
— Io ho chiesto la vostra camera, e vi sono salito direttamente.
Porthos sembrò respirare più liberamente.
— E che cosa dunque vi è accaduto, mio caro Porthos? continuò d'Artagnan.
— Mi è accaduto, che andando a fondo sul mio avversario, al quale aveva già allungato tre buoni colpi di spada, e col quale voleva finirla con un quarto, il mio piede si portò sopra una pietra, e mi sono stravolto un ginocchio!