D'Artagnan, muto per la collera e l'inquietudine, si assise minaccioso come un giudice. Planchet si appoggiò con orgoglio alla spalliera del seggio di lui.

— Ecco la storia, mio signore, riprese l'oste tremando, poichè ora vi conosco: foste voi che partiste quando ebbi quel disgraziato affare con questo gentiluomo di cui mi parlate?

— Sì, sono io per cui non dovete aspettarvi grazia se non dite per intero la verità.

— Ascoltatemi, e la saprete per intero.

— Ascolto.

— Io era stato avvisato dall'autorità che un famoso falsario di monete giungerebbe al mio albergo con diversi suoi compagni, tutti travestiti coll'uniforme delle guardie dei moschettieri. I vostri cavalli, i vostri lacchè, voi stessi, tutto mi era stato descritto.

— Avanti, avanti: disse d'Artagnan che capì subito da dove venivano queste così esatte informazioni.

— Io presi dunque, dietro gli ordini della autorità che mi inviò un rinforzo di sei uomini, tutte quelle misure che credei urgenti per assicurarmi del preteso falsario di monete.

— Avanti! disse d'Artagnan, a cui la parola di falsario corrucciava orribilmente le orecchie.

— Perdonatemi, mio signore, di essere costretto a dire tali cose, ma queste sono precisamente quelle che formano la mia scusa. L'autorità mi aveva fatto paura; bisogna che un albergatore usi dei riguardi all'autorità.