— Senza dubbio; ma vi confesso che ho sempre creduto che voi scherzaste.
— Con simil sorta di cose? oh! d'Artagnan!
— Diamine! non scherziamo noi colla morte?
— E si ha torto, d'Artagnan, poichè la morte è la porta che ci conduce alla salvezza o alla perdizione.
— Siamo d'accordo. Ma se vi piace, non filosofichiamo: voi ne dovete avere abbastanza per quest'oggi: in quanto a me ho per fino dimenticato quel poco di latino che non ho mai saputo; poichè, ve lo confesso, non ho mangiato niente da questa mattina a dieci ore, ed ho una fame diabolica.
— Noi pranzeremo or ora, caro amico; soltanto, dovete ricordarvi che oggi è venerdì; ora, non essendo io più militare, non posso nè mangiare nè veder mangiar carne; se volete contentarvi del mio pranzo, esso si compone di tetragoni cotti e di frutta.
— Che cosa intendete voi per tetragoni? domandò d'Artagnan con inquietudine.
— Intendo spinaci, riprese Aramis; ma per voi vi aggiungerò delle uova, e questa è già una grave infrazione alla regola; a tutto rigore le uova sono il prodotto della carne, poichè si cangiano in polli.
— Questo festino non sarà molto succolento, ma non importa; per restare in vostra compagnia, lo subirò.
— Io vi sono riconoscente del sacrifizio, disse Aramis; ma se non profitta al vostro corpo, profitterà certamente alla vostra anima.